La Sardegna come il Colorado d’Italia. Da Cagliari ci provano e fanno sul serio con oltre diecimila firme raccolte in meno di 4 mesi per indire quattro referendum popolari, due dei quali riguardano la legalizzazione della cannabis sul territorio regionale. A raccogliere le firme è stato il comitato Pro Sardinia, del quale fanno parte anche i Radicali, l’associazione Luca Coscioni e Mdp.

“La raccolta firme si è conclusa agli inizi di settembre con un buon risultato. Abbiamo depositato tra le 10.400 e le 10.600 firme per i quattro quesiti. Ora bisogna attendere qualche settimana ancora, per sapere qual è il responso dell’ufficio regionale per il referendum, il quale fa prima un esame sulla ammissibilità dei quesiti, poi della validità delle firme”, fa sapere il comitato Pro Sardinia in un comunicato. In caso di approvazione le votazioni potrebbero tenersi nella primavera 2019.

Dovesse prevalere il Si ai referendum la regione Sardegna richiederebbe al governo italiano la possibilità di avviare la coltivazione di cannabis a scopi terapeutici e di legalizzarne l’autoproduzione da parte dei cittadini anche a scopo ricreativo.

La Sardegna, insomma, gioca la carta del Colorado e degli altri stati Usa che hanno legalizzato la cannabis tramite referendum popolari. Ma, prima di generare illusioni, va sottolineato che l’Italia non è l’America e, secondo la nostra Costituzione, le regioni non hanno il diritto di legiferare in contrasto con la normativa nazionale su questi temi. Il risultato del referendum quindi non avrebbe nessun vincolo e difficilmente potrebbe dare frutti diversi dalla provocazione volta a rilanciare il dibattito sull’opportunità della legalizzazione a livello regionale e nazionale.

Lo scorso anno la Sardegna era anche andata vicino ad approvare i due quesiti sulla cannabis direttamente in Consiglio regionale, ma il voto decisivo aveva vistro prevalere i contrari (guidati dal centro-destra e dal Partito Democratico) per appena 22 voti a 19.

Gli altri due quesiti riguardano invece porti e strade. I promotori chiedono che le strade sarde gestite dall’ente nazionale Anas divengano di proprietà della regione al fine di assicurarne una migliore manutenzione e che i porti sardi diventano dei “punti franchi”, ovvero delle aree free-tax per il commercio.





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