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È sempre più evidente quanto, in questo Paese, la soglia dell’indifferenza e dell’apatia tenda ad innalzarsi, giorno dopo giorno. In tanti sembrano non rendersi conto che – lentamente, ma inesorabilmente – rinunciano ad esercitare le loro prerogative di cittadini-elettori per ritrovarsi compressi nel ruolo di spettatori, che assistono inerti all’avvicendarsi di eventi che non possono condizionare in alcun modo.

Stando così le cose, anche quello di riformare una legge così criminogena e ingiusta qual è quella attuale sugli stupefacenti, può sembrare un obiettivo quasi irrilevante se non si ha ben chiaro che in gioco non è tanto l’opportunità di consentire la vendita o il consumo di una o più sostanze, quanto invece la nostra stessa libertà. Non la “libertà di fumare uno spinello”, sia ben chiaro, ma la libertà. Quella libertà che si fonda prima di tutto sull’accesso alla conoscenza e il rispetto delle regole. Entrambe le cose oggi sono, di fatto, difficilmente praticabili e scarsamente tutelate, seppure non siano poi tanti coloro che percepiscono come una costrizione tali limitazioni. A tal proposito, basti pensare a quanto è accaduto recentemente in seguito alle presunte “rivelazioni” dell’Independent on Sunday. Utilizzo questo esempio perché mi pare particolarmente significativo, ma tengo a sottolineare che mi riferisco alla questione droghe solo come metafora di tutto quanto vi sta intorno.

Tutto ha inizio intorno a metà marzo, quando il periodico britannico annuncia di essere in possesso di rivelazioni scientifiche tali da indurlo a cancellare la sua campagna di richiesta di depenalizzazione dell’uso della cannabis, in corso da ormai dieci anni. Motivo: «numeri record di adolescenti necessitano di terapie antidroga perchè fumano ‘skunk’, il potente tipo di cannabis che è 25 volte più forte della resina che si vendeva dieci anni fa». Niente di più falso, si scoprirà in seguito, di queste grossolane affermazioni, attribuite dall’Independent a uno studio di imminente pubblicazione da parte della prestigiosa rivista medica The Lancet. Senza attendere neppure un istante, tutti i “proibizionisti” e gli “antiproibizionisti” da strapazzo, pur di legittimare sé stessi nei rispettivi ruoli, si lanciano in improbabili interpretazioni dello studio non ancora pubblicato, arrivando a sostenere le tesi più grottesche e potenzialmente pericolose, proprio perché infondate.

L’argomento diventa di moda, e quegli stessi giornali che fino al giorno prima si erano ben guardati dal trattarlo, si riempiono di inchieste, pareri, opinioni. Tutti, rigorosamente, privi di qualsivoglia base scientifica. Spuntano eserciti di sedicenti esperti, che sgomitano per lanciare l’allarme più inquietante, la notizia più clamorosa. I programmi televisivi, improvvisamente, si accorgono che non possono fare a meno di parlare del tema del momento e fioccano, in prima serata, le trasmissioni, i dibattiti, gli approfondimenti e gli sprofondamenti, con ospiti di peso quali ministri, ex-ministri e aspiranti tali.

Poi, quando ancora le polemiche non si sono placate, accade un fatto: il tanto atteso numero di The Lancet viene pubblicato e (sorpresa!) non sostiene affatto le tesi anticipate dall’Independent. Anzi, ripropone i risultati di una ricerca presentata nel luglio dell’anno precedente da un’equipe di scienziati per conto di una commissione parlamentare britannica, la quale aveva proposto di rivedere il sistema di classificazione delle sostanze stupefacenti in modo da tenere conto della loro pericolosità reale. In tutto l’articolo, della skunk proprio non si parla: la «potente varietà di cannabis» che, secondo l’Independent, avrebbe dovuto essere «25 volte più potente” di quella ‘tradizionale’», non viene mai menzionata, mentre si fa notare come una parte consistente dei danni che la cannabis può causare sono da addebitarsi al fatto che, di norma, viene fumata insieme al tabacco. Viene evidenziato, invece, come tabacco e alcol siano molto più pericolosi del LSD e della cannabis. Lo stesso Independent è costretto a riportare queste considerazioni, insieme al parere del Prof. Iversen, dell’Università di Oxford, il quale fa notare come «semplicemente non è vero» che la skunk sia 20 o 30 volte più potente della cannabis disponibile 30 anni fa. «Il contenuto di principio attivo (THC) – continua il professore – generalmente non supera il 5%. La skunk può arrivare a contenerne al massimo il 10-15%. Due o tre volte tanto, quindi, e non 20 o 30», come invece era stato detto. Riguardo al presunto rapporto di causalità esistente tra cannabis e schizofrenia, gli autori dello studio sostengono chiaramente come ciò non sia riscontrabile con certezza e, in ogni caso, non superi il 7% dei casi.

Dopo aver pubblicato la versione integrale dell’articolo in questione, interveniamo per tentare di riportare la questione nei termini corretti e facciamo notare a chi a parlato a vanvera che forse è arrivato il momento di documentarsi e di riflettere. Vogliamo essere ottimisti e pensiamo che, ora che il tema è stato sdoganato, finalmente si potrà fare un po’ di chiarezza. E invece no: incredibilmente quasi nessuno mette in relazione ciò che è riportato dal Lancet con quanto detto fino al giorno prima. Peggio, si continua a citare le bugie dell’Independent come se fossero oro colato, senza prendere minimamente in considerazione i dati reali. Se una tale carenza di onestà intellettuale poteva essere addirittura prevedibile da parte di Carlo Giovanardi e da chi, come lui, alimenta la caccia alle streghe; non ha invece alcuna giustificazione, dalla parte opposta, per non aver approfittato di argomenti così forti e inoppugnabili per affermare le proprie ragioni. Ma perché, avendo una carta vincente come questa, si è scelto di non giocarla? Bastano la pigrizia, l’ignoranza e l’incapacità (tutti limiti enormi per dei politici di professione) a spiegare un simile atteggiamento, o c’è dell’altro?

Non sarà forse che l’occupazione manu militari di tutti gli spazi in cui si amministra la cosa pubblica, una volta perduto il necessario consenso da parte della base elettorale, rende l’attuale classe dirigente del tutto incapace di interpretare le istanze e le esigenze reali che emergono dalla società? È del tutto fisiologico che vi sia un istinto di autoconservazione da parte di chi rappresenta il potere in tutte le sue forma, ma questo diventa un problema quando si inibiscono i naturali processi che consentono il rinnovamento. Non si può chiedere alle attuali forze politiche di avviare un percorso che, necessariamente, le porterebbero all’estinzione. È necessario, a questo punto, che ciascuno di noi si assuma la propria quota di responsabilità e si costituisca parte dirigente, se si vuole garantire – quantomeno per le prossime generazioni, se non già per la propria – un futuro da cittadini e non da sudditi o, peggio, da servi.

Marco Contini
Segretario dell’Associazione Politica Antiproibizionisti.it





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