Con la sua musica Dolcenera non è mai rimasta in superficie e con “Amaremare”, il nuovo singolo, colonna sonora della campagna di Greenpeace, Plastic Radar, di cui è testimonial, il suo impegno fa un tuffo tra i flutti, purtroppo deturpati, dei nostri mari. Lo studio del pianoforte, il canto, il clarinetto già da piccolina, poi l’università, a Firenze: Ingegneria Meccanica, abbandonata a pochi esami dalla laurea per una carriera musicale, che, nel 2003 con la vittoria a Sanremo tra le Nuove Proposte, ha preso il sopravvento. Emanuela Trane (questo il suo vero nome) è una di quelle artiste, che non ama scendere a compromessi. Lo raccontano le cinque partecipazioni a Sanremo, sempre a modo suo, i sei dischi in curriculum – il settimo arriverà a breve, fatto, ancora una volta, di ricerca sonora e temi impegnati -, una raccolta e due Ep, l’ultimo dei quali, “Regina Elisabibbi” dedicato alla reinterpretazione di brani trap. Ha fatto anche televisione, a “Music Farm” e da coach a “The Voice”, e cinema, recitando nel 2007 in “Scrivilo sui muri” Giancarlo Scarchilli e l’anno seguente ne “Il nostro Messia” di Claudio Serughetti. L’abbiamo sentita per farci raccontare il suo amore per il mare, il nuovo progetto discografico e cosa l’abbia spinta a rivisitare i capolavori trap.

Nel 2011 sei uscita con “Evoluzione della specie” un disco attraversato da un senso di angoscia per il futuro. Una premonizione?
In un certo senso sì, era l’espressione di una paura, quella della tendenza al voler vedere solo le cose che sono di proprio interesse, preoccupandosi sempre meno dell’interesse collettivo. Questa cosa adesso è esplosa per me in “Amaremare”.

Com’è arrivata?
Questa canzone sancisce un cambiamento generazionale. Uno dei motivi per cui l’ho scritta è l’essermi trovata in mezzo alla manifestazione del “Fridays for Future” di Milano. Era dai tempi della Guerra del Golfo che i giovani di tutto il mondo non manifestavano insieme e questa cosa mi ha colpita, perché ho visto tantissima attenzione al tema dell’ambiente e della sua salvaguardia, che poi corrisponde anche al tema degli equilibri economici e della giustizia.

La canzone è colonna sonora del progetto “Plastic Radar” di Greenpeace. Di che si tratta?
Il progetto permette a tutti, nel momento in cui ci si trovasse vicino a corsi d’acqua o al mare e si notasse della presenza di rifiuti di plastica abbandonati, di inviare una foto con la posizione al numero di Greenpeace (+39 342 3711267), che segnalerà il problema agli enti locali competenti per risolverlo. È un piccolo gesto, ma fa capire che non è vero che l’azione di un singolo non può cambiare le cose, perché se ognuno di noi inizia a fare qualcosa, piano piano cambierà il sentire popolare.

È un tema che ritroveremo più diffusamente nel nuovo disco?
Nell’album c’è una grande voglia di vedere positivo. Mentre lo stavo scrivendo avevo il pensiero fondamentale della connessione tra gli esseri viventi, dettatami da delle letture tipo “Donne che corrono coi lupi” di Clarissa Pinkola Estés o “Molte vite molti maestri” di Brian Weiss. Per cui, sì, le tematiche del disco alla fine sono quelle della connessione tra gli esseri viventi e della ricerca di basi comuni, per trovare un bene collettivo.

E la musica?
Volevo essere diversa, ma in una comunicazione sincera. Pur essendo proiettata nel futuro ci ho lavorato alla vecchia, per più di un anno e mezzo sempre in studio. Ho dedicato tanto tempo all’arrangiamento e alla produzione, forse perché ho una tendenza alla cura maniacale dei dettagli, in un momento in cui la musica che viene fuori ci racconta che non è più così. Allo stesso tempo ho fatto attenzione a non ingolfare gli arrangiamenti di troppe informazioni musicali, visto che in questo momento l’orecchio delle persone è abituato a un linguaggio più scarno, di matrice rap e trap.

A tale proposito, hai pubblicato un EP di cover trap. La prima è stata “Caramelle” della Dark Polo, cosa ti ha acchiappata del pezzo?
Mentre scrivevo il mio album stavo ascoltando molta afro trap francese e i producer con cui lavoravo in studio mi hanno introdotta alla trap italiana. Per entrare dentro un mondo, però, ho bisogno di suonarmelo, spogliandolo di tutto il superfluo, quindi in acustico. Con “Caramelle” è andata così e quello che ho capito è che c’è un linguaggio nuovo, diretto, ma anche parossistico, provocatore e che rende il giusto quadro di una generazione: quella che si è ritrovata con i genitori, che non credevano più nella politica e nella possibilità di una soluzione ai problemi. La cultura trap italiana arriva proprio nel momento della trasformazione del ceto medio in ceto povero, è una reazione a uno stato sociale.

È anche il senso di Young Signorino?
Credo di sì, lui è puro disadattamento, semplice ribellione, che poi, semplice un cazzo!

Quanto Bach c’è dentro “Mmh Ha Ha Ha”?
Non so, dubito che Signorino abbia molta affinità con i “Preludi” di Bach, però quelle parole dette da me in quella chiave musicale creano un bel cortocircuito espressivo.

E con Lazza? Avete rifatto “Porto Cervo” a due pianoforti.
La collaborazione con lui è stata una delle più riuscite dell’Ep, perché è un musicista, parliamo lo stesso linguaggio, anche se declinato diversamente. A entrambi, poi, piace guardare la musica da prospettive diverse, contaminando i generi e poi le nostre voci stanno bene insieme, perché Lazza ha questo lato bambinesco, sincero, non è contorto, non pensa solo all’immagine, arriva e siamo riusciti a metterci in contatto.

Su “Non cambierò mai” di Capo Plaza, ti sei lasciata prendere un po’ la mano, c’hai messo pure l’autotune!

Eccoci! Però anche di quella versione sono contenta, perché mi sono suonata tutto io, al doppio dei bpm originali, portando la canzone verso il tribale, che era quello che mi stava appassionando al momento. Per me l’importante nella cover è riuscire a mantenere intatta la volontà iniziale di chi ha composto il pezzo, ma mettendoci la tua capacità di musicista nella reinterpretazione.

Questo mi fa pensare a “Cupido”, di cui hai fatto una versione splendida con The André.
Ho trovato quella canzone veramente ben scritta, ha un’emotività sincera, che poi suonandomela ho scoperto provenire anche dagli accordi di “Caruso” di Lucio Dalla, che ho mashuppato alla fine. Quelli sono gli accordi dell’emozione e stanno nel nostro DNA ormai, anche in quello dei rapper italiani.

Di Sfera hai fatto anche “Sciroppo”. Si parla tanto di sostanze nella trap, la cosa ti preoccupa?
Parlando con i ragazzi ho capito che lo riconoscono come un modo per fare il figo e basta, quindi no.

Forse è più preoccupante il cieco proibizionismo della nostra politica, per cui è da bandire anche la canapa legale?
Personalmente non fumo cannabis, neanche light, perché, trovo nello sport uno sfogo, che mi rilassa e sento che il mio fisico in questo momento non lo vuole. Detto ciò, arrivare a chiudere i negozi di erba legale mi sembra una cosa assurda, fuori da ogni epoca.





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