Una manifestazione del 2014 in Burkina Faso

Thomas Sankara… Uno di tanti, uno della stessa pasta di Martin Luther King, Malcolm X, Oscar Arnulfo Romero, Margarita Murillo, Berta Caceres, Mahadeo Roopchano Sadloo Sadloo e tanti altri, fatti di quella pasta con cui è forgiata la coscienza e che non concepiscono la propria dignità e la propria libertà se non condivisa e vissuta con consapevolezza da tutti.

Uomini e donne che sono stati uccisi per rivendicare una vita dignitosa per i propri popoli, per le proprie etnie, uomini e donne dotati di un coraggio straordinario, lo stesso coraggio di tutti quei giornalisti, rappresentanti delle istituzioni, leader di movimenti per i diritti civili che hanno pagato di persona il loro impegno per la liberazione di altri, in tutto il pianeta.

Sono certamente centinaia di migliaia i nomi di persone che per rivendicare il diritto alle proprie scelte, siano queste religiose, politiche, sessuali, filosofiche o semplicemente non conformi alla convenzione sociale, sono stati uccisi a causa del loro impegno nella battaglia, ma sono sicuramente decine di milioni quelli che hanno pagato duramente con il carcere o l’emarginazione sociale il semplice fatto di appartenere a un’etnia o a un gruppo sociale o di simpatizzare con le rivendicazioni da questo espresse.

È difficile e forse azzardato trovare un filo che può ricondurre il messaggio di Thomas Sankara e di tutti gli altri martiri per la libertà dei popoli al tipo di battaglia per i diritti civili che stiamo conducendo oggi in Italia, ma c’è un minimo comune denominatore che è relativo al Potere e alla sua permanente capacità di trasformare la scenografia mantenendo immutata la sceneggiatura, che ci permette di comprendere che ogni battaglia è importante per la liberazione delle coscienze, per creare consapevolezza, per non sentirci stupide pecore in un gregge rassegnato al macello.

Tutti i nomi che ho elencato in apertura di questo articolo rimarranno nelle nostre menti per sempre, ma nei nostri cuori vive anche l’amarezza e lo sconforto nel notare che gli africani, le etnie indios mesoamericane e gli afroamericani in USA, vivono ancora le stesse prepotenze e le stesse ingiustizie che subivano quando questi grandi leader erano ancora vivi e lanciavano un messaggio di speranza.

Tutto cambia perché nulla cambi, questa è la sconfortante verità, viviamo in un sistema che attraverso i finanziamenti al terzo mondo, crea lo stesso rapporto di sudditanza di questi Paesi nei confronti dell’Occidente come nei secoli di colonialismo dichiarato.

Viviamo ancora in un’epoca culturale che prevede la pena di morte in molte nazioni, che predica l’obbedienza alle leggi anche se sono in aperto contrasto con i principi universali e con il buon senso, che tollera che pochi ricchi decidano della sorte di miliardi di persone, che ancora giustifica la guerra come risoluzione per controversie territoriali o per l’accaparramento di risorse, che vede un’umanità incapace di liberarsi di chi continua a decidere per conto di tutti ciò che è bene e ciò che è male.

Ma purtroppo oggi mancano soprattutto quegli uomini e donne dotati di anima, pronti a sacrificarsi per gridare contro l’ingiustizia, uomini e donne che sanno che indipendentemente da quella che sia la battaglia, questa va combattuta fino alla fine, con coraggio, pronti a subire qualsiasi epilogo nella storia della loro vita.

A tutti loro va il nostro pensiero mentre noi dovremmo far nostro il loro messaggio: ad ognuno la propria battaglia, insieme si può e prima o poi… Ce la faremo!

a cura di Giancarlo Cecconi
portavoce ASCIA e CIP

 





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