2015-07-22 03.07.05 pm“Con la canapa si possono fabbricare più di 25000 prodotti, dal cellophane alla dinamite”
Popular Mechanics, 1938

Quando questa frase viene stampata, nel 1938, la battaglia del proibizionismo contemporaneo contro la canapa è appena cominciata. Della cannabis sativa, pianta dai mille impieghi, viene esaltato ed al contempo stigmatizzato il solo uso ludico-ricreativo, facendo sì che negli ultimi 70 anni poco o nulla si ricordasse degli altri ambiti di utilizzo e delle potenzialità della canapa nella farmacopea e nell’industria. Nella nostra rubrica ci occuperemo di quest’ultimo aspetto.

Che cosa si intende per canapa industriale?
Sotto questa definizione vengono denominate alcune varietà di Cannabis Sativa coltivate a scopi agricoli e industriali. Il nome non deve trarre in inganno: nonostante si tratti di cannabis sativa, vi sono sostanziali differenze con le specie utilizzate a scopo ludico o farmacologico (in breve: la canapa industriale non è marijuana!). Vediamone alcune:

1. la cannabis sativa coltivata a scopo industriale ha bassi livelli di THC (delta-9 tetraidrocannabinolo, il principio responsabile degli effetti psicoattivi), inferiori all’1%. In Italia, per legge, questo valore non deve superare lo 0,2%. Per la canapa coltivata a scopo ricreativo o farmacologico invece si ricerca un alto tasso di THC. Nella canapa industriale invece è più alto il livello di CBD (cannabinolo, che nella marijuana è responsabile dell’azione sedativa); il rapporto CBD/THC è maggiore di 1 nella canapa industriale, minore di 1 nella marijuana.

2. per gli usi industriali vengono utilizzati i semi e le fibre, mentre per gli usi ludici e medici si scelgono i fiori della pianta femmina e, in subordine, le foglie.

3. la canapa industriale e la marijuana sono scientificamente differenti e vengono coltivate in modo diverso: le piante di canapa industriale sono seminate a pochi cm di distanza l’una dall’altra, non vengono fatte ramificare né portate in fioritura: l’intero ciclo vitale, quindi, si estende per una durata di circa 120 giorni, più breve di quello che generalmente deve seguire una pianta coltivata per uso medico o ludico.

Di cosa è fatta la canapa?
La pianta consiste circa del 10% di radici, 60-70% fusto e rami, 15-20% foglie, 5-15% semi. Chimicamente, per il 90% è composta di cellulosa, e per il resto di lignina.

Quali sono i possibili impieghi della canapa industriale?
Il primo che viene in mente, probabilmente per ragioni storiche, è quello tessile. Dalla canapa si ricava un tessuto estremamente resistente e versatile: buona parte dei quadri che vediamo nei musei sono dipinti su tela di canapa (sulle didascalie c’è scritto “canvas”) e la parola è entrata nel lessico usuale, se il comune canovaccio da cucina deriva il suo nome proprio dalla canapa.
Ma la cannabis sativa non è solo una pianta che ha… stoffa: viene impiegata nell’industria come materiale per costruzione, come biomasse (alternativa ai combustibili fossili), come carta alternativa a quella prodotta dal legno (la Bibbia di Gutenberg, così come la Dichiarazione Di Indipendenza degli Stati Uniti, sono stampate su carta di canapa), nei prodotti di cosmesi o come base per la plastica: infatti il costituente principale (77%) delle comuni plastiche è la cellulosa, e la canapa è tra i vegetali più produttivi sotto questo aspetto. Essendo poi una pianta annuale, non necessita di lunghi percorsi di riforestamento come accade per gli alberi. La coltivazione inoltre può essere completamente organica, a differenza di quanto avviene per esempio, per il cotone che richiede un massiccio utilizzo di pesticidi; le fibre possono essere estratte a mano, come accade per il lino; la canapa in effetti è simile al lino per quanto riguarda i costi e la tessitura, ma contiene il doppio di fibre ed è più forte e resistente.

Si può coltivare in Italia la canapa industriale?
Fino agli inizi del XX secolo, l’Italia era il secondo produttore su scala mondiale di canapa, dopo la Russia, e la sua qualità era riconosciuta e apprezzata. Purtroppo, l’associazione un po’ paranoica di questa utile pianta a un campionario orrorifico di devianze giovanili (tutte tra l’altro, smentite clamorosamente sia dai ricercatori che dai consumatori), nonostante il basso livello di THC presente nelle specie da fibra, ha negli anni disincentivato la coltivazione. In Italia essa è ancora possibile, ma solo se si è coltivatori professionisti e in possesso delle apposite autorizzazioni. Esistono anche sovvenzioni della Comunità Europea, se si seguono determinate regole: bisogna inserire nella domanda PAC la coltivazione di Canapa da fibra allegando i cartellini originali dei semi e fattura di acquisto; seminare esclusivamente con sementi di varietà certificate con THC non superiore allo 0,2% come elencate nell’allegato XII del Regolamento (CE) N. 1251/99; comunicare della coltivazione alla più vicina stazione di polizia (Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia di Stato); il quantitativo minimo di seme previsto dalla legge è kg 35/ha, mentre in realtà è necessario seminare kg 50/ha; stipulare un contratto di conferimento con primo trasformatore autorizzato e consegnarlo all’AGEA (Agenzia per le erogazioni in agricoltura) entro il 15 luglio dell’anno di coltivazione.

Oltre alla lunga trafila burocratica, a scoraggiare i coltivatori contribuiscono anche le visite delle forze dell’ ordine per prelevare campioni di vegetale: l’autorizzazione al raccolto verrà solo dopo le analisi di laboratorio per controllare che il livello di THC sia sotto la soglia legale. Capita anche che le lunghissime attese facciano deteriorare il prodotto, diminuendo ancora gli utili del coltivatore. I più rinunciano così a produrre la materia prima per tantissimi prodotti di lunga durata, di basso impatto ambientale e di totale rinnovamento. E’ un peccato: perché, oltre a dare un colpo immeritato alla biodiversità, ci priviamo di un’opportunità energetica ed economica di grande rilievo.

fonti: naihc.org, industrialhemp.net, concept420.com
a cura della Tiaccaci – produzioni www.tiaccaciproduzioni.info





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