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Oltre il dibattito tra i sostenitori dell’esistenza di forti problemi di dipendenza dalla vita online e coloro che invece credono si tratti di un problema sopravvalutato c’è dell’altro. Una corrente di critica radicale al modo in cui il capitalismo si è impadronito della rete e alle conseguenze che ciò sta creando. Tra questi spicca Evgeny Morozov, sociologo e giornalista autore del libro “Internet non salverà il mondo”, ormai un best-seller. Le riflessioni di Mozorov mettono in luce le responsabilità dei principali gruppi economici che governano internet sullo sviluppo del cosiddetto Internet Addiction Disorder.

«Se la fonte dei loro introiti è il nostro essere costantemente connessi, il condividi tutto che non a caso è il motto di Facebook – afferma Morozov – significa che quei colossi – da Google in giù – hanno tutto l’interesse a non farci staccare mai gli occhi dal monitor: ogni nostro clic è prezioso, è loro interesse diretto farci sviluppare una dipendenza da Internet e dal loro sito». Più stiamo online, più interagiamo con le loro piattaforme, meglio possono profilarci e, di conseguenza, monetizzare quella interazione rendendoci bersagli di pubblicità personalizzate. Insomma, la domanda è semplice: essendo che internet è gratuito, ma che le principali società che vi operano fatturano miliardi di dollari, cosa commerciano queste società? Si potrebbe rispondere che la merce scambiata sia la pubblicità, ma non sarebbe la risposta esatta. La verità è che la merce siamo noi, i nostri dati ed il nostro tempo.

I nuovi concetti che si stanno imponendo, secondo Morozov, sono quelli della mindfulness e del digital detox, traducibili rispettivamente come “utilizzo consapevole della rete” e “disintossicazione digitale”. Curiosamente questi nuovi comportamenti sono appoggiati da leader della rete come Mark Zuckerberg e il presidente di Google Eric Schmidt, il quale sostiene che «bisogna stabilire dei momenti in cui essere On e Off, non essere sempre connessi». E allora la realtà è che vogliano veramente utenti più liberi e meno connessi? Tutt’altro. Mai prima d’ora la connettività ci ha offerto tanti modi per disconnetterci, ma si tratta di una trappola. «Provano a convincerci che lo stress causato dall’essere online sia causa di una qualche forza autonoma e inesorabile – modernità, progresso, tecnologia – o danno la colpa alla nostra incapacità di reagire o, peggio ancora, al fatto che non abbiamo scaricato le app contro lo stress» scrive Morozov, ma il tutto è studiato: vogliono che ci rilassiamo offline per qualche ora per poi tornare più pronti di prima a cliccare, postare, ricercare, acquistare. Questa è la dipendenza da internet. La soluzione per l’autore è quella di cominciare percorsi di disconnessione non per ricaricare le pile, ma per «sabotare le tattiche di induzione alla dipendenza messe in atto dalla Silicon Valley».





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