Dopo il suo malgrado noto Fabrizio, nel momento in cui scriviamo, gli ultimi giorni di febbraio 2020, siamo in attesa che il più famigerato dei Corona varchi le porte delle patrie galere. L’attuale Corona(virus) sembra tirare più del precedente, poiché monopolizza tv, radio e giornali e web da quando, in 48 ore ha permesso l’assedio del Paese con zone rosse, assalti ai supermercati, esercito e droni a controllare la popolazione in quarantena.

È palese che l’emergenza sarà economica e sociale più che sanitaria, tuttavia questo è uno di quei rari casi in cui la situazione è più gestibile all’interno degli Istituti Penitenziari che fuori. Nessuno in carcere può far sentire la propria voce di protesta se viene “isolato”, nemmeno quando l’isolamento viene comminato per motivi differenti da quelli legati a emergenze sanitarie. Esistono “sezioni” apposite per isolare i detenuti, che una volta relegati in quei reparti non hanno più contatti con il resto della popolazione carceraria, fatto salvo per gli operatori, che possono però mettere in atto di volta in volta, il più opportuno dei protocolli. La comunità scientifica è concorde nel sostenere che i danni sulla salute fisica e mentale dell’isolamento sono più che rilevanti. Nel 2018, secondo l’Associazione Antigone, i provvedimenti di isolamento disciplinare nelle carceri italiane sono stati 2367: il 27,5% del totale delle sanzioni comminate dai consigli di disciplina. Sulla durata dei provvedimenti non ci sono dati. Tuttavia sappiamo per esperienza che spesso si arriva al limite massimo previsto dalla legge, 15 giorni.

Più volte, in questo spazio, ho avuto modo di parlare delle condizioni sanitarie all’interno delle carceri. In un Paese in cui i tagli alla sanità pubblica costituiscono la norma, provate a immaginare quanto può venir messo a bilancio per le prigioni…





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