HipHop skillz

Intervista a Amir

Intervista a Amir

Nella tua biografia ho letto che ti sei avvicinato alla cultura hip-hop nel 1992. Cosa rappre­sentava per te a quei tempi l’hip-hop e cosa rappresenta adesso?
All’inizio era qualcosa che non conoscevo, la seguivo per istinto e non sapevo neanche il “fine” di questa cosa né tanto meno di poterla sfruttare, tra virgolette, per realizzare i miei sogni. Adesso invece sono più consapevole, ho capito quanto le canzoni possano essere potenti ed arrivare a un pubblico vastissimo, con un linguaggio semplice come appunto è quello del rap. Questa cultura la si può amare o odiare, ma non può passare inosservata.

Spesso a causa di pregiudizi e razzismo uno straniero può avere vita dura al di fuori del proprio paese. Nel tuo caso però, dal punto di vista artistico, può essere un punto a tuo favore…
Certo, ma voglio sottolineare che io sono nato in Italia e sono figlio di un immigrato. Per questo mi sento di rappresentare tutti i ragazzi che sono nati in questo paese, che si sentono italiani, ma che in parte sono stranieri e hanno dunque dei problemi. Diciamo comunque che io mi sento italiano, ma spesso ho avuto problemi nella mia vita, come molti miei amici neri magari nati in Italia ma con genitori eritrei, che spesso vengono fermati per strada dalla polizia e trattati da stranieri o da cittadini di serie B.

Firmare un contratto con una major (la Virgin) non è cosa facile in Italia, specialmente se si fa rap. Puoi affermare di aver realizzato un sogno?
Sicuramente, anche perché non me l’aspettavo. Inizialmente i dischi erano autoprodotti o con etichette indipendenti (il mio ultimo album prima di questo l’avevo fatto con la Vibra Records di Verona, una piccola etichetta indipendente italiana che produce solo musica hip hop), qualche video fatto con gli amici e foto fatte in casa. Passare quindi ad una major dove hai un budget di 20.000 euro per un video fatto in pellicola, i migliori fotografi che ci sono in circolazione e i migliori studi di registrazione… sicuramente è un sogno. Mi sono sempre dato da fare, non sono stato fermo ad aspettare che arrivasse un contratto, ho seguito la mia strada con i piccoli mezzi che avevo a disposizione. Credo che se uno si impegna, crede in un obiettivo e non si butta giù neanche nei momenti peggiori, prima o poi questa cosa paga.

Intervista a Amir

La scena hip hop in Italia è molto complicata: spesso alcuni artisti che riescono ad emergere dall’underground vengono accusati di essere commerciali. Anche tu hai già ricevuto accuse dopo aver firmato il contratto?
La situazione è paradossale, è assurda! All’interno della scena ci si lamenta da sempre che non ci viene data la giusta attenzione da parte dei media e delle etichette e i pochi gruppi che sono emersi, tra cui i Flaminio Maphia, gli Articolo 31, Piotta, ecc, sono stati duramente criticati. Ora che gente come Fabri Fibra è in classifica, Mondo Marcio ha spaccato, io che comunque sto iniziando… per assurdo all’interno della scena continuano ad esserci persone che criticano quello che sta succedendo, quello che stiamo facendo. Io personalmente sono già stato attaccato o paragonato ad altri. Credo che chi fa parte della cultura dovrebbe essere contento di questa situazione, a prescindere dall’artista che viene spinto. Bisognerebbe anche vedere l’età di chi polemizza, perché in questi discorsi mi ci rivedo io a 16 anni… quando sei chiuso mentalmente, quando pensi di aver capito tutto della vita e credi che l’hip hop sia solo una cosa tua e dei tuoi amici. La gente deve capire che più c’è spazio a livello mainstrain e più ci sarà spazio a livello underground: più ci saranno video su MTV, canzoni rap su radio nazionali, articoli sui giornali che parlano di hip hop, anche a livello commerciale… e più ci sarà pubblico, anche per la scena underground.

Come definisci la tua musica?
Io faccio semplicemente hip hop, magari con alcune sonorità orientali, perché le sento vicine e magari prendendo spunto dall’r&b, dal soul e dal jazz… ma alla fine resta hip hop. L’importante in questa musica è il testo, quello che dici e come lo dici. Non per forza uno deve parlare dei propri problemi, di situazioni drastiche o complicate: se una persona è felice, fa una bella vita, ha una bella macchina e una bella casa… perché non parlarne? Per come la vedo io è dev’esserci libertà e ognuno deve parlare di quello che vive. L’importante è essere veri e parlare di cose hai realmente vissuto.

La nostra rivista è dedicata agli stili di vita alternativi e alla cultura della canapa. In Italia anche questo argomento è difficile da trattare, abbiamo delle leggi che mettono sullo stesso piano tutte le droghe. Cosa ne pensi?
Guarda io mi faccio le canne e non ho problemi a dirlo, perché non sono uno spacciatore ma sono un fumatore occasionale e non faccio male a nessuno. Per me è una cosa fuori dal mondo mettere sullo stesso piano cannabis ed eroina, sono dei pazzi! Se un ragazzo vuole fumare, troverà il modo di farlo anche se ciò che consuma è illegale e poi con tutti i problemi reali che può avere un tossico dipendente di eroina, creare ulteriore confusione mettendo magari in comunità un ragazzo che fuma erba, quindi rovinarlo, è una cosa sbagliatissima. A me sta cosa fa rabbrividire! Sono per la legalizzazione e assolutamente contro il proibizionismo. Poi è chiaro, va fatto tutto con moderazione, se ti fumi 200 canne dalla mattina alla sera prima o poi diventi stupido.


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Matteo “Ecko” – Pubblicato su Dolce Vita n° 6 Settembre/Ottobre 2006

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