Iniziamo con un invito. E quindi: alzi la mano chi tra tutti noi, sottoposti per cause di forza maggiore a settimane casalinghe con uno svago ricercato perlopiù davanti a monitor e schermi di vario genere, nella prima quarantena mondiale autenticamente globale e postmoderna della storia, non ha aperto uno di quei video. Quali? È presto detto: le immagini che ogni canale informativo ha trasmesso, grazie al supporto di droni o telecamere ben posizionate, riprendendo l’incanto del paesaggio italiano addormentato, privo del traffico abituale. Abbandonato alla propria meraviglia, abbiamo potuto cogliere la bellezza urbana o della natura di ogni paesaggio. Certo, lo stupore principale ha riguardato proprio le nostre città, solitamente assediate dalla quotidianità “normale” fatta di lavoro e turismo, specialmente nei borghi e nelle piazze che compongono quello straordinario mosaico che sono Roma, Napoli, Venezia, Firenze, Torino, Palermo. Seppure con la mediazione di uno schermo, abbiamo provato un certo sussulto osservando San Pietro o Trinità dei Monti deserte, piazza del Plebiscito vuota come non è mai stata nella sua lunga storia; abbiamo persino sorriso con le immagini di animali selvatici liberamente a spasso nella città. Un gruppo di cervi in Abruzzo, i cinghiali in Sardegna. Insomma, nel mezzo di una tempesta informativa purtroppo dominata dal racconto dell’emergenza sanitaria e dalle tragiche notizie che riguardano la lotta al Covid-19, una fonte di serenità è arrivata proprio dalla bellezza sopita del nostro Paese. Perché quando la tempesta sarà passata potremo tornare a percorrere quelle strade e quegli spazi aperti in sicurezza. Possibilmente, e questo è un impegno che andrebbe colto, con forza e energia rinnovate e attenzione alla delicatezza degli ecosistemi, anche urbani.

Già, perché la cosiddetta fase 2 o fase 3, chiamiamola pure “Ripartenza”, dovrà passare necessariamente dal tesoro di cui dispone l’Italia, lo stesso patrimonio che abbiamo potuto sbirciare nei giorni più difficili.

Biodiversità

Se guardiamo alle sue dimensioni – l’Italia occupa lo 0,2% della superficie del globo – la straordinaria varietà che la contraddistingue è impressionante. La sua conformazione allungata da nord a sud fa sì che i suoi paesaggi passino dolcemente dalle vette delle Alpi fino al Tavoliere delle Puglie ospitando a seconda del microclima quasi 7mila specie vegetali. Di queste circa 1700 sono endemiche (cioè esclusive del territorio italiano), con Piemonte, Toscana, Lombardia e Abruzzo a registrare il più alto numero di specie autoctone.

Quasi 3mila sono invece le specie animali che la popolano. Una flora e una fauna ancora ricche nonostante le minacce rappresentate dai cambiamenti climatici e dall’inquinamento, senza dimenticare i danni causati dallo sfruttamento delle risorse naturali, dalla frammentazione e dalla perdita di habitat, dall’introduzione di specie aliene invasive e dall’urbanizzazione, fattori presenti sul nostro territorio come nel resto del mondo. Sapere che molte delle suddette specie sono a rischio deve metterci in guardia sulle nostre abilità nella tutela e nella difesa dell’ecosistema. Come ha sottolineato Legambiente lo scorso maggio, in occasione della Giornata mondiale per la biodiversità: «L’Italia è il Paese europeo con maggiore biodiversità – custodisce circa il 37% del totale della fauna euromediterranea – ma oggi flora e fauna, patrimonio prezioso della Penisola, sono sempre più in sofferenza e in pericolo». Una situazione difficile ma con grandi possibilità. La tutela degli animali e delle specie vegetali che abitano un determinato ambiente, è un elemento su cui occorre ragionare per il nostro, un tema che proprio la pandemia ha mostrato essere prioritario: è la distruzione della biodiversità da parte dell’uomo a creare le condizioni per nuovi virus e patologie come il COVID-19. David Quammen, autore di “Spillover – L’evoluzione delle pandemie”, sintetizza così: «Sconvolgiamo ecosistemi e liberiamo virus dai loro ospiti naturali: quando succede, hanno bisogno di nuovi ospiti, e spesso siamo noi». La grande sfida dei nostri tempi, ormai l’abbiamo capito sulla nostra pelle, si gioca sul consumo consapevole e sull’adozione di un’etica il più possibile “slow”, all’insegna della qualità e non della quantità, aspetti in grado di rivoluzionare l’intero sistema, non solo il Paese.

