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Intervista a Bassi Maestro: Stanno Tutti Bene, Finalmente Out

Intervista a Bassi Maestro: Stanno Tutti Bene, Finalmente OutIl 14 Febbraio è una data interessante per tanti motivi. Intanto è San Valentino, ma questo non è così importante. In secondo luogo, inizia il Festival di Sanremo e che ci piaccia o no saremo tartassati, le classifiche saranno invase dai dischi degli artisti e peggio ancora dalle compilation della manifestazione. Ma un rapper che si rispetti aspetta questo 14 Febbraio perchè Bassi Maestro esce con quello che sembra essere il suo disco più intimo e – opinione personale – potenzialmente più bello. Si chiama “Stanno tutti bene”, come il film di Tornatore rifatto da Robert De Niro. E’un disco corto, compatto e con dei beat e delle strofe incredibili.
E’una delle giornate più fredde degli ultimi anni. Bassi ci invita nel suo studio per farci ascoltare il suo nuovo disco, “Stanno tutti bene”: un lavoro che sembra essere destramente interessante e destinato a far parlare – benissimo – di sé. Ne nasce una chiacchierata ad ampio respiro, in cui l’artista ci racconta la sua nuova fatica e il parere di chi l’hip hop da quasi vent’anni lo vive tutti i giorni con la stessa passione.

 

Che dire di “Stanno tutti bene“? Cosa dobbiamo aspettarci?
È un disco che a differenza dei miei precedenti e degli altri che sono in giro adesso, non è un prodotto da anteprime. Va ascoltato per intero. Mi piacerebbe che arrivasse in blocco e questo è il motivo per il quale non ci saranno video introduttivi, né grafiche che anticipano la musica. Ho cercato di usare dei featuring attuali che allo stesso tempo corrispondono con i miei gusti musicali, con le mie idee.

Comunque una sorta di introduzione al disco l’hai poi data con “Tutti a casa”…
Non c’entra niente, in realtà. “Tutti a casa” è un album che posso fare una volta all’anno, è il mio classico pastone di pezzi classici, un disco che non mi aspettavo nemmeno avesse una risposta positiva.

Invece l’ha avuta.
Sì, sicuramente ha avuto una buona risposta, ma è un disco che non è stato fatto con la pretesa di lasciare qualcosa, questo lo dico chiaramente. Anche il fatto di aver chiamato molti ospiti lo rende un prodotto molto meno personale di “Stanno tutti bene”, sul quale ho cercato invece di mantenere un suono eterogeneo, che spaziasse tra tutte le mie influenze, legate o meno al rap. Ma non parlo di crossover, quello è un’altra cosa: ho cercato di dare al disco un suono abbastanza unico, nonostante le influenze.

Anche se poi esiste un vero trait d’union tra i due lavori, che hanno i titoli di due film: il primo di Comencini, il secondo di Tornatore, e con due spiriti abbastanza delineati.
In realtà l’idea del film l’ho abbandonata; prima volevo fare un concept album, con gli skit e altro, ma poi ho pensato che il messaggio non sarebbe arrivato, in quanto di questi tempi una cosa così si perde. Rischiavo di fare un album che sarebbe stato ascoltato a pezzi come si usa oggi, fare una cosa più lunga del dovuto, senza arrivare al punto. Invece ho preferito concentrare le cose, fare dei brani fini a sé stessi, che iniziano e finiscono, senza skit né collegamenti, proprio per permettergli di arrivare a tutti: dal ragazzino che si ascolta il singolo pezzo a tutti gli altri. Mi piacerebbe che questo disco venisse ascoltato per intero. Non so bene cosa aspettarmi, non lo ha ascoltato quasi nessuno per adesso.

Questa è un’idea interessante, ad esempio in una intervista fuori onda in radio, Marracash sosteneva che ora come ora sia quasi inutile fare dischi con 14/15 tracce, ma che valga la pena fare dei singoli e magari degli EP, perché ormai l’ascoltatore fruisce la musica in questo modo..
Può essere vero, ma secondo me questo ti porta a fare dei dischi poco consistenti; spesso negli album ci sono un sacco di riempitivi, tanti pezzi che risultano un po’ delle occasioni sprecate. Altre volte ci sono dei dischi che casualmente sono veri e propri colpi di genio, tipo quello di Salmo, che indipendentemente dal fatto che non tutti i pezzi possano essere forti, è geniale. Un po’ come “Sindrome di fine millennio, lui non sapeva di star realizzando una pietra miliare! Quelli sono dischi che non sono calcolati a tavolino: se dovessi mettermi a progettare una cosa simile, non ci riuscirei.
Quindi mi sono detto: o faccio il solito disco, oppure mi invento una cosa che non ho ancora fatto e mi spingo un po’ più in là.

