Quali paesi inquinano di più? E qual è la correlazione tra inquinamento tossico e riscaldamento globale in questi paesi? Un nuovo studio dell’Università di Notre Dame, negli Stati Uniti, ha fornito una prima risposta. La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Plos One, prende in considerazione 176 paesi a partire dal 2018, riportati su diverse mappe che indicano il rischio di inquinamento tossico e di cambiamenti climatici in ogni stato preso in considerazione. Principale obiettivo dello studio è quello di individuare i paesi a maggior rischio, facendo una distinzione tra quelli già pronti a varare interventi di tutela ambientale e di riduzione dell’emissioni, e quelli nei quali sarà probabilmente richiesta una collaborazione tra i governi locali e la comunità internazionale nella pianificazione di politiche di stampo ecologico, “in modo da avere una chance nell’affrontare con successo i rischi connessi all’inquinamento”. Secondo i dati raccolti, Nord America, Europa e Australasia sono i continenti che presentano l’andamento meno grave, mentre sono i paesi più poveri ad avere tendenze preoccupanti, con particolare riferimento al sud-est asiatico ed Africa, destinati a diventare i principali protagonisti del crescente impatto umano sul clima e sui livelli di inquinamento tossico.

La distribuzione globale del rischio di inquinamento tossico (foto: Marcantonio et al, 2021, PLOS ONE (CC-BY 4.0, creativecommons.org/licenses/by/4.0/)

Ma cosa si intende per inquinamento tossico o nocivo? Tenendo conto dei parametri indicati dagli studiosi di Notre Dame, si fa riferimento ai tassi di contaminazione, per esempio da polveri fini, potenzialmente pericolosa per la salute umana di fonti d’acqua, dell’aria e del suolo, mentre sono stati esclusi dalla ricerca i valori riguardanti Gas Serra e CO2.

I dati raccolti nelle due mappe parlano chiaro: inquinamento nocivo e riscaldamento globale crescono di pari passo e interessano le medesime aree del pianeta. Lo studio riporta però delle interessanti differenze per quanto riguarda l’effettivo potere dei singoli stati di contrastare gli alti tassi di inquinamento. Se il rischio è particolarmente elevato nei paesi africani e del sud-est asiatico, tra questi ultimi sono però annoverate anche Cina e India, due super potenze a livello globale, le quali non solo avrebbero le risorse per porre un graduale stop all’avanzare del surriscaldamento globale, ma potrebbero soprattutto trarre innumerevoli benefici da politiche maggiormente sensibili alle moderne esigenze di tutela ambientale, discorso che si applica, inoltre, anche a Singapore e Corea del Sud. I dati, con l’eccezione di Rwanda e Botswana, sono invece meno incoraggianti quando si fa riferimento ai paesi africani: secondo lo studio, Libia, Repubblica Centrafricana, Guinea Equatoriale, Algeria ed Eritrea sono tra i paesi maggiormente in difficoltà nel contrasto all’inquinamento e all’avanzare del cambiamento climatico, paesi che potrebbero dunque richiedere, in futuro, massicci interventi della comunità internazionale.

Lo studio pone le basi per delle considerazioni interessanti sulla potenziale capacità dei paesi presi in considerazione di contrastare, o, quanto meno, rallentare l’avanzata del riscaldamento globale. Il numero di scienziati che comincia però a dubitare della possibilità di ripresa del pianeta sta gradualmente aumentando, e non sono pochi a ritenere che, in mancanza di un repentino cambio di direzione nei prossimi anni, la comunità internazionale si troverà a dover affrontare una situazione irreversibile, ormai più vicina che mai.

La mappa dei paesi più a rischio di cambiamenti climatici (foto: Marcantonio et al, 2021, PLOS ONE (CC-BY 4.0, creativecommons.org/licenses/by/4.0/)





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