Mongolia: ciò che impressiona di più è il paesaggio, una terra emozionante, spirituale e ricca di storia.
Si parte dai racconti delle conquiste da parte di Gengis Khan e dei suoi valorosi guerrieri e poi si passa alla bellezza che solo la natura sa regalare costantemente. Un luogo in cui la capacità di adattamento e una certa apertura mentale sono richieste poiché un viaggio all’interno di questa terra è un qualcosa di sensazionale.

Il deserto, la steppa, le colline, la taiga e le montagne innevate. Un paese composto da polvere ma anche da rigogliose foreste. Continui paesaggi infiniti e un silenzio immenso che accompagnano gli orizzonti, gli stessi che sembrano allargarsi senza fine.

La Mongolia è una terra di nomadi e imparare a conoscerli comporta imparare una nuova cultura da zero. Oggi, rispetto magari a settecento anni fa, si ha la possibilità di andare alla scoperta di lande sperdute con mezzi di trasporto come auto, moto o cavallo. Le stesse piste attraversano oggi paesaggi che sono rimasti immutati da secoli, gli stessi ritmi distinguono la vita di chi attraversa queste steppe tra paesaggi ancora incontaminati e quei silenzi che riescono ad alimentare la fantasia e far crescere i sentimenti.

La bellezza di queste terre è ancora intatta, i panorami sono sbalorditivi e gli scenari che si presentano sono unici. Escludendo la realtà caotica della capitale Ulan Batoor e immergendosi così nelle lande desolate del nord della Mongolia, le sensazioni di pace ma anche di solitudine e smarrimento ti avvolgono sino a indurre il proprio stato d’animo a fondersi unicamente con la natura.

Qui è ancora possibile avere un’idea di rapporto tra uomo e natura, del rispetto reciproco e del concetto di bene comune.
Non tanto distante dal confine Mongolia – Russia, sorgono ancora piccoli villaggi nel mezzo della taiga.

La taiga, dove tutto sembra sospeso e fermo in un tempo immobile, è un ecosistema assolutamente delicato. Essa è caratterizzata da foreste di alberi di conifere, a volte accompagnate da betulle. A queste si alternano spesso zone umide che formano acquitrini e paludi le quali, inevitabilmente, durante il rigido clima invernale ghiacciano creando fragili lastre lungo il percorso.

Per raggiungere questa foresta innevata bisogna attraversare (in macchina, in moto o a cavallo) il lago Hovsgol, il più grande lago del paese ai piedi dei monti Sajany orientali, che arriva a ghiacciarsi per circa quattro mesi durante il periodo invernale in cui le temperature riescono a raggiungere i – 40°. Bisogna percorrere la steppa, una pianura arida e priva di alberi per un paio di giorni, con il rischio di non vedere nessuno per chilometri e chilometri.

Qui vivono i Dukha, l’ultimo gruppo di pastori nomadi di renne presenti in Mongolia. I Dukha sviluppano la propria economia e il loro stile di vita attorno alle renne, mantenendole e proteggendole.

Originari della Russia, i Dukha (o Tsaatan in lingua mongola) sono più simili ai Sami – i pastori di renne che vivono nella penisola scandinava, comunemente riconosciuti come lapponi – che ai mongoli della steppa. I pastori nomadi si spostano con le ‘ortz’, delle tende a forma di cono rovesciato, simili ai tepee degli antichi nativi americani, seguendo i cicli delle renne: infatti questi animali non possono vivere nella steppa o lungo le valli, dove le temperature sono davvero alte; la sola condizione che permette loro di vivere è al nord della Mongolia. I Dukha vivono in questo contesto per tutto l’anno con temperature che oscillano tra i – 40° e i -50°, sopravvivendo grazie alla caccia; un’altra preziosa fonte di cibo è il latte, utilizzato per la produzione di formaggio e per il Suutei Chai, ovvero latte mescolato con il tè nero, immancabile durante i pasti e i momenti quotidiani. Non praticano l’agricoltura per via dell’ambiente non favorevole, limitandosi a mangiare solo carne. Oltre a questo però, le renne vengono utilizzate anche per diverse attività tra cui la cavalcatura. Addomesticano le renne e le abituano ad essere cavalcate sin da quando sono giovanissime, caricandole con un peso di almeno 20 chili il primo anno, passando a circa 40 chili il secondo anno, arrivando verso i 5 anni ad essere propriamente cavalcate.