Tra l’altro “Stanno tutti bene” è un disco ufficiale dopo tanti anni, quale è stato l’ultimo? Nel frattempo non sei stato fermo, hai messo su famiglia..
Sì, ho anche costruito lo studio. L’ultimo disco era stato “HATE”, ma nel frattempo ho pubblicato “VELM”, “Sushi”, “Vivo e Vero”, “La Lettera B” e altre cose. Sicuramente l’esperienza che più ha influito sulla mia produzione è stata il mio lavoro negli States. Negli ultimi due anni mi sono focalizzato molto su quel progetto. Adesso invece ho deciso di tornare a concentrarmi sull’Italia, sui miei lavori, anche perché di produrre cose per altre persone onestamente è da un po’ di anni che non mi va più. L’ultimo è stato Baba, una vera soddisfazione! Lui è un professionista serio, mi è andata di lusso. Faccio musica per divertirmi e non con altri obiettivi. Non mi metto a cercare l’Emis Killa della situazione, anche se lui mi piace ora come ora. L’ho fatto tante volte, ma mi sono sempre stufato dopo un po’.

Intervista a Bassi Maestro: Stanno Tutti Bene, Finalmente Out

Ho notato con grande dispiacere come alcuni rapper usciti tra il 2004 e il 2006, alcuni anche lanciati da te, alla fine siano un po’ “spariti” – passami il termine – o comunque facciano poco…
Chi è rimasto in piedi continua a coltivarsi il proprio pubblico. Per quelli che si sono un po’ seduti invece non è facile, molti si sono rinnovati, hanno cambiato direzione, sono diventati produttori. Quello è sicuramente un bel risultato a livello generazionale, tanta della gente uscita in quel periodo sta facendo i numeri. Mi sembra che sia la prima generazione di rapper che sia arrivata a dei risultati concreti e importanti.

Ma l’esperienza americana cosa ti ha portato?
Mi ha dato delle belle soddisfazioni, soprattutto a livello personale. Ho ottenuto cose che non mi sarei mai aspettato, collaborando con alcune delle persone che ho sempre ascoltato quando sono cresciuto ascoltando hip hop, sia indirettamente che direttamente. In ultimo il tour con i Beatnuts è stata la cosa più divertente in assoluto: mi sono trovato sul palco con delle persone che andavo a vedere in concerto, ero realmente un terzo del gruppo a tutti gli effetti, una parte propositiva dello show con un ruolo che mi rendeva parte dell’insieme. Ci siamo trovati su tutto e non sempre succede. Credo che ci siano due modalità: o hai una botta di culo e imbrocchi per caso una hit lavorando con qualcuno di grosso, oppure sono convinto del fatto che uno che possiede delle buone potenzialità possa arrivare, ma deve vivere lì, ed è una cosa che io non mi posso permettere, dato che ho impostato una vita in Italia e non ho più vent’anni. Non è che ti dicono “No, tu hai 40 anni, non puoi farlo”, per loro esiste solo la capacità di far le cose bene e di conseguenza venire apprezzato per quello che fai. Il bello dell’hip hop è che se uno ha esperienza e conoscenza nel settore o nel campo, ti viene riconosciuto. Se hai riferimenti comuni e vedono che sai quello che stai facendo, ti danno credibilità. È stata una grande soddisfazione.

Ma ti fidi ancora degli americani, dopo quello che è successo?
Quelli sono episodi che non sono legati direttamente agli artisti, quindi mi fido degli americani come mi fido degli italiani. Sicuramente da una parte è stato spiacevole, perché è chiaro che uno vorrebbe avere tutti i crediti del caso quando fa un lavoro. Dall’altra, non sono il primo né l’ultimo a cui succede. Certo, ovviamente se mi chiede un beat un americano non è che dico di no, per me è tutta promozione, però almeno che abbia un po’ di rispetto se sa che il beat è mio: che almeno mi dia il credito, così posso lavorarci un po’ su.

