Per esorcizzare il lato oscuro e l’immaginario distopico che sembra talvolta scaturire dalle cronache quotidiane, capita che ci prendiamo ironicamente gioco dell’utilizzo di internet come macchina di intrattenimento universale a cui restare continuamente collegati. Eppure non è internet che nutre la nostra dipendenza da contenuti più o meno stupidi, siamo noi stessi che alimentiamo i grandi social network regalando loro tutta la nostra attenzione, oltre che informazioni personali, anche sensibili, senza batter ciglio.

L’allarmismo che il giornalismo di costume fa di internet e del luogo comune della minaccia tecnologica ha superato i limiti del ridicolo, con hacker russi che spuntano qua e là nei telegiornali. Vorrei evitare quindi di parlare della solita critica al comportamento sul social network di riferimento di un certo tipo di utenti e chiedermi però una cosa più banale: c’è ancora spazio per un’aggregazione che sfrutti costruttivamente gli spazi virtuali? O piuttosto, date le premesse, cosa significa esprimersi online su Facebook, Twitter, Instagram per un adolescente in un Paese con un regime autoritario? Ciò che è frivolo e innocuo in un contesto come funziona se cambiano le condizioni di contorno?

«Fino a pochi anni fa tutti parlavano di come rendere internet più libero, adesso discutono di come controllarlo» scriveva il New York Times, nel 2011, per recensire Net Delusion di Evgeny Morozov, un libro che decostruisce pezzo per pezzo tutta la narrativa salvifica dei social network che ha portato alle Primavere Arabe, specialmente riguardo a paesi come Iran ed Egitto. Recentemente, il governo turco ha rallentato o bloccato servizi come WhatsApp, Facebook e Twitter. Durante alcune proteste e nei giorni successivi al tentativo di golpe ai danni del presidente Erdogan, non sono mancate le notizie di controlli su persone a cui veniva richiesto di esaminare il proprio telefono, se necessario intimando di sbloccarlo. Ma anche negli Stati Uniti di epoca trumpiana non sono mancati episodi analoghi, con passeggeri in entrata a cui veniva chiesto di controllare smartphone, nel caso fosse necessario chiedendo di fornire eventuali password.

L’utente di Twitter @yellowcardigan se lo chiede in modo molto pungente: «Un gioco molto divertente sarebbe immaginare che cosa del mio passato potrebbe essere utilizzato per giustificare la futura violenza dello stato contro di me». L’ironia ci salva fino a un certo punto e di sicuro l’umorismo non è mai stato l’esercizio intellettuale preferito dai regimi autoritari, eppure è difficile non chiedersi: e se tutto questo ci esplodesse in faccia tra una decina d’anni? Se un giorno qualcuno ci chiedesse spiegazioni riguardo a un commento politico pubblicato su una pagina Facebook?

Quello che dovremmo invece chiederci è: come abbiamo potuto rendere la più rivoluzionaria tecnologia di comunicazione della storia nient’altro che un dispositivo globale di raccolta di dati personali? Più che delle limitazioni alla nostra libertà nella società di oggi, o al cattivo uso della stessa, dovremmo chiederci se la nostra ingenuità non vada a compromettere seriamente le libertà degli abitanti della società di domani. Potremmo aver inconsapevolmente costruito, a forza di like e condivisioni, la gabbia ideologica di cui saranno prigionieri.

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