Arte, storia, cultura
Che il “materiale italiano” sia di primo livello è riconosciuto e addirittura certificato da numerosi report e sondaggi. Secondo l’inchiesta condotta nel 2016 da USnews Best Countries, un istituto opinion leader da ottant’anni, l’Italia è considerata la prima nazione al mondo per patrimonio culturale, storico e architettonico, precedendo Spagna, Francia e Grecia. Un’impressione che trova riscontro nella realtà dei numeri, se è vero che nel nostro Paese si contano oltre 4mila musei, 6mila aree archeologiche, 85mila chiese soggette a tutela, 40mila dimore storiche. Un paesaggio artistico immenso, dalla densità unica con 48 siti Unesco, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura. Un patrimonio che offre le straordinarie opportunità; possibilità che di certo sono già note, e che generano un afflusso crescente di turisti, ma che possono essere ancora aumentate, facendo leva su una migliore organizzazione delle strutture e su un’offerta diversificata, orientata a modelli compatibili, lontani dalla logica del “mordi e fuggi”.

Enogastronomia
Tradizioni secolari o manifestazioni più recenti convivono in una festa mobile continua, i cui assi portanti sono senz’altro il patrimonio enogastronomico, ulteriore asso nella manica del nostro paese. L’Italia è il primo Paese per numero di prodotti agroalimentari e vinicoli di qualità con riconoscimento Dop, Igp e Stg conferiti dall’UE: un mix di varietà e cura nella ricerca del gusto migliore, possibile grazie alla sapienza accumulata nel campo dell’allevamento e dell’agricoltura, settori che vorremmo vedere strutturarsi in maniera sempre meno intensiva. 
L’Italia vanta iscrizioni nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità e nella Lista del Patrimonio Immateriale Culturale Unesco, grazie ai Paesaggi vitivinicoli delle Langhe-Roero e del Monferrato, all’Arte del pizzaiolo napoletano, alla Dieta Mediterranea riconosciuta e alla Pratica agricola della vite ad alberello di Pantelleria (Unesco). Inoltre, dispone di 169 strade del vino e dei sapori e di circa cento musei del gusto (Università di Bergamo e World Food Travel Association).

Un paesaggio unico – con 40mila aziende agricole impegnate nel custodire semi o piante a rischio di estinzione – che ha naturali ripercussioni sul piano del lavoro e dell’economia.

Purtroppo è evidente come la crisi già innescata dall’epidemia di Covid-19 avrà ripercussioni nei prossimi mesi: l’intera filiera del turismo ne uscirà gravemente ferita dalle radicali misure messe in campo per contrastare la diffusione del virus. Ma è altrettanto chiaro che questi punti di forza dovranno necessariamente costituire la leva su cui far ripartire il Paese. A darci una mano, ancora una volta, la bontà dei nostri prodotti e la bellezza del territorio; qualità, come abbiamo visto, universalmente riconosciute. Proprio di recente il Daily Telegraph, uno dei più prestigiosi quotidiani britannici, ha elencato 20 motivi per cui una volta terminato il lockdown sarà d’obbligo tornare in Italia. «Nessun altro Paese – scrive il giornalista – ha tante ricchezze e una tale combinazione di arte, cultura, cibo, vino, moda, teatro, persone e paesaggi. Né tantomeno un mix così efficace di antico e moderno, bello e seducente». Ristoranti, borghi di collina e città di mare, panorami e meraviglie antiche. Tutte lì, ancora una volta pronte a risplendere.





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