Tra l’altro il beat “incriminato”, nel caso di Rakim, era quello di “Tu non mi rispetti”, quindi oltre al danno la beffa..
Mai titolo fu più azzeccato! Sono cose che succedono, a loro arrivano cento dischi, io poi ho incontrato Rakim e lui nemmeno lo sapeva. Gli hanno girato i beat chiedendogli di fare un pezzo, lui non ne sapeva nulla, ma la discografia americana lavora in questo modo. Questo pezzo a quanto mi hanno detto fino al giorno prima, non doveva essere nel disco. Era stato registrato 5 anni prima e quando lo hanno sentito si sono esaltati, allora lo hanno re-inciso.  Mi sono tolto molte soddisfazioni da quelle parti, ho fatto uscire un EP di un rapper di Harlem, Liquid. Alcuni di quei pezzi sono stati suonati nelle college radio e si sono piazzati discretamente nelle loro classifiche. Uno è stato remixato per il sito di Hip Hop Sisters, di Mc Lyte. Sono soddisfazioni, poi da cosa nasce cosa. Con Mic Geronimo ci siamo trovati bene; ho fatto un pezzo con AG, in studio con lui. Ho sempre preteso che le cose venissero fatte assieme, anche coi Beatnuts è stata la stessa cosa. Sono tutti sfizi che mi sono tolto, ma al momento mi voglio concentrare sull’Italia. La mia grande scommessa è di rimanere in gioco con l’umiltà di uno che fa musica da vent’anni, che potrebbe non avere più nulla di nuovo da dire, ma che prova comunque a reinventarsi a capo dell’esperienza che ha. “Tutti a casa” è una summa di quello che ho sempre fatto e che continuerò a fare, perché è la musica che mi piace. Con “Stanno tutti bene” diversamente provo a dare un taglio e una prospettiva differente, cercando di essere più onesto e mettendomi in gioco completamente. Se la cosa funziona e riesco a guadagnarmi la fiducia delle nuove generazioni con onestà, lo apprezzerò; la cosa che ovviamente cerco di fare è stare al passo coi tempi, come tecnica e produzioni intendo.

Anche “Musica che non si tocca” era un prodotto molto onesto.
Sì, ma è  stato un disco facile, perché Shocca ha quelle bellissime produzioni che vanno in quella determinata direzione. Quello è Shocca e quello sono io sulle basi di Shocca. Mettersi in gioco vuol dire anche cercare di trovare il modo di lavorare i campioni, certe sonorità, senza essere né banale né fuori luogo, perché chi sperimenta troppo rischia di essere poi classificato sotto altri generi musicali. Ci vuole poco: se sei a 120BPM già non sai più che genere stai facendo e se metti due suoni in più passi dall’hip hop alla dubstep. Quindi è facile pensare “faccio un pezzo con Guè”, allora faccio la solita roba con Guè, “faccio un pezzo con Salmo”, allora prendo una base dubstep. È quello che fanno tutti! Tutti quelli che fanno un pezzo con Entics, gli fanno fare un ritornello, non è quello che interessa a me come evoluzione.


Discutevamo poco fa di un video di questo rapper francese, Youssoupha che diceva “È inutile fare il rap se non hai niente da dire, bisogna prendere una posizione e lanciare un messaggio”.
Non sono mai stato d’accordo con questa cosa, l’ho sempre detto nei miei dischi. Il rap può essere espressione di una festa – è nato da un party – o di un messaggio. In Italia che  il rap venga concepito come forma di protesta sociale non l’ho mai tollerato. Apprezzo un sacco un artista come Fedez, che magari non riscontra i miei gusti musicali in fatto di rap, ma comunque dice delle cose che per la gente della sua generazione risultano come un messaggio contro gli stereotipi della società. A me può risultare banale, ma io ho 40 anni e queste robe le sento da una vita. Ma un ragazzino di 15 anni, che cresce ascoltando le cagate della radio, magari ci pensa su. Non sono mai stato molto politicizzato, ma penso che lanciare un messaggio di questi tempi sia importante: anche un 12enne si accorge che viviamo in un paese che ha dei problemi..

Si discuteva del fatto che se non punti sul contenuto devi quantomeno avere un tuo stile..
Certamente. Se prendi uno come Guè, ad esempio, lui è uno che funziona a 360°, perché è bravo sulla tecnica e nei freestyle. Se deve dire qualcosa lo sa dire, se deve scrivere un pezzo intimo lo sa scrivere. Può piacere o non piacere, ma secondo me è uno di quelli che è arrivato a una completezza artistica tale che può permettersi di fare tutto. Marra è un altro, piace tanto quando fa le metafore e le robe super divertenti, ma se deve scrivere, tira fuori i coglioni e lo fa bene. In Italia di gente brava ce n’è tanta…

Intervista a Bassi Maestro: Stanno Tutti Bene, Finalmente OutA tal proposito è apprezzabile il lavoro di reclutamento fatto da etichette come “Tanta Roba” o “Tempi Duri” di rapper che sono personaggi veri, come ad esempio Maxi B, Ensi o Clementino. Tu cosa ne pensi?
Non sono due cose uguali, hanno esigenze e direttori artistici diversi. Ognuno recluta quello che ritiene possa essere necessario a portare avanti la propria idea in maniera efficace. A me sembra invece che ci sia una bella varietà, tutte e due hanno sfaccettature interessanti, se ci pensi il primo ad uscire è stato Entics, che è diverso da Maxi B o Clementino, così come Fedez è diverso da Salmo, quindi c’è una  bella diversità. Non mi sembra ci sia questa radicalizzazione. Poi ti dirò, è giusto che ci sia spazio per tutti, ma è un po’ presto per vederne i risultati, dovremo aspettare tra un paio d’anni, sperando ovviamente per loro il meglio.

