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Andare a Creta ed essere un turista, ti costringe a smettere di esserlo, trasformandoti per forza di cose in un viaggiatore curioso. Ma la crisi della Grecia è nera, ed a volte, come uno squalo, azzanna anche questi suoi lembi di terra inermi, coccolati dall’Egeo.

Due bicchieri di raki, la grappa locale, offerti appena uscito dall’aeroporto alle otto di mattina da un uomo che te ne vuole vendere un po’, sono una faccenda seria. Ma quando la tua ragazza ti fissa e ti ricorda che ancora dovete trovare l’appartamento e tutto il resto, rinunci e ne accetti soltanto uno. Siamo a Creta, aeroporto di Chania, adesso qualche ora di pullman e arriviamo alla base: Chersonisou. Questo benedetto bus, per percorrere nemmeno 200 chilometri in linea d’aria, impiega quasi sette ore. Tutto sommato però niente male, riusciamo a farci un’idea del paesaggio: palme meravigliose, rocce, montagne e un mare del color del cielo. Poi dirupi e curve, tante curve. Ogni tanto sulla strada una chiesetta ortodossa in miniatura a ricordare il luogo di un incidente mortale. Paesini sparsi qua e là, alcuni colorati, altri bianchissimi. Poi i centri più importanti come Georgioupoli, Rethimo, Iraklio. C’è da considerare che l’isola si trova circa alla stessa latitudine di Tunisi, perciò la geografia è intensamente africaneggiante, con una nota di Mediterraneo che sovrasta tutto soffiando da ogni lato. Pallidi, o più semplicemente bianchi, scendiamo e salutiamo l’autista, che dopo aver corso a 120 chilometri orari per tutta la tratta mortale, ci scarica a pochi metri da un mercato nel centro del paesino; poi, con un sorrisone gigante quasi grida: «Wellllcoome to Chersonisou my frieends!!».

Mettiamo i piedi a terra e più che un atterraggio è un allunaggio: il viavai di motorini carichi di due o tre ragazzi, un tizio, in mutande sopra l’Harley, saluta la volante della polizia, l’aria di mare ti riempie i polmoni e ti ubriaca il cervello, stampandoti in volto un sorriso ebete da bimbo felice. Partendo dal mercato, con un taxi arriviamo al villaggio di appartamenti, dove “Big Mama” Maria, una signora sempre allegra con cui ancora intratteniamo una corrispondenza, ci accoglie abbracciandoci e cantando alla mia ragazza: «Ooh my daarling, you are soo beautifull» su un’aria blues, accennando una sculettata. Noi, avendo visto questo e il benvenuto dell’autista, crediamo di essere in un film. Dopo aver dormito una serie infinita di ore, la mattina seguente ci rechiamo subito da Emmanuel per noleggiare un’auto. Emmanuel è un signore sulla cinquantina molto affabile, mentre sbrighiamo le pratiche per la macchina gli faccio qualche domanda sulla crisi in Grecia e sul suo lavoro. Mi risponde che in estate a Creta non c’è crisi e che in inverno lavora ad Atene, dove invece la situazione è davvero nera. Poi però aggiunge che in Inverno, se vivi a Creta, è bene che tu abbia già qualcosa da fare che ti permetta di andare avanti, altrimenti sei finito. L’isola va in letargo. Qualche anno fa invece era diciamo viva anche in quel periodo. Parlando con più persone scoprirò che molti, quasi tutti i commercianti, qui a Creta fanno così. I prezzi bassi e il mare da sogno, senza considerare la popolazione locale che è meravigliosa, attirano nella stagione calda migliaia di turisti e viaggiatori. Noi concludiamo con Emmanuel, che per il primo pomeriggio, in attesa di un’auto disponibile, ci rifila un vecchio motorino rosa shocking. Saltiamo in sella e ci avventuriamo nel caos coloratissimo di Chersonisou, con in testa due caschetti da mountain bike premurosamente fornitici dall’ormai amico noleggiatore.

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Non potendoci allontanare troppo, dovendo tornare a prendere l’automobile la sera, ci facciamo qualche giro dentro Chersonisou, lungomare. Qui una sorta di marciapiede lastricato e larghissimo, pieno zeppo di gente di ogni tipo, di ristoranti e pub di ogni genere, di gelaterie ambulanti, fa da tappeto al nostro ferro vecchio sgangherato. Zigzaghiamo ancora per un po’ nel traffico di biciclette, quad e clacson, suonati per salutare più che per la fretta. All’ora dell’aperitivo, aspettando la sera per prendere la macchina, ci fermiamo un’oretta al White Lion, un locale veramente accogliente di fronte ad una fumeria di narghilè. Qui conosciamo Alexander, un ragazzone gigante di 25 anni, che appena scopre che sono juventino, mi costringe a bere un buon bicchiere di raki insieme a lui. Alexander studia Matematica ad Atene, ma per la stagione primaverile ed estiva lavora qui e si guadagna qualche soldo per l’inverno. Pago il conto (bassissimo, considerando anche il raki offerto) e mi rimetto il caschetto da bici. La mia ragazza è scettica, non vuole salire sullo scooter, con quel traffico pazzoide e con me leggermente brillo, ma dobbiamo andare da Emmanuel a tutti i costi. Tra due risate per il modo di guidare della gente e un’occhiata in giro, arriviamo sani e salvi.

