Diverse fonti archeologiche e documenti storici indicano come la cannabis sia originaria dell’Asia centrale e che attraverso le migrazioni dei popoli indo-ariani sia stata diffusa in India, Medioriente ed Europa dell’Est intorno al 2.000 a.C. In alternativa la pianta potrebbe essere originaria dell’Asia meridionale, ma le sue proprietà psicoattive rimasero sconosciute fino all’arrivo dei popoli indoari o semplicemente è possibile che non ci siano pervenute prove del suo utilizzo dalle civiltà precedenti. In ogni caso l’India va considerata come una macroarea dove la cannabis è stata coltivata e si è evoluta con l’uomo per almeno 3.500 anni, ricoprendo diversi ruoli nelle tradizioni e nella cultura Indiana.

Il Subcontinente Indiano
L’India, a differenza della Cina, è stata un paese in continuo contatto con le culture straniere, le sue ricchezze naturali e la maggior accessibilità geografica fecero sì che questo subcontinente venisse costantemente attaccato nel corso dei secoli; da Ciro e Dario di Persia ad Alessandro Magno, dall’Iran al Kushan, dagli arabi agli europei, tutti questi imperi cercarono di prendersi una parte d’India e proprio da questo incrocio culturale molti popoli appresero l’uso della pianta sia dal punto di vista artigianale che medico e spirituale.

Ad oggi la cannabis cresce spontaneamente in molte località dell’Asia meridionale tra cui l’India settentrionale, il Pakistan nordoccidentale, lungo le pendici dell’Himalaya nel Kashmir, nella Birmania settentrionale (Myanmar) e sull’altopiano di Yungui nella Cina sudoccidentale. Ciononostante, questo non conferma che essa sia originaria di queste regioni e secondo un antico rapporto della Commissione indiana per la canapa datato 1893-1894, la pianta non è originaria dell’India ma nel corso dei millenni questa sarebbe diventata parte integrante della cultura e della religione del paese, tanto che limitarne l’uso avrebbe certamente portato a problemi e risentimenti.

Ecco quindi quali sono i possibili scenari per la diffusione in Asia meridionale:
1) Cannabis originaria dell’India
La grande ricchezza di varietà spontanee presenti nell’India settentrionale e in Nepal lungo la catena montuosa Himalayana dimostra che questa regione è stata una delle prime aree in cui la Cannabis sia stata ampiamente utilizzata dall’uomo. G.K. Sharma in diverse pubblicazioni a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 ha studiato le differenze tra i fenotipi di piante spontanee trovate nelle regioni ai piedi dell’Himalaya: egli osservò come le popolazioni selvatiche di cannabis si sviluppavano in tutta la regione himalayana in aree relativamente disabitate e si potevano osservare differenze significative tra le caratteristiche dei tricomi e della superficie fogliare rispetto a esemplari cresciuti in climi differenti. Sharma concluse che la cannabis avesse avuto origine nelle valli lungo il versante meridionale delle montagne dell’Himalaya, in un’area che si estende dal Kashmir al Nepal, dal Bhutan fino alla Birmania.

A discapito di questa tesi ci sono diverse osservazioni: egli non riuscì a provare che le caratteristiche della superficie fogliare fossero un criterio tassonomico sufficiente per determinare le origini della pianta; come Vavilov (botanico russo studioso della varietà spontanee di cannabis in Asia Centrale), Sharma ha assunto che se in un’area viene riscontrata una grande diversità all’interno di una specie, in questa stessa area si è verificata l’origine naturale della specie, piuttosto che assumere che tali variazioni siano avvenute in seguito a un’introduzione risalente a un’era più antica. Infine, va tenuto presente che la percezione di variazioni significative può essere soggettiva e che sia Vavilov che Sharma hanno studiato varietà selvatiche di cannabis rispettivamente in Asia Centrale e nell’area sottostate all’Himalaya senza aver viaggiato uno nell’area di studio dell’altro.

Secondo Clarke e Merlin in uno scenario di dispersione risalente all’Olocene (era attuale iniziata circa 12.000 anni fa), la cannabis è arrivata in questa regione all’inizio della sua espansione verso ovest dalle montagne dell’Hengduan e dall’altopiano di Yungui nella Cina sud-occidentale, da allora la pianta si è evoluta in maniera indipendente rispetto a quella tipica dell’Asia Centrale, portando così alla probabile formazione della specie Cannabis indica.

Per concludere, la cannabis può essere originaria del Nord dell’India come può essere stata introdotta sui versanti meridionali dell’Himalaya in un’epoca remota. L’evoluzione di numerose varietà tipiche di questa area è in ogni caso da attribuirsi al lavoro millenario di coltivazione, selezione e ibridazione realizzato dalle popolazioni di questa regione unita alle grandi differenze ecologiche del territorio.