Tornando a parlare di te, invece, ascoltando “Tutti a casa” – uno dice “sarà l’età” – ma si ha l’impressione che tu sia diventato molto più riflessivo.
Beh, lo sono ancora di più su questo disco. Sono riflessivo anche se non mi mancano i momenti festaioli o di cazzeggio; ne vivo di meno perché lavoro un sacco. Mi fa un po’ ridere che ci siano tanti miei colleghi che fanno solo le serate e poi dicono “Sai, l’altra sera sono rimasto fino alle 3 a giocare con la Play”, no: io non posso farlo perché alle 10 del mattino sono qui in studio, poi torno a casa perché ho una famiglia e la sera ho la serata fino alle 5 del mattino. La vita va così, ognuno poi prende le sue responsabilità, ma questo non mi impedisce di divertirmi quando sono in giro. Non faccio il bacchettone, vivo come ho sempre vissuto queste cose e se ci sono i miei amici ancora di più. È bello essere professionisti ma non dover scindere necessariamente le due cose, motivo per il quale ho sempre fatto tutto da solo e non ho mai voluto interfacciarmi con delle strutture ufficiali, tipo uffici stampa, agenzie… Preferisco gestirmi da solo.

Allora ci prepariamo per il 14 febbraio. È casuale che il disco esca a San Valentino?
Sì, sperando sia la scelta giusta. Sarà disponibile in digitale a 7,90€, anche perché spendere di più per un disco su iTunes, col booklet e tutti i testi, non avrebbe senso. Quanto alla data in realtà è causale, in quanto avevo pensato di pubblicarlo nella prima serata del Festival di Sanremo. Mi piacerebbe avere un po’ di vendite in quelle serate; collocarsi in classifica in quel periodo, come è successo per “Musica che non si tocca” sarebbe figo, anche se ovviamente domineranno le compilation del Festival.

Hai intenzione di fare qualche azione virale-social per spingerlo?
Sì, ma non sono uno che rompe tanto il cazzo. Se esce una roba, esce. Se riusciamo partiamo con il video il giorno stesso, saremo su 105, su The Flow, niente di eclatante. Anche perché non mi interessa andare da nessuna parte, mi interessa venderlo; faremo la presentazione a Palazzo Granaio, il 18 febbraio. Chiamerò un po’ di ospiti, vorrei venisse anche Salmo, ma lui adesso suona un sacco, sta finendo il mixtape; adesso anche gli altri, Enigma ha fatto un grande salto, fa delle figate nel mixtape, anche El Raton, che è giovanissimo.

Potresti essere il loro papà, in un certo senso! Il film “Stanno tutti bene”, tra l’altro, parla di un padre che riunisce la famiglia…
Il concept del disco è quello: osservare che ognuno ha trovato la sua dimensione. Uno come Ghemon, ad esempio, dopo tanti anni di lavoro, sta trovando il responso giusto. Molti altri sono in una condizione ancor più favorevole, altri ancora puntano su un pubblico diverso, vivendo più di live che di vendite. Qualcuno ha aperto un negozio… È bello vedere che dopo tanti anni, chi ha mantenuto un’impronta solida, è riuscito a vivere con la sua arte. Chi lavora e continua a fare musica riesce ad andare avanti. Quella è gente che non si ferma, vive la musica in modo sereno. Ci sono anche coloro che con la paura di non farcela poi non si muovono. Alla fine ognuno deve guardare alle proprie possibilità. Parliamoci chiaro: non posso aspettarmi che al mio concerto vengano 2000 persone, ne vengono 300, 400, a volte 500 o 600, altre 200. Va bene così, sono fortunato, ma non farò mai il palazzetto.

Ce l’hai sempre coi giornalisti?
Sono una brutta razza! Infatti mi rivolgo sempre a persone che stimo. Molti contatti li ho, ma non mi interessano. Mi interessa molto di più di essere presente su realtà che sono vicine a quello che faccio io. Sui magazine più importanti ci sarò quando gli interesserà; non mi piace il giornalismo di tendenza, piuttosto vado su quello di settore. Non mi preoccupano le stroncature, mi preoccupa l’ignoranza. Non c’è nessuno che si occupa di fare giornalismo serio nel nostro campo e quindi spesso c’è ignoranza. Una rivista che tratta 10 generi diversi di musica, non può far scrivere le recensioni da gente che non ne capisce, altrimenti ti trovi cose fatte per essere fatte, ma che non servono a niente.

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Andrea “Teskio” Paoli e Robert Pagano

TG DV


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