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Mentre apro e leggo la mail con il tema di Dolce Vita sul quale devo scrivere, alla tv scorrono veloci le notizie. Le solite notizie. Del governo che litiga con il Quirinale per il trasferimento dei Ministeri al nord, mentre Brunetta insulta occupati e disoccupati, mentre il mondo si interroga se il pluriomicida di Oslo sia per caso un folle o il sistema giudiziario norvegese ha qualcosa che non va, mentre la Grecia rischia la bancarotta e l’Europa non sa che fare, mentre l’America vede il baratro. Mentre io rimango immobile, e forse non sono l’unica. Tutto mi scorre davanti come la scena di un film e io non mi sento parte del cast. Provo vergogna, indignazione, rabbia, rancore. Cambio canale e mi riprendo la mia piccola vita, il mio piccolo mondo.

Leggo la mail. Indignatevi. Non è un titolo, è un concetto. Lo cerco nel vocabolario.“Condizione spirituale caratterizzata da vibrante risentimento verso ciò che si ritiene riprovevole; è affine per il senso a sdegno, ma mentre questa voce indica l’insorgere di tale sentimento, con indignazione si esprime più spesso lo stato d’animo che ne consegue”.

Vorrei aggiungere che l’indignazione serve per mantenersi vivi, per sapere ancora credere. Vorrei che questo concetto uscisse dai fogli del vocabolario e si concretizzasse nei piccoli mondi di ciascuno di noi. L’indignazione è una forma di ottimismo che genera forza, poiché anche se di solito sfuma prima di mettere in atto una qualsiasi reazione adeguata allo stimolo che l’ha provocata, senza quell’impulso, spesso, l’attivazione delle energie morali di fronte allo scandaloso non si realizzerebbe. Tuttavia, occorre che l’indignazione sia sostenuta e si traduca in atti concreti. E questo non sempre succede, anzi spesso l’indignazione svanisce perché prevale la rassegnazione, che, secondo me, è una vera e propria malattia dell’anima. Si è persa la speranza nel cambiamento, manca la voglia di ribellione, che non dovrebbe essere solo interiore. Il problema è probabilmente più complesso e ha a che fare con l’intreccio tra vergogna e indignazione. Mi chiedo perché non ci si indigna se passa un decreto come quello “salva manager”? Perché non ci si vergogna di non pagare le tasse? Forse il problema dell’indignazione non riguarda la rassegnazione, forse non ci si indigna perché si pensa, tra l’altro in maniera del tutto legittima e giustificata, che sia irrealistico cambiare le cose. E tutto questo accade perché in Italia, in questo momento, è considerata vincente una logica del non rispetto delle regole e degli altri per il proprio bene personale. La vergogna la proviamo noi per ciò che nei luoghi che ci rappresentano, luoghi pubblici e per questo emblematici, accade senza vergogna.

Non riesco a parlare di indignazione, neppure di fronte agli esiti del referendum, al propagarsi delle proteste organizzate attraverso il web e sviluppatesi a macchia d’olio anche in Italia dopo quelle nate ai piedi dei Pirenei. La protesta si muove dal popolo e soprattutto da una generazione nuova che chiede democrazia vera, nel senso di una concreta partecipazione e di attenzione ai bisogni reali della società, eppure non è ancora numerosa, compatta, forte. Non può formulare eventi, progetti a lunga scadenza, né proposte nuove. E’ un’indignazione pigra, atrofica, che rimane spesso chiusa tra le lettere di una tastiera, tra i discorsi con gli amici, tra discese in piazza che i rassegnati giudicano inutili perdite di tempo. Ma la cosa peggiore è che gli indignati diventeranno presto rassegnati.

Un nuovo Tg, di nuove le stesse notizie. Ho persino paura di indignarmi. Penso che spesso mi fanno confondere la realtà con l’irrealtà, il giusto con il falso. Ho la sensazione che quel mondo non mi appartiene. Alla fine, forse il nostro piccolo mondo è davvero tutto ciò che abbiamo, però abbiamo la possibilità di riempirlo come vogliamo, invece che lasciare questo potere alle news, alle mode ed alle banalità. Non voglio avere paura di indignarmi, di lottare, di credere. Non voglio essere un’italiana in un’Italia come questa. Un essere umano in un mondo come questo. Perché mi urta, mi deprime che la frase finale di quel film famoso debba sempre e per forza inquadrare quello che gli uomini spesso dimostrano di essere: “E strisciando sulla faccia del pianeta una razza d’insetti detta “essere umani” perduta nel tempo, perduta nello spazio e nel significato”.

Silvia Crema

 





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