Parlare di legalizzazione della cannabis ci fa incorrere sempre in un paradosso che ha dell’incredibile, anche per come non sia minimamente percepito come tale dalla maggior parte delle persone: perché mai la legge dovrebbe proibire qualche cosa che non sia criminale?

Proviamo a pensare a questo: il crimine è tale in quanto universalmente riconosciuto oppure è la legge a definire i confini del crimine, sulla base di una convenzione stabilita dalla collettività (o meglio da chi detiene il potere in un determinato momento)?
È assolutamente evidente infatti che la legge nasce al fine di preservare l’esistenza e l’incolumità delle persone. Si scrive una legge al fine di determinare, scolpendolo sulla roccia o sulla carta, cosa si possa o non si possa fare nella società. Ma quel che non si può fare è rappresentato ovviamente da tutta una serie di comportamenti e condotte che ledono in modo grave e diretto la vita, la libertà e la proprietà altrui. Per questo, non si può uccidere né rubare a qualcuno. Non si può, per dirla in termini più chiari, aggredire per primi qualcuno.

Ma l’uccisione di qualcuno, oppure il furto, è criminale in quanto tale e non perché lo determina una legge. Per capire questo dobbiamo tornare a Socrate, quando affermava che un assassino non potrebbe mai desiderare di vivere in una società di assassini. Non potrebbe mai infatti desiderare di vivere in un mondo dove dovrebbe costantemente guardarsi le spalle per non farsi accoltellare. Egli perpetra il suo intento criminale al fine di essere l’eccezione, in virtù della convinzione che gli altri da lui non si aspettano un atto violento. L’assassino insomma non segue una condotta che possa essere universale poiché una società di assassini non sarebbe più una società. Egli segue la sua condotta sapendo che può spuntarla solo perché gli altri non si comporterebbero allo stesso modo.

La legge che vieta a qualcuno di uccidere e che, ancor più importante, commina una punizione a chi commette tale atto, non definisce ciò che è criminale poiché l’assassinio è un atto che contraddice la socialità stessa, lo stare-con-altri. La legge insomma esprime in forma scritta qualche cosa che esiste già nel pensiero logico delle persone: non uccidere perché uccidere è ingiusto.

Ma quando la proibizione e la sanzione della legge sconfina in territori dove l’atto punito non è criminale in tal senso, allora la legge cade nell’arbitrio. Il consumo di cannabis, così come la sua coltivazione e diffusione, è proibito non certo in virtù di un’universalità o del fatto che contraddice la socialità e la libertà altrui. Non solo perché la proibizione esiste soltanto di recente e viene perpetrata in una piccola porzione del mondo, ma soprattutto perché l’uso di cannabis non rappresenta la violazione di una legge della ragione umana e della sua logica.

Se volessimo seguire l’idea secondo la quale l’uso di cannabis, così come quello di altre sostanze stupefacenti o dell’alcol, è un vizio, allora dovremmo leggere le parole di Lysander Spooner nel testo “I vizi non sono crimini”: «I vizi sono semplicemente gli errori che un uomo commette nella ricerca della propria felicità. A differenza dei crimini, essi non implicano malvagità nei confronti degli altri né alcuna interferenza con la loro persona o i loro averi. (…) È un principio del diritto che non ci possa essere un crimine senza un’intenzione delittuosa. (…) Affermare che un vizio è un crimine e punirlo come tale è, da parte di un governo, un tentativo di falsare la stessa natura delle cose. È tanto assurdo quanto lo sarebbe affermare che la verità è falsità, o che la falsità è verità».

Insomma, se condannare l’uso di cannabis come lo condannerebbe una madre che vuole preservare la salute del figlio può essere legittimo, proibirne l’uso con la legge contraddice l’idea secondo la quale essa esiste in virtù di un crimine universalmente riconosciuto e non dell’arbitrio del legislatore o della volontà di una maggioranza.

Uccidere un uomo in prima aggressione è sbagliato anche se la maggioranza decide che ammazzare tutti quelli che si chiamano Franco e hanno i capelli rossi è una cosa giusta. Proibire ad un uomo di togliersi la vita attraverso la legge è sbagliato anche se la maggioranza o il governo decidono che è una cosa utile. Disporre coercitivamente della libertà altrui è sbagliato anche se un governo decide che la legge lo consente.

Il proibizionismo insomma non va discusso ma va considerato un sopruso, un atto contro la ragione umana, per il semplice fatto che trasforma la legge da statuto di logica sociale ad arbitrio del più forte e potente. Mentre ci si chiede quale sia la giustificazione per l’uso della cannabis si perde di vista che la vera giustificazione (introvabile e impossibile) è quella della legge che proibisce di fare della propria vita quel che si vuole fintantoché ciò non viola la vita e la libertà altrui. Il fine della legge proibizionista infatti non è quello di fare il bene delle persone, ma quello di accaparrarsi porzioni sempre più vaste di realtà: l’uso di cannabis, così come quello di alcol, non attiene alla sfera pubblica bensì a quella privata, ma quando la legge ci mette bocca ecco che tutto ciò diventa sapere pubblico, proprietà di chi le leggi le scrive. E questa è l’invasione del politico nel privato e nella libera scelta. La legge non è la madre o il padre che consiglia (e magari costringe, perché no?) il figlio a non usare la cannabis, non ha la capacità di penetrare così profondamente nell’intimo della vita individuale. E quando lo fa, spesso è causa di un maggior danno di quanto una dipendenza da cannabis provocherebbe.

Perciò, l’uso della cannabis è legittimo, pur se illegale o non desiderabile. Lo scrive una persona che non ne fa uso e che forse consiglierebbe al suo migliore amico di non abusarne, ma che non userebbe mai la legge per proibirlo. Perché i vizi non sono virtù e nessuno può mettere un freno alla libertà di agire su di sé che ogni uomo possiede per natura.

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