Quel che oggi chiamiamo tutti “la rete” esiste dagli anni ’80, ed è nato come un progetto di comunicazione segreta, che collegava dei computer all’interno di basi militari americane. Il motivo per cui i server dalle basi militari si siano spostati nelle università e cosa abbia portato giovani professori universitari a iniziare a scambiarsi messaggi e creare forum di discussione (allora si chiamavano BBS) è ancora poco chiaro, anche se la narrazione ufficiale parla di volontà di stimolare la ricerca americana nella gara alle stelle con l’Unione Sovietica – ma qualcuno crede davvero ancora in quella “gara”?

Il tesoro nella rete
Come che sia, internet è nato proprio da lì, e se nei suoi primi vent’anni la sua popolazione è cresciuta in modo relativamente lento, col nuovo millennio è diventato rapidamente un piano di esistenza che ha affiancato quello reale e lo sta, con ogni evidenza, sorpassando. Già nei primi anni del 2000 era diventato chiaro che nessuna realtà produttiva poteva essere assente in internet. La cosiddetta “bolla” di speculazioni degli ultimi anni del millennio scorso, nasce proprio da questo assunto, sommato all’ignoranza di chi alla rete si affacciava. Le aziende hanno pensato che internet fosse a tutti gli effetti una “vetrina” che avrebbe procurato loro innumerevoli clienti e hanno investito utilizzando gli stessi parametri di giudizio che avrebbero usato nell’aprire una nuova sede. Hanno accettato costi gonfiati a dismisura per l’allestimento di semplici pagine di testo e immagini, pagando somme da capogiro per siti che uno studentello avrebbe realizzato in poche ore, e anche meglio, di tante ditte di “Servizi Internet” create per l’occasione. Erano bande di veri e propri filibustieri, pirati in giacca e cravatta che hanno predato la prima ondata di aziende approdate in rete. Quando è risultato evidente che a quegli investimenti non corrispondevano ai previsti e spesso “garantiti” aumenti nel volume di affari, molte aziende si sono ritirate rumorosamente, creando una risacca e una diffidenza verso le potenzialità commerciali della rete che ha rallentato per diversi anni il processo di “virtualizzazione” del mondo economico.

Ed è questo il momento in cui hanno preso piede con forza i primi veri colonizzatori di Internet, cioè coloro che hanno per primi considerato le effettive potenzialità anche economiche della rete, scoprendone il tesoro quando ancora non era affatto identificabile e investendo nel creare strumenti per estrarre e gestire questo tesoro: la raccolta e il commercio di informazioni. Di qui il successo dei motori di ricerca e subito dopo dei social network, veri e propri mercati di informazioni di ogni genere, ad ogni livello. È l’avvento della “new economy”. Intorno al 2010, per internet scoppia il suo boom di aumento della popolazione, rendendo nel contempo gli stessi utenti la “moneta” del vero e proprio mercato della rete. La loro presenza, attenzione, disponibilità a fornire dati e informazioni, ma anche a scambiarle, a farne da cassa di risonanza, sono il vero tesoro di Internet. Ciò ha avviato una profonda trasformazione degli assetti economici, trasformazione tuttora in corso, i cui esiti non sono facili da prevedere. Certo è che il mercato del dato e le dinamiche di “attenzione della rete” sono e saranno in forma sempre più massiccia i veri indicatori economici del futuro.