2) Introdotta dal popolo ariano
L’ipotesi più accreditata individua nell’invasione dell’India, e nelle successivamente migrazione delle tribù nomadi di etnia “ariana” provenienti dall’Asia Centrale, l’inizio della diffusione e della presa di coscienza delle proprietà della cannabis. Questi popoli dell’Asia Centrale, discendenti delle culture dell’Andronovo e di Srubna, grazie all’addomesticamento del cavallo potevano spostarsi in maniera rapida e attraversare così le grandi distese asiatiche in cerca di nuovi territori da conquistare. Questi popoli attraversarono quello che oggi è l’Iran, l’Afghanistan, valicarono le montagne dell’Hindu Kush e dell’Himalaya giungendo nel Punjab “la Terra dei Cinque Fiumi” e nel nord del Pakistan. Da qui decisero di invadere l’India da nord-ovest intorno al 2000 a.C. e si imposero sui popoli della valle dell’Indo conosciuti come Dravidi, di colore scuro, capelli lisci e neri.

Vittoriosi, gli indoariani continuarono le loro conquiste stanziandosi nel nord-ovest dell’India per poi dirigersi verso sud in un processo migratorio iniziato a partire dal 1750 a.C. Queste tribù portarono con sé nuove specie animali come cavalli, asini, cammelli e nuove specie vegetali come albicocche, pesche, mandorle, noci e, come viene ipotizzato da Fuller e Madella (2001), anche una varietà di cannabis coltivata in campo aperto.

Secondo questa teoria la cannabis e il suo uso come droga vennero introdotti per la prima volta nel nord-ovest dell’India a partire dal 4000 a.C. La sua coltivazione venne poi estesa durante le successive migrazioni e il consolidarsi della cultura indoariana in quello che oggi è il Pakistan, l’India centrale e il Nepal, coincidendo con il declino delle civiltà agricole dell’Asia Meridionale della valle dell’Indo come l’antica cultura di Harappa (2600-1900 a.C.).

3) Cannabis non originaria dell’India
Diverse prove archeologiche testimoniano la presenza della cannabis già da circa 5.000 anni in India e l’assenza di prove più antiche rafforza l’ipotesi di una cannabis non originaria dell’India. Lo straordinario ritrovamento nell’insediamento lacustre di Lahuradewa (Uttar Pradesh, India) portò alla luce resti di carbone contenente legno di cannabis risalente a circa 2050-1250 a.C. mentre nel lago limitrofo è stato rinvenuto del polline di cannabis datato 3050 a.C. Dal sito di Senuwar (Bihar, India) vennero rinvenuti semi e steli carbonizzati datati tra il 1350-650 a.C. e infine, nella regione di Harappa (Punjab, Pakistan), sono stati ritrovati parti della struttura fogliare della cannabis risalenti a circa 1950-1350 a.C.

Tutte queste prove non indicano l’uso della pianta per un particolare scopo ma ne confermano la sua antica coltivazione. Così, almeno nelle prime fasi della storia indiana (precedente al 4.000 a.C.) la cannabis era probabilmente una pianta sconosciuta alle popolazioni della pianura del Gange e delle valli fluviali dell’India meridionale, e solo grazie all’avvento della cultura indo-ariana ne presero conoscenza. Da qui, la pianta probabilmente sfuggì alla coltivazione umana colonizzando le aree vicino a fiumi e torrenti nelle alture montuose delle colline pedemontane himalayane.

Alla fine della prima fase della sua dispersione, la cannabis si era trasferita con l’aiuto dell’uomo nel nord dell’Asia meridionale, probabilmente molto prima della sua introduzione nel subcontinente indiano. Questo ha creato un ipotetico antenato (forse C. ruderalis) che si è evoluto nel presunto antenato della cannabis stupefacente (Cannabis indica subsp. Kafiristanica) in grado di produrre THC.

Tutte le varietà moderne di cannabis stupefacente sono discendenti quindi delle varietà tradizionali dell’Asia meridionale a foglia stretta o a foglia larga che si sono evolute da un antenato comune produttore di THC; queste varietà mostrano percentuali molto elevate di THC e sono quasi prive di CBD. La mutazione del gene responsabile della biosintesi del THC, avvenuto probabilmente grazie alla continua selezione avvenuta in India per oltre 3.500 anni, è stato il passo evolutivo chiave che ha portato alla creazione della cannabis da droga che conosciamo oggi e alla formazione del pool genetico cannabis sativa subsp. Indica.

I Veda, Shiva e il Bhang
I popoli indoariani portarono con sé molta della cultura indiana di oggi come il sanscrito, una delle più antiche lingue scritte dall’uomo, e la religione induista. I Veda erano i loro libri sacri e raccontano dei loro dei e delle pratiche religiose, delle loro imprese e conquiste, della sottomissione degli eserciti nemici e del loro insediamento nella valle dell’Indo. Nei Veda si trovano anche i primi riferimenti all’uso medicinale della cannabis nella cultura indiana, come la leggenda del Dio Shiva che portò la cannabis dall’Himalaya al suo popolo per il loro uso e divertimento.

