legislazione cannabisEravamo stati facili profeti quando sostenevamo che un’eventuale pronuncia di incostituzionalità della Fini-Giovanardi avrebbe assunto un significato sostanzialmente simbolico, in quanto non molti sarebbero stati i benefici, anzi.

In attesa di conoscere le motivazioni, pare di potere affermare che la decisione della Corte Costituzionale travolge tutta la L. 49/2006, in relazione alla non corretta procedura con la quale il DL 272/2005, che finanziava le Olimpiadi di Torino, era stato convertito in una legge che modifica radicalmente la disciplina penale degli stupefacenti. Dunque, al di là dei toni trionfalistici di taluno balzato in corsa sul carro che si è rivelato vincente, si deve osservare che l’unico aspetto saliente è costituito dal ripristino della divisione tabellare fra droghe pesanti e droghe leggere e, quindi, dall’auspicata ed auspicabile distinzione di pene fra le stesse. Altre particolari innovazioni positive non paiono ravvisabili, in quanto, in relazione ad un argomento principale come la coltivazione tutto rimane inalterato e la stessa continua ad essere reato.

I problemi, però, non finiscono qui: un’altra grave fonte di contraddizione (effetto proprio dalla decisione della Corte) investe il concetto di lieve entità di cui al co. 5 dell’art. 73. Allo stato esiste, infatti, assoluta incertezza perché non si sa se si debba applicare la vecchia normativa (dalla Jervolino-Vassalli), che la prevedeva come circostanza attenuante oppure quella recente del dicembre 2013 n. 146 che la tramuta in reato autonomo. Dunque si verte in un vero e proprio marasma, perché la prevedibile abrogazione di una legge, senza che si sia considerata la possibilità di contemplare una sua eventuale sostituzione, ha aumentato in maniera esponenziale le incertezze. Presi dal furore antiproibizionista, molti dimenticano che l’incostituzionalità, così pronunziata, ha travolto anche qualche norma che poteva essere ritenuta positiva.

Ad esempio quella che aveva ampliato la pena con la quale si poteva ottenere l’affidamento – che era di sei anni – e che ora è ritornata a quattro anni, oppure alla modifica dell’art. 671 cpp che aveva stabilito che la tossicodipendenza diveniva criterio per stabilire l’applicazione della continuazione di reato, permettendo di unificare più condanne sofferte in epoche distinte. Credo, quindi, che forse non tutto l’impianto normativo fosse da buttare. E’, quindi, ora di finirla con i personalismi e con la proposizione di norme “Arlecchino”, quando, invece, è necessario avere un intervento organizzato e completo.

Per quanto concerne gli effetti pratici, si deve distinguere fra:

1. coloro che sono stati giudicati con sentenze divenute definitive;

2. coloro che, invece, sono ancora in corso di processo (perché non lo hanno ancora celebrato oppure hanno subito una sentenza non definitiva).

Nel primo caso si dovrà promuovere l’incidente di esecuzione (ai sensi dell’art. 673 cpp). Si tratta di una procedura innanzi al giudice che ha emesso la sentenza, al quale si deve chiedere la revoca della pronunzia e di riquantificare la pena (sia detentiva, che pecuniaria) a suo tempo inflitta, applicando i parametri più favorevoli della Jervolino-Vassalli e, se del caso, eventuali benefici di legge. Nel secondo caso, invece, sarà sufficiente fare presente al giudice (di pri- mo o di appello) la necessità, in caso di colpevolezza dell’imputato, di applicare direttamente l’art. 73 depurato delle modifiche introdotte dalla legge Fini-Giovanardi. Se il procedimento pende, invece, in Cassazione, deve intervenire una decisione di annullamento della sentenza con rinvio al giudice di appello o al giudice del patteggiamento. Ci sarà, pertanto un nuovo processo, per ricomputare effettivamente la pena.

 





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