Identità senza Rete
Questa evoluzione non ha avviato solamente uno stravolgimento dei criteri di valutazione economica, impattando sull’economia tradizionale in modo massivo. Il suo impatto è stato enorme, in modo più inquietante, anche sul piano meramente esistenziale. La nozione ormai assimilata che un’azienda o un ente privi di un proprio spazio e di una propria visibilità in rete “non esistano più” ha infatti preceduto di pochissimo lo stesso approccio verso le persone. I singoli individui, senza un profilo attivo nei social network, appaiono socialmente sempre più isolati, diafani, irraggiungibili: praticamente dei fantasmi.
Per capire come questo sia avvenuto, facciamo un passo indietro. Il feedback di esistenza che nelle vite degli esseri umani era da sempre fornito dalle interazioni quotidiane con altri esseri umani: il vicino di casa, il parente, il compagno in uno sport o in un hobby. Questo riferimento oggi sta rapidamente scomparendo sotto il peso di decine, centinaia, migliaia di contatti virtuali, molto più attivi, molto più presenti, a ogni ora del giorno e della notte. Ecco quindi che il nostro ego, prima portato a confrontarsi con poche decine di persone nel corso di settimane intere, oggi si interfaccia con centinaia di sconosciuti in pochi minuti. I contatti virtuali sono inoltre molto più specifici. Se, per dire, negli anni ’60 avevi un hobby, trovare persone che lo condividessero era un percorso con delle difficoltà, che aumentavano in proporzione con la rarità dell’hobby in questione. Un percorso che procedeva per lettere, con attese di settimane o mesi per ottenere riscontri. Oggi è questione di pochi click in un browser, persino quando si tratta di hobby rarissimi. I tempi per conoscere persone si riducono a secondi, i numeri di conoscenze disponibili si moltiplicano all’infinito. In questo costante crescere di feedback, oltretutto selezionati e selezionabili, le nostre identità trovano terreno molto più fertile e accessibile che nella vita quotidiana.

La domanda chiave che mi pongo è: siamo pronti a questo? Siamo in grado di gestirlo? O anche, ancora più in profondità: abbiamo una pur vaga idea di come questo processo di “virtualizzazione” stia cambiando ogni nostro modello di percezione della realtà e dell’identità?

La Rete in pugno
Un elemento che ritengo particolarmente importante per comprendere l’evoluzione in atto riguarda il supporto tramite cui le persone accedono a Internet.

Nei primi dieci anni del millennio, il mezzo principe per navigare in rete era ancora il computer. Ma il computer è uno strumento che resta ancorato a una scrivania, in un ufficio o anche in una stanza, e questo per molti è stato un ostacolo notevole al lasciarsi risucchiare nella rete. C’era comunque da alzarsi, da uscire, che fosse per fare sport o per incontrare conoscenti, per ascoltare un concerto, per uscire a cena, recarsi al lavoro o tornare a casa. Il trasferimento dell’accesso a Internet dai computer ai telefoni portatili è stato il punto di svolta di questo fenomeno, e l’inizio di una vera e propria rivoluzione percettiva di massa i cui esiti restano inimmaginabili. La cultura “Mobile” ha infatti sposato Internet in un baleno, non appena i cellulari sono diventati “smart”. Con il cellulare Internet ci accompagna ovunque e siamo sempre, costantemente, connessi alla rete. Che sia un appuntamento romantico o una serata di baldoria, un convegno o una riunione di lavoro, il cellulare è sempre lì a portata di mano e di occhio, pronto a indicarci altre realtà, e a rendere la nostra realtà condivisibile con altri.

Uno degli effetti più spaventosi di questo fenomeno è che adesso, per molti, la realtà esterna, senza una rappresentazione virtuale, inizia a sbiadire. Una pietanza diventa meno golosa se non la si può fotografare e condividere sul profilo social, un partner meno attraente se non lo si può esibire ad amici o amiche, un panorama meno suggestivo, un’esperienza meno coinvolgente, un incidente meno drammatico. Persino una catastrofe, un terremoto o un’esplosione, un’alluvione o un incendio, senza un video con cui darne notizia in rete, diventano eventi remoti, privi di dimensione.

La realtà va assottigliandosi ai nostri sensi, man mano che la sua rappresentazione in rete diventa più concreta, più reale. Presto Internet sarà la nostra sola realtà e il mondo fuori dalla rete diventerà il grigio e diafano avanzo di un passato percettivo.

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