C’è stato un tempo in cui Islam e hashish avevano un rapporto privilegiato, un passato ricco di spiritualità in cui la cannabis e i suoi derivati venivano usati come mezzo di congiunzione con il piano divino da fachiri, studiosi e semplici credenti. In tanti, quando sentiamo parlare di hashish, subito pensiamo a una serie di paesi, dove viene prodotto e fa parte della tradizione culturale, molti dei quali musulmani: Marocco, Libano, Afhganistan, Pakistan, solo per citarne alcuni. Oggi però lo scenario è diverso, molti giuristi islamici, gli ulema, considerano la sostanza, derivata dalla lavorazione della resina delle infiorescenze della cannabis, proibita (“haram”) al pari dell’alcol, facendo preciso riferimento ai versetti del Corano in cui viene vietato il consumo del vino in quanto sostanza inebriante. Gli ulema ritengono che le parole del Libro si riferiscono in generale a qualsiasi tipo di “sostanza inebriante” e quindi inseriscono l’hashish, in quanto tale, nel novero delle sostanze proibite. Nonostante il divieto, ancora oggi in molti paesi, l’hashish è diffuso nei costumi e come elemento culturale, sopravvive inoltre anche una visione che ne’ tollera l’uso per motivi religiosi, una pratica che si rifà ad antiche tradizioni spirituali, che considera l’hashish un mezzo di connessione con il piano divino, in particolar modo questa tendenza è diffusa presso i sufi dell’aria turco-iraniana fino al Pakistan. Ma la storia del rapporto tra Islam e hashish è molto lunga.

Esiste uno spartiacque cronologico tra l’utilizzo della cannabis a scopo medico e industriale e quello a scopo religioso grazie alle sue proprietà psicotrope. Fino al Mille infatti, nel mondo islamico, erano riconosciute solo le proprietà mediche e industriali della pianta di cannabis, proprietà che i sapienti al servizio dei califfi avevano appreso dai loro antenati pre-islamici arabi, egiziani e babilonesi, ma in particolar modo dalla vasta letteratura farmacologica e medica greca in cui erano ampiamente descritte. Il sapere farmacologico greco è giunto fino a noi proprio grazie alla tradizione islamica dei grandi sapienti dell’epoca, che tradussero i testi in arabo, quali Al-Razi e Avicenna, che dedicò intere sezioni dei suoi trattati ai poteri benefici della cannabis.

Nei primi due secoli successivi al Mille, fu opera del ramo mistico dell’islam, cioè dei sufi, la diffusione della cannabis anche a scopo religioso, che assorbirono nella loro tradizione pratiche e culti pre-islamici, dal buddismo a forme arcaiche di sciamanesimo. L’utilizzo dell’hashish, con tutta probabilità, venne introdotto all’interno delle confraternite sufi da parte dai “fakir”, una delle tendenze più umili e spirituali del sufismo. Il percorso mistico dei fakiri era caratterizzato da lunghi periodi di ascesi e peregrinazioni, soprattutto nell’area indo-iranica, durante le quali conobbero l’hashish e il suo consumo come strumento che favoriva il contatto con Dio grazie alle sue proprietà psicotrope.

La resina della cannabis, pressata e trasformata in hashish, dall’essere utilizzata quasi esclusivamente dai fakir, conobbe ben presto un uso più diffuso soprattutto tra le classi sociali subalterne e all’interno delle confraternite sufi che mangiavano l’hashish per migliorare la meditazione e l’ascesi mistica. Una leggenda sulla nascita del sufismo narra di quello che può essere considerato un “viaggiatore psichedelico” ante litteram, un saggio chiamato Shayk Haydar che illuminato durante un’epifania, scoprì le proprietà psicotrope della pianta e trascorse gli ultimi dieci anni della sua vita digiunando e ingerendo solo cannabis. L’hashish in ogni caso non veniva utilizzato solo dai mistici e dagli asceti durante le loro meditazioni e i loro digiuni, divenne infatti molto diffuso anche tra le classi popolari che, essendo povere, lo utilizzavano per raggiungere stati alterati al posto del vino, che era molto più costoso e appannaggio dai ricchi. Tale era la diffusione della cannabis nel mondo islamico che esiste persino una figura molto simile a quella di un suo “patrono” e cioè Al-Khadir, detto anche “Il Verde” o “il Verdeggiante”, che veniva raffigurato come un anziano fachiro, interamente vestito di verde, che poteva essere incontrato in luoghi solitari e lontani da coloro che vagavano alla ricerca di Dio. Era considerato il maestro spirituale di quelli “iniziati da nessun maestro” o anche la personificazione dell’energia spirituale a cui tendeva chi voleva raggiungere l’illuminazione mistica.

Molto nota, anche nel mondo occidentale, è la storia, ammantata di leggenda, del Vecchio della Montagna e degli hashashin, di cui parla anche Marco Polo nel suo Milione. Hassan-i Sabbah, questo il nome del Vecchio della Montagna, fu un personaggio molto controverso, con tendenze sufi, che intorno all’XI secolo, riuscì ad assumere un peso politico e religioso rilevante nel califfato fatimide grazie a un vero e proprio esercito di assassini professionisti, formato per lo più da orfani poveri, chiamati appunto hashashin, ovvero consumatori di hashish, da cui deriva il termine “assassino”. Questi giovani venivano strappati dalla strada in tenerissima età ed educati con la lettura del Corano e con massicce dosi di hashish all’interno di un palazzo, la fortezza di Amut, ricco di delizie, fontane che zampillavano vino e donne; gli veniva fatto credere di trovarsi in paradiso e che ne sarebbero stati ricacciati via se non avessero obbedito agli ordini del Vecchio che, alla cui morte avvenuta nel 1124, aveva raggiunto un potere tale che si estendeva dal Cairo a Samarcanda.

La parziale invasione mongola dei territori musulmani, la crescita e la diffusione della via sufi e il potere che ancora deteneva l’esercito degli hashashin, furono tutti fattori che indussero gli ulema, intorno al XIII secolo, a vietare del tutto il consumo di hashish considerandolo “haram”. Passò così dall’essere diffuso e considerato una medicina, all’essere definito narcotico e tossico e quindi peccaminoso e illegale al pari del vino. Nonostante la proibizione, il rapporto tra Islam e hashish nei secoli successivi non è mai stato univoco e chiaro, in tanti paesi musulmani, ancora oggi, la produzione e il consumo di cannabis rientrano a pieno titolo nelle abitudini, nei costumi e nelle pratiche spirituali di tanti dall’India al Marocco.

Massimiliano Palmesano





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