Ritiriamo la nostra fiammante c1 e ce ne andiamo a Malia, la cittadella degli inglesi. Per arrivare qui si percorre El Venizelou, la statale lungomare in questo tratto d’isola. Nel tragitto ci sintonizziamo su una radio locale che trasmette tutto il giorno musica tradizionale greca, soprattutto Sirtaki, una compagnia irrinunciabile se volete vivere l’atmosfera in maniera autentica. Noi non la abbandoneremo mai durante tutta la settimana. La città di Malia, più grande di Chersonisou, ma di certo meno caratteristica, è una Londra in miniatura. La via principale è infestata di pub inglesi e di schermi piatti per guardare le partite, oltre che di orde di ragazzi sbronzi che credono di essere allo stadio. Qui, però, facciamo casualmente l’incontro della settimana, Dijmitri, o meglio, Billy. E’ stato lui ad indicarci quello che secondo molti è il ristorante a gestione familiare più buono di Malia, la Odas Taverna. Billy ci ha spedito in questo posto caricandoci una responsabilità enorme sulle spalle: consegnare a Maria, la sua diletta che non lo ricambia, un biglietto d’amore… «I love You Maria, Billy. Kleftico (quest’ultimo, scritto in greco, era il piatto che lei doveva cucinarci)». Quando poi lo abbiamo consegnato, Maria ci ha incenerito con lo sguardo. Poi ci ha spiegato bonariamente che Billy fa così con molti suoi clienti, che non lo sopporta più e che è un illuso se crede di conquistarla in questo modo. Comunque ci conferma che il piatto che ci ha consigliato Billy è uno dei migliori: si tratta precisamente del Kleftico Mouskarico, una tipica zuppa di ragù e risini. Dopo averci mangiato una sola volta, come abbiamo fatto con la radio, così abbiamo fatto con la Odas Taverna, che non abbiamo più abbandonato se non rare volte.

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Passiamo qualche giorno ad esplorare le vicinanze. Un giorno, con il blocco inferiore del cambio bloccato, andiamo da Emmanuel per farci cambiare la macchina per la seconda volta (la prima aveva un guasto alla serratura, lui ce ne ha data una identica senza fare storie ma ci ha rassicurato sul fatto che nell’isola non si rubano auto, non passerebbero al porto). Ci dà così una Toyota arancio di categoria maggiore senza farci pagare il supplemento, raccomandandosi decine di volte di andare piano. Con il nuovo mezzo, fornitoci dal nostro ormai vecchio amico, ci inoltriamo nell’entroterra montuoso. Attraversiamo i paeselli contadini di Vrachasi, Latsida, fino a Nèapolis, dove conosciamo un anziano signore che ci offre un caffè, come dice lui, alla maniera greca, cioè con la polvere sciolta nell’acqua. Non avendolo visto fare il caffè, né avendolo capito prima, quando alla fine della tazza trovo un sedimento nerissimo e denso, credo che sia qualcosa di tipico da mettere nel caffè, così me lo pappo in sole due cucchiaiate. Poi capisco che è polvere ed inizio a stare male di stomaco, non guarirò per tutto il giorno. Acquisto dunque dall’improvvisato barman, ma sublime agricoltore, dell’olio di oliva fatto in casa, per poi dirigermi verso la città di Agios Nikolaos. Visitata questa e altre zone intorno, torniamo verso l’appartamento, da Big Mama. Qui, la notte, tiriamo fuori le cartine e iniziamo ad organizzare il viaggio per il giorno successivo: tre ore di macchina sulla strada dei dirupi, piena di chiesette dei morti a scandire le distanze, fino al Palazzo di Cnòsso, la reggia del Minotauro.

Filippo M. Fatigati
Studia Giurisprudenza ed è appassionato di giornalismo d’inchiesta e di viaggi. Il suo sogno è quello di entrare in magistratura, anche se è affascinato dal mestiere di corrispondente all’estero. Ama il motocross e la musica, soprattutto quella classica e il rock anni ‘70.





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