Mi piace molto definire l’anno passato come l’anno del coraggio. È stato un anno diverso dai soliti anni “fotocopia”, quelli che quando ci guardiamo indietro, abbiamo l’impressione che non sia accaduto niente nuovo.

L’anno scorso ho fatto una di quelle cose che di solito si sentono sempre raccontare dagli altri: sono partita per un viaggio in solitaria di 5 mesi. Che a raccontarlo ancora non mi sembra vero.

Ma come si arriva a fare una scelta del genere? Dove lo si trova il coraggio?

Da quando sono partita mi sono sentita ripetere più volte frasi del tipo: «Sei davvero coraggiosa» oppure: «Se avessi il tuo coraggio lo farei anche io». E si riferivano al coraggio di lasciare il proprio lavoro per sei mesi senza stipendio e di buttarsi in qualcosa di ignoto, affrontando solitudine e diversità. E il fatto è che io non mi sentivo coraggiosa, anzi, una delle parole che ripetevo più spesso era: “Paura”.

Poi ho capito che in fondo il coraggio non è l’assenza di paure, ma il desiderio e la forza di volerle superare. E come si fa allora? C’è una frase che è diventata il mio motto: «Do everyday something that scares you».

Affrontare le paure, qualunque esse siano, è una cosa che ci fortifica e ci fa crescere, ma soprattutto ci fa conoscere cose di noi stessi che non sapevamo. E io avevo proprio bisogno di questo; questo viaggio dall’altra parte del mondo era una delle cose mi faceva più paura in assoluto. Ed essere da sola, lontana da tutti i miei riferimenti, era l’unico modo certo che mi avrebbe consentito di affrontarle.

L’idea di questo viaggio nacque quando in Cambogia incontrai un ragazzo francese: aveva chiesto un periodo di aspettativa di 7 mesi per fare il giro del mondo in solitaria. Mi si accese una lampadina. Tornai in ufficio e la chiesi anche io. L’azienda accettò; non so se fossi più preoccupata o contenta, ma non avevo più scelta. Dovevo passare all’azione: prenotai un volo di sola andata per Bangkok.

In realtà quel volo per Bangkok non lo presi mai: a 3 giorni dalla partenza lo spostai. Forse non mi sentivo ancora pronta. O forse avevo un altro grande sogno: un viaggio in bicicletta. E quello era il momento migliore per farlo.

Il 1° agosto caricai la mia bici da corsa con tenda e sacco a pelo prestati da amici e un po’ di agitazione. L’agitazione svanì dopo i primi km, lasciando spazio all’entusiasmo per questa nuova avventura, forse la più importante della mia vita.

Mi resi ben presto conto, che in realtà non dovevo fare molto, bastava un minimo di fiducia in se stessi, e soprattutto fare la cosa più ovvia che si può fare in bici: pedalare. Non serviva coraggio. Non c’era niente di spaventoso. C’erano strade da percorrere, paesaggi fantastici da ammirare e incontri magici che mi aspettavano lungo la strada.

Fu così che in 24 giorni percorsi quasi 2.000 km, scalando 16 passi alpini e 24mila metri di dislivello. Pedalai da sola fra le Alpi dalla Francia alla Slovenia, affrontando fatica, paura e solitudine, gioia e soddisfazione. Perché scalare ogni giorno dei passi alpini, significa pedalare anche 5 ore in salita. Significa a volte pensare di mollare, ma poi resistere e continuare. Ma soprattutto significa ogni giorno raggiungere un grande traguardo.

Tornata a casa ero finalmente pronta a prendere il volo per Bangkok. Non è che mi fosse passata la paura, ma forse avevo acquisito più fiducia in me stessa.

Nepal

I primi giorni in Tailandia furono strani. Dovevo abituarmi a questo nuovo stile di viaggio: mi trovavo in un paese molto diverso dal mio e poi avevo uno zaino al posto della bici: due modi completamente diversi di viaggiare; in bici si pedala e si è attivi in ogni istante della giornata e ogni km percorso può sorprenderci con qualcosa di nuovo: la nostra mente è continuamente soggetta a stimoli esterni. Con lo zaino invece ci sono momenti vuoti e quando si prende un autobus o un treno per spostarsi e un po’ come se ci si stesse perdendo qualcosa dei luoghi che attraversiamo.

Ma torniamo alla Tailandia. Cosa mi ha lasciato questo paese?

Innanzitutto è qui che ho iniziato a capire che viaggiare da sola dall’altra parte del mondo non era una cosa così spaventosa. E poi un’esperienza che mi ha cambiato la vita: vivere in un monastero buddhista praticando la meditazione Vipassana. O almeno provandoci.

Meditare infatti non è semplice, soprattutto per una persona come me, nella cui testa i pensieri viaggiano a mille all’ora. Ed è proprio questo il punto; con la meditazione cerchiamo di riportare la nostra mente al momento presente, così da smettere di preoccuparci di cose sulle quali non abbiamo controllo: il passato e il futuro. Sembra più facile a dirsi che a farsi, soprattutto quando si ritorna alla vita di ogni giorno. Ma porterò per sempre con me questi insegnamenti di avvicinamento alla felicità.

Dovevo proseguire il viaggio in Laos e poi Vietnam. Ma ancora una volta cambiai programma e mi ritrovai in Nepal. Non sapevo niente di questo paese e l’impatto fu forte.

Il Nepal è quello stato dove la bandiera è l’unica al mondo a non avere forma quadrangolare e dove il fuso orario è in 15 minuti e non in ore. Dove non è scontato avere una doccia calda e spostarsi da un luogo all’altro, anche per pochi chilometri, può diventare un atto di coraggio.