Nel quarto libro Veda, l’Atharvaveda, che si ritiene sia stato scritto tra il 2000 e il 1400 a.C., viene fatto riferimento alla pianta di cannabis e all’uso del Bhang con indicazioni per “liberare dall’ansia” (passaggio 11.6.15). In un altro passaggio, si racconta di come una volta Shiva, infuriato per un litigio familiare, si ritirò in un campo e per trovare riparo dai torridi raggi del sole si riparò sotto l’ombra di un’alta pianta di cannabis. Incuriosito dal suo profumo, ne mangiò alcune foglie e dopo poco ricevette una sensazione talmente rinfrescante da diventare il suo nuovo cibo preferito, da cui il suo nome, Signore del Bhang.
Con Bhang in realtà non ci si riferisce alla pianta in sé, ma ad una bevanda rinfrescante contente fiori e foglie di cannabis con diverse spezie decotte nel latte. A questo infuso vengono riconosciute diverse proprietà benefiche al punto da diventare parte della vita quotidiana degli indiani e persino un simbolo di ospitalità.

Il Bhang può essere considerato in India come un equivalente di quello che è l’alcol in Occidente e sin dall’antichità viene utilizzato durante incontri, celebrazioni ed eventi religiosi, le quali sarebbero semplicemente incomplete senza il Bhang.

Tradizioni spirituali
Un esempio di connubio tra pratiche religiose e l’uso della cannabis è dato dai Sadhu, uomini puri e saggi che hanno deciso di dedicare la loro vita alla rinuncia per condurre una vita ascetica e seguire Shiva. Questi sacerdoti consumano regolarmente cannabis fumandone le inflorescenze o la resina (charas) in un apposito cilindro di argilla, il chilum, uno strumento tipico dei sadhu che viene usato durante i rituali di adorazione, meditazione o pratiche yoga.
Ratsch (2005) commenta che il chilum e il suo rituale è un processo piuttosto elaborato che dimostra il profondo rispetto che il consumatore/credente ha per la pianta e la sua tradizione, rivelando l’approccio religioso che il popolo ha nei confronti della cannabis. Touw (1981) considera che tale comportamento sembrerebbe indicare che l’uso della cannabis è sacro, significativo e rispettato come lo è l’uso del vino nella Santa Comunione dai cristiani.

Tradizioni mediche in India
L’uso medicinale della pianta di cannabis in India è stato largamente documentato nel corso dei secoli, diversi testi sacri e manuali ayurvedici la citano nelle sue forme bhang, ganja o charas per innumerevoli trattamenti medicinali.
Secondo Sharma (1979) diversi testi vedici fanno riferimento all’uso medicinale della cannabis come nella Susrita Samhita, un antico libro sacro appartenente al sistema ayurvedico tradizionale indiano (scritto probabilmente già nell’800 a.C.) che cita la cannabis come cura per liberare dal muco, diarrea e febbre biliare. L’Ashtadhyayi di Panini e la Vartika di Katyayana indicano come la cannabis fosse già conosciuta in India nel IV e III secolo a.C. facendo parte della medicina popolare tradizionale. Affidabili documenti letterari ayurvedici descrivono vari aspetti dell’uso medicinale della cannabis come nel Rajanirghanta (ca. 300 d.C.), Dhanwantari nighantu (VIII secolo d.C.), Sharangadhara Samhita (XIII secolo d.C.), Madanapala nighantu (1374 d.C.), Rajanighantu (1450 d.C.), Dhurtasamagama (ca. 1500 d.C.) e Bhavaprakash (ca. 1600 d.C.).
La cannabis è stata a lungo considerata una panacea in India, comunemente usata come rimedio casalingo per curare i disturbi minori come il sollievo dal dolore fisico e lo stress mentale, infatti, non è un’esagerazione riferirsi alla cannabis come “la penicillina della medicina ayurvedica“.

 

Bibliografia
Abel, E. L. (1980). Marihuana, The First Twelve Thousand Years. Journal of Ethnopharmacology (Vol. 5). New York.
Godlaski, T. M. (2012). Shiva , Lord of Bhang, 1067–1072.
Fuller, D. Q., & Madella, M. (2001). Issues in Harappan Archaeobotany: Retrospect and Prospect. India Archeology in Retrospect, 2.
Robert C. Clarke, M. D. M. (2013). Cannabis evolution and ethnobotany.
Russo, E. B. (2007). History of Cannabis and Its Preparations in Saga, Science, and Sobriquet. CHEMISTRY & BIODIVERSITY, 4, 1614–1648.




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