La tribù Dukha è in via di estinzione, e la popolazione rimanente oggigiorno è solo di 44 famiglie (circa 200-400 persone). Si spostarono dalla Russia in territorio mongolo verso la fine della Seconda Guerra Mondiale e si racconta di come crearono molti legami positivi con lo stato mongolo.

Non spostandosi mai dalla taiga sono rimasti un gruppo a parte, rispetto agli abitanti a fondo valle o nella steppa, e si distinguono per la loro grande conoscenza del territorio. I loro volti sono segnati dagli inverni rigidi e il lavorare continuamente sotto il sole porta loro ad avere la pelle più scura e un fisico apparentemente più anziano.

Tuttora sono marginalizzati in quanto unici pastori nomadi di renne del paese. Una volta sposati, vivono come in una grande famiglia, e questa è la loro più grande forza. Grande unità, un incredibile spirito energico, ed emozioni come la felicità e la gioia non scompaiono mai dai loro volti. Sensazioni che si trascinano anche durante la migrazione fra le foreste della provincia Hovsgol, mentre si muovono assieme alle centinaia di renne in un nuovo bosco sacro, “abitato” dagli spiriti sacri dei loro antenati con cui entrano in contatto mediante il canto e la danza.

In questo paese, tra misticismo e spiritualità, ci si può ancora imbattere negli sciamani. Gli sciamani possono essere sia uomini che donne. Adoperano i loro poteri di guaritori solamente il settimo e il nono giorno di luna piena e fondamentalmente credono in tre concetti fondamentali. Il primo è che il mondo è vivo. Le piante, gli animali, le rocce e l’acqua hanno degli spiriti e devono essere rispettati, donando così, protezione ed equilibrio. Il secondo punto è la responsabilità personale.

Gli sciamani mongoli credono nel concetto chiamato “bujan” – che si avvicina molto al “karma” – ovvero come il frutto delle azioni compiute da ogni essere vivente influisca sia sulla reincarnazione in una seconda vita, sia sulle gioie e i dolori che caratterizzeranno questa stessa seconda “opportunità”. Il terzo punto è l’equilibrio. Esso è di grande rilevanza in quanto mantiene l’armonia dentro se stessi, all’interno della comunità e nell’ambiente circostante.

Sciamani come Nergui, un uomo di età oramai avanzata che insieme a sua moglie vive all’interno di una piccola e angusta casa di legno. Tutto è avvolgente e surreale.

Il suo ruolo è fungere da collante tra le canzoni degli antenati della foresta, la sua gente e le loro renne. Nergui, come altri sciamani, non può esistere se non nel mezzo di una natura possente che lo ispira, ma la natura, e lui ne è consapevole, è una dimensione interiore. Lo sciamano proietta ciò che ha all’interno del suo animo.

È per questo che l’incontro con uno sciamano si rivela essere un’esperienza di guarigione e di apertura mentale incredibile. Egli sa riconoscere il tuo problema senza dovergliene parlare. La vera difficoltà sta nell’approccio e nell’abbattere tutte quelle congetture e blocchi mentali acquisiti attraverso una specifica cultura.

Una delle prime cose che gli sciamani della Mongolia, totalmente ricoperti dai loro vestiti tradizionali colorati e da maschere folcloristiche, fanno alla persona che hanno di fronte a loro e che chiede protezione, fortuna o abbondanza è scrollarle le energie negative di dosso. Non appena entrano in uno stato di trance iniziano a danzare e a cantare con una tonalità che va via via crescendo insieme al rullamento sul tamburo in pelle.

Poi lo cospargono di fumo derivante dal ginepro per far richiamare gli avi, i quali sono attratti dai profumi. Infine offrono agli spiriti ciò verso cui il nostro Io, la persona in questione, prova maggiori ‘attaccamenti’ egoistici e che ci appare prezioso. Quelle certezze mentali e materiali di cui non facciamo a meno nel contesto in cui viviamo, come un pacco di sigarette o dei biscotti.

Sono rimasti davvero in pochi a vivere in queste condizioni, nella taiga e per tutto l’anno. Anche il dialetto è destinato a scomparire.

Tuttavia, per il bene comune, la gente ha imparato a rispettare la natura circostante e gli animali e a tramandare le proprie credenze, di generazione in generazione, invocando con le canzoni e i loro antenati defunti.

Ed è per tutto questo che ritrovarsi in uno scenario simile, nonostante gli ultimi cambiamenti, non può che rivelarsi una delle esperienze più autentiche e sconvolgenti della vita.

a cura di Anna Elisa Sida
foto di Matteo Maimone
www.nutshelltravel.org





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