Interviste

Intervista a Beat Assailant

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Beat Assailant è un nome da ricordare. Da Miami ad Atlanta fino a Parigi, questo artista ha utilizzato i suoi viaggi e le sue ricchissime influenze per creare un nuovo sound originale nel panorama dell’hip hop. Talentuoso e audace, Beat Assailant arriva anche in Italia con il suo secondo album Imperial Pressure (NPE/Dirty Dozen Records/Family Affair).
Vediamo di scoprire qualcosa in più su di lui!

Da dove viene il tuo nome Beat Assailant? Che cosa significa per te ?
La gente mi ha sempre chiamato così. All’inizio mi ricordo che era perché avevo lo stesso comportamento ribelle di un personaggio dell’ A-Team. Poi me lo sono tenuto quando ho cominciato nel mondo della musica.

Come è stata la tua infanzia ? Che tipo di ragazzo eri?
Ero un ragazzo normale. Andavo a scuola ogni tanto, facevo sport, uscivo con le mie amiche, cose normali…

Quando hai cominciato a dedicarti all’ hip-hop?
Probabilmente il vero inizio è stato all’età di tredici anni.

Ed i beats invece, quando hai cominciato a produrli?
Verso l’età di diciotto anni o forse diciannove. Ho sempre avuto delle idee prima di questo ma non era così facile e finalmente ai tempi del liceo uno dei miei amici ha avuto un po’ di materiale per registrare. In questo modo sono partito e non mi sono più fermato.

Sotto l’aspetto della produzione, quali sono le tue influenze?
Wow! Amo la musica quindi ti potrei dare una lista infinita. Molti artisti di jazz, funk e soul mi hanno influenzato tantissimo. Per lasciarvi spazio, vi dò solo nomi di produttori hip-hop: Ali Shaheed Muhammed di A Tribe Called Quest, J Dilla, Erick Sermon, Dr. Dre, Pete Rock, DJ Premier, e Neptunes.

Riguardo agli MC, quali sono le tue preferenze?
Q-Tip, Buckshot, Method Man, Prodigy …

Non sei come la maggiore parte dei rappers americani, come lo spieghi?
Prima di tutto sono un artista e un musicista. Parlo nei miei testi di quello che mi succede tutti i giorni. Secondo me questo basta a spiegare il perché la gente si possa riconoscere nei miei brani. Negli Stati Uniti, sono considerato “underground”, non sono un successo commerciale. Ma il singolo “Hard Twelve” del primo album ed il nuovo album Imperial Pressure hanno in ogni caso avuto buoni risultati. Abbiamo sempre gente che ci segue ed ottimi riscontri sulla distribuzione del disco. Per questo abbiamo previsto di fare un tour americano col gruppo, abbiamo tutti voglia di giocarci questa carta!.

Di che cosa hanno bisogno secondo te l’hip hop e la musica in generale?
Credo che la situazione dell’hip hop sia buona. Rap non significa “da salvare” o qualunque altro messaggio del genere. Penso che l’hip hop sia migliorato, in fondo si tratta solo di concentrarsi di più sugli artisti creativi ed originali piuttosto che sugli artisti commerciali che si copiano tutti.

La tua musica è piena d’influenze diverse tra loro e difficili da descrivere…
Penso che non corrisponda all’immagine classica del rap, ma comunque di quello si tratta. Solo fatto in un modo diverso. Non mi sento costretto ad uno stile. Faccio hip hop ma non mi fermo alle idee di base dell’hip hop. Non ci sono limiti nella musica! Ho viaggiato, ho la mente aperta per nuove idee, nuovi suoni.

E il tocco jazz, che rende il tuo hip hop così differente, viene da te o dai tuoi musicisti?
Entrambi! Come ti ho già detto amo la musica, ascolto tante cose diverse e il jazz fa parte delle mie influenze. Ma è l’incontro con i musicisti che vengono del jazz che mi permette di rendere concreti questi progetti.

Dopo il tuo primo album “Hard Twelve”, i tuoi concerti hanno confermato l’infatuazione del pubblico europeo per la tua mu- sica. Qual è la ragione di questa alchimia col pubblico?
Siamo in dieci sul palco, c’è un sacco di energia, un feeling incredibile. Tante cose succedono sul palcoscenico, è un vero spettacolo e c’è uno scambio palpabile tra noi ed il pubblico, e tutti lo possono sentire quando sono lì.

Puoi spiegarci come lavori con i tuoi musicisti? Qual è la vostra base di lavoro, come nascono i tuoi testi e il ritmo?
Il produttore, Danny Wild, ci dà l’idea con i ritmi. Dopo scelgo un pezzo che mi piace e comincio a scrivere. Penso che ogni ritmo corrisponda ad un’emozione e voglio scrivere un testo nello stesso ambiente. E’ una cosa che non si può forzare, deve essere naturale. Dopo, giriamo il pezzo a Thibault per aggiungere i fiati, poi al tastierista Nicolas Gueguen che ci propone altre idee. Appena le fondamenta del brano sono costruite, ci lavoriamo tutti insieme.

In “Imperial Pressure” si sente la volontà di ritrovare il suono più autentico e grezzo del live…
Sì, è questa la cosa interessante a proposito di quest’album. L’abbiamo registrato una prima volta. Dopo l’ascolto, non eravamo convinti al 100%. Devo dire che eravamo in tour. Senza cambiare niente ai brani, abbiamo deciso di registrarlo di nuovo per ottenere qualcosa di più vintage, più “Motown”, più 70’s. Abbiamo dunque risuonato tutto, in una sola presa, come se fossimo stati in concerto. Il risultato ci è piaciuto così.

Per concludere: il tuo ultimo aneddoto a proposto dell’erba?
E’ stato a Parigi, eravamo tre ragazzi neri a bordo di una bella macchina in un bel quartiere. La polizia ci ha arrestato assolutamente senza alcuna ragione. Hanno perquisito l’auto e noi come se fossimo dei criminali. Uno dei miei amici ha perso parecchi soldi: c’era tanto vento e le sue banconote si sono involate quando gli hanno fatto vuotare le tasche sul cofano della macchina. Era totalmente abusivo e all fine hanno dovuto lasciarci andare. La cosa divertente durante questa serata, è che anche se hanno cercato dappertutto non hanno potuto trovare la Chronic!

a cura di TILTMUSIC – www.tiltmusic.tv

 





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