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C’è chi sostiene che, come il Buddha, anche la Cannabis sia nata in Nepal. Qui fioriscono in modo spontaneo alcune tra le varietà migliori al mondo. Per questo paese la canapa è sempre stata una ricchezza naturale, al pari del petrolio per l’Arabia Saudita, solo che molto meno inquinante. Dalle fibre ai tessuti, passando per oli e prodotti alimentari, la vita dei villaggi ha sempre contato molto sulle mille risorse di questa pianta. Fino al 1974 anno in cui sono stati vietati gli “Hashish cafè”, l’equivalente dei moderni coffee shop olandesi. Mentre a metà degli anni ‘90, in piena monarchia e sotto la pressione degli Stati Uniti, fu addirittura vietata la coltivazione della pianta, come raccontato nel celebre documentario “The Hemp Revolution”, scatenando la disobbedienza civile in tutto il Paese.

Oggi in Nepal la dittatura non c’è più, si sta scoprendo cosa significhino l’autodeterminazione e i diritti civili. Nonostante persista il divieto di coltivazione il nuovo governo democratico ha posto i villaggi himalayani e il loro sviluppo eco-sostenibile come priorità assolute dell’agenda politica, di cui già si vedono i primi effetti. Ma è dall’Italia che può arrivare un’ulteriore speranza nel tentativo di risollevare l’economia di uno degli stati più poveri del pianeta.

L’iniziativa è nata dall’associazione “Pazienti Impazienti Cannabis (PIC)” e in particolare dal suo vice presidente, Alberto Sciolari, responsabile del progetto no profit “Italia-Nepal Canapa Solidale”, che si propone di riattivare una filiera produttiva nei villaggi per poi vendere i prodotti nel nostro Paese senza alcun intermediario, per tenere basso il più possibile il prezzo finale, nonostante le complesse operazioni di trasporto e stoccaggio. “Nonostante la storia millenaria di lavorazione della canapa, non ci può essere competizione con le produzioni industriali cinesi e indiane visto che qui si lavora ancora tutto a mano”, racconta Alberto facendo il punto della situazione e prosegue: “Il progetto sta andando avanti grazie all’attività dei volontari italiani e all’entusiasmo delle popolazioni locali, chiunque voglia contribuire è bene accetto. Abbiamo acquistato i campionari per poter mostrare i prodotti alla clientela interessata grazie all’aiuto economico della rete Encod, e abbiamo ricevuto le prime spedizioni grazie a Canapuglia e al Forte Prenestino di Roma che ci hanno fornito dei magazzini. Grazie alla solidarietà di tutti ce la stiamo facendo ma abbiamo bisogno di voi per creare interesse intorno al progetto. Il governo locale ci ascolta e sta capendo l’importanza vitale di questa pianta per il territorio”.

Il prossimo passo sarà l’attivazione di scambi culturali coi nepalesi, in modo che possano venire in Italia sia ad acquisire competenze tecniche – ad esempio loro non sanno nulla di bioedilizia e delle potenzialità economiche di questo settore – che per esplorare il mercato di sbocco dei prodotti creati con le proprie mani a migliaia di chilometri di distanza. Oggi l’Olanda guadagna milioni di euro sfruttando un’idea nata in questo Paese e stroncata improvvisamente 30 anni fa. L’auspicio è che il Nepal possa riappropriarsi dei “Kathmandu hashesh café”, per la propria cultura, la propria storia e, soprattutto, la propria economia.

Per ulteriori informazioni visita il sito www.italianepalcanapa.org





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