E’ stato dichiarato lo stato di emergenza a seguito della fuoriuscita di oltre 20mila tonnellate di gasolio nel fiume Ambarnaya, in Siberia, dopo la rottura di una cisterna di un impianto di Norilsk Nickel, il più grande produttore mondiale di nichel, che in prima battuta ha cercato di nascondere l’accaduto.

La perdita si è verificata lo scorso 29 maggio vicino a Norilsk, oltre il Circolo Polare Artico, noto centro minerario e tra le località più inquinate al mondo. Gran parte dei composti tossici sversati nel fiume potrebbero aver già raggiunto il Mar Glaciale Artico.

Si tratta del secondo più grave incidente del genere nella storia della Russia moderna, in termini di volume di sostanze tossiche fuoriuscite, come ha spiegato Aleksei Knizhnikov, del wwf russo.

Non è la prima volata che Norilsk Nickel lega il suo nome a disastri ambientali, già nel 2016 una fuoriuscita da uno dei suoi stabilimenti aveva fatto diventare rosso sangue il fiume Daldykan. Anche in quell’occasione i capi dell’industria avevano negato categoricamente di essere responsabili dell’incidente.

Il dolo umano c’è, ma questa volta la dinamica è differente: la cisterna non è collassata per via di un incidente, bensì per lo scioglimento del permafrost su cui è situato lo stabilimento.
Negli ultimi anni il riscaldamento globale ha causato un’accelerazione nello scioglimento del permafrost, il che è un problema in un paese come la Russia che ha edificato senza freni in territorio artico, spesso sfruttando il permafrost come base di appoggio. Ci sono città come Vorkuta in cui il 40% degli edifici sono già danneggiati dal cedimento del permafrost. Il cedimento di Norilsk avvenuto in questi giorni è un esempio della nuova normalità a cui dovremmo imparare a far fronte. Eventi come questi potevano essere previsti.





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