A vent’anni dichiarai guerra a Kant, scoprendo che nella sua filosofia politica egli non aveva contemplato la possibilità, da parte del singolo e del popolo, di ribellarsi alla legge.

Nella sua dottrina del diritto Kant ritiene che la ribellione non sia un atto politicamente legittimo e che non se ne possa perciò fare diritto. E il me stesso ventenne, provando ritrosia nei confronti di questa idea, si infuriava, di un furore che solo la filosofia può suscitare. «Come posso seguire una filosofia del diritto che non contempla la possibilità di sovvertire l’ordine costituito?» mi chiedevo, pensando a tutte le volte in cui nella mia vita avevo agito per un senso di giustizia superiore a ciò che la legge imponeva (rarissime volte, ammettiamolo, e più per convenienza che per giustizia).

A dieci anni di distanza ricordo quel senso di ritrosia con tenerezza poiché si trattava di uno degli abbagli più clamorosi di cui sia stato finora vittima. Quell’abbaglio dipendeva dalla convinzione secondo la quale ogni atto, sia esso di obbedienza o ribellione, abbia bisogno dell’imprimatur politico, sociale e giuridico; era un gesto di autodifesa dall’evidenza secondo cui la Giustizia non è sempre garantita dall’ordine legislativo, anzi; era la paura di dovere un giorno agire al di fuori della zona di comfort che chiamiamo “legge”.

Ricordando la vicenda di uomini come Thomas Sankara è evidente che quella zona di comfort è il vero abbaglio. In essa ci sentiamo in qualche modo protetti, perché l’imprimatur politico ci dà la sensazione di avere ragione, pur ribellandoci agli uomini di legge.

Quando la legge rifiuta di dare l’imprimatur alla nostra azione, nonostante noi sappiamo incontrovertibilmente che stiamo agendo in conformità alla Giustizia, qualcosa si rompe. Scopriamo che esiste un “fuori” rispetto alla legge, che abbiamo la libertà non approvata da nessuno di agire al di fuori di ciò che è legale verso ciò che riteniamo giusto. Lì la via d’uscita si deve inventare, poiché il futuro sta oltre i confini che la legge aveva predisposto per noi. È in quel frangente che il nostro agire si trasforma in un tuffo senza rete: non esiste alcun esempio da seguire, nessun sentiero tracciato da ricalcare.

Quando agiamo al di là della legge, perseguendo un senso di Giustizia che va al di là del diritto, siamo terribilmente liberi e solitari e non c’è filosofia del diritto che possa salvarci.

A trent’anni ho perciò fatto pace con Kant perché ho capito che la politica e il diritto non possono strutturalmente giustificare la ribellione. Ribellarsi è come esplorare una terra sconosciuta, con la sola compagnia della Ragione e della Giustizia.

Come ha fatto Thomas Sankara.

 





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