Ma il Nepal è anche quel paese dove trovi fiori per terra davanti alle porte come auspicio di buona fortuna e dove alzando il naso in una giornata limpida puoi ammirare montagne alte oltre 8000m.

Quel mese ho affrontato un trekking in cui non stavo bene e ho dormito in posti tutt’altro che confortevoli. Ho parlato con uomini che mi approcciavano proprio perché ero donna e non perché volessero aiutarmi. Ho viaggiato su autobus trasandati e affollati senza sapere bene dove fossero diretti, fidandomi delle loro indicazioni e soprattutto degli autisti. Perché quelle strade di montagna sono pericolose e precarie, ma per loro sono la vita.

Volevo conoscere meglio il buddismo tibetano e invece ho scoperto l’induismo con la fortuna di essere lì proprio nel periodo del Dashain Festival, per importanza paragonabile al nostro Natale.

Ho visto corpi bruciare durante le cremazioni e nello stesso luogo persone cantare e ballare.

Sono rimasta affascinata dalla vita lenta e faticosa delle campagne e da come basta una corda che si appoggia sulla fronte per portare sulla schiena carichi di ogni peso e dimensione.

Il mio viaggio in Nepal è stato duro in ogni senso. Ad un certo punto ho anche pensato di tornare a casa. Ma continuai per mia la strada consapevole che dovevo affrontare le difficoltà, anziché fuggirle.

Singapore

Pensai alle mete successive ed ero indecisa fra 2 paesi: Giappone e Australia. Grazie all’incontro di una coppia australiana conosciuta sulle Alpi, propesi per il secondo, ma non volevo starci troppo tempo: lì il costo della vita era molto alto e il mio budget ristretto. Decisi di visitare un altro paese asiatico e in base alla combinazione di voli più comoda Malesia e Singapore erano la soluzione perfetta.

Kuala Lumpur fu amore prima a vista. Prima di tutto perché realizzai, che viaggiare da sola era bellissimo. E poi Kuala Lumpur è un perfetto mix di stili architettonici moderni e antichi e dove religioni diverse convivono perfettamente. Trascorsi lì 10 giorni programmati velocemente e con ritmi serrati. Poi presi un autobus notturno e arrivai a Singapore. La mia permanenza fu meno di 48 ore e riuscii ad andare al mare, mangiare uno dei piatti stellati Michelin più economici al mondo, visitare il Marina Bay Sand con la piscina a sfioro più alta del pianeta, ammirare i suoi laser show e il parco dei SuperTree Groves. E poi a prendere un volo per Adelaide, in Australia, per l’ultima tappa del mio viaggio.

Lì comprai una bici: volevo andare da Adelaide a Melbourne, poi rivenderla e raggiungere Sydney in autostop dove il 9 dicembre avevo il volo per casa.

Ero molto felice di essere tornata in sella.

Dopo circa una settimana, incontrai un altro cicloturista: era partito dall’Inghilterra da 2 anni e mezzo e andava nella mia stessa direzione; io non ero convinta di proseguire con lui: era il mio viaggio ed essere da sola mi faceva sentire più forte. Dall’altro lato un cicloturista esperto avrebbe potuto insegnarmi tanto. Ripartimmo insieme e mi adattai subito alle sue modalità di viaggio: campeggio libero, porrige a colazione e soprattutto ritmi rilassati e un budget veramente limitato. Tutte queste novità, incluso anche il non lavarsi per giorni, mi stavano piacendo molto. Decisi di nuovo di cambiare i miei programmi e spostai il mio volo al 24 dicembre. Rientrai a casa nostalgica il giorno di Natale.

Ormai sono passati 6 mesi dal mio rientro, e quasi un anno da quando tutto ebbe inizio. E invece sembra ieri, quando presa da momenti misti fra euforia e paura, mi accingevo a lasciare Milano.

Io sono cambiata. O forse sono sempre io, ma il mio cuore è uscito allo scoperto. L’ho notato subito, quando il 2 gennaio tornai in ufficio: tutto era rimasto uguale, come se io avessi fatto un viaggio nel tempo e fossi tornata al punto di partenza.

Ci ho messo un po’ a prendere una nuova decisione, e mentre scrivo questo articolo, mi preparo di nuovo a lasciare la mia stanza milanese, ma questa volta senza una data di ritorno.

Questo viaggio infatti mi ha insegnato una cosa importante: il coraggio di scegliere. Anche quando questo ci fa paura.

Ho capito che quando si vive attivamente tutto inizia a prendere forma e che quella forma, anche se imperfetta, ci calzerà perfettamente. Perché siamo stati noi a sceglierla.

Quando sono partita avevo dei programmi di viaggio, ma ero piena di insicurezze. E mentre in viaggio i miei piani cambiavano, io diventavo sempre più sicura di me.

Un viaggio in solitaria non è solo esplorare il mondo. Un viaggio in solitaria è un viaggio alla scoperta di se stessi. Un modo per misurare i propri limiti e le proprie paure e poi superarle. Un modo per liberarsi dai soliti schemi e far emergere il nostro vero Io.

A volte scherzando dicevo che sarei tornata da questo viaggio povera fuori, ma ricca dentro. E niente fu più vero. E non scambierei con niente al mondo la ricchezza interiore che mi ha dato questa esperienza indimenticabile.

a cura di Angela Bonaccorso

Angela è una graphic designer 33enne, dall’animo un po’ insicuro e naive. A luglio 2018 lascia il suo lavoro per 6 mesi per realizzare un sogno nel cassetto: un viaggio in solitaria alla scoperta del mondo. E soprattutto di se stessa





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