Un viaggio è in grado di cambiare profondamente una persona, perché ti mette di fronte a realtà che non conoscevi. Ti sfida ad aprire gli orizzonti della tua mente, stuzzica la tua curiosità e soprattutto stimola la tua coscienza.

Chi non si muove mai, è destinato a credere che tutto il mondo sia come il suo piccolo quadrato di vita. Quando viaggi, ti rendi conto che non è così. Scopri che ci sono differenze enormi tra i popoli. Non tutti abbiamo le stesse possibilità e non tutti viviamo nello stesso modo.

Nel momento in cui ti rendi conto di quanto è abissale la differenza nelle condizioni di vita tra il tuo paese e gli altri, provi un profondo senso di ingiustizia. Di fronte a questa sensazione, puoi reagire in due modi: facendo finta di niente, oppure ribellandoti. Quando Ernesto Guevara si trovò di fronte ai cadaveri dei minatori cileni e ai lebbrosi di San Pablo, decise di ribellarsi. Fu proprio un viaggio a svegliare la coscienza di quel giovane medico. Fu durante un viaggio, poi passato alla storia, che in Ernesto Guevara si videro i primi segnali del rivoluzionario che sarebbe diventato. Il rapporto tra il giovane Ernesto e il viaggio è sempre esistito. Come tutte le persone curiose, anche lui amava viaggiare.

La passione per la scoperta si concretizzava nei libri divorati all’università, ma solo la strada era in grado di saziare la sua sete di conoscenza. Invece di leggere e immaginare, voleva scoprire personalmente. Vedere con i propri occhi e ascoltare con le proprie orecchie.

Granado e Guevara (al centro con l’elmetto) prima di partire

Il suo primo vero viaggio avvenne a bordo di una bicicletta motorizzata. Lui stesso, all’epoca ventiduenne, aveva adattato un piccolo motore sul telaio. Partì da solo, il primo giorno del 1950, alla scoperta delle terre del nord dell’Argentina. Fu un viaggio rivelatorio e straordinario, che accese nel giovane la passione per la scoperta. Nel 1951, infatti, chiese e ottenne la possibilità di lavorare come infermiere sulle navi mercantili. Ernesto era uno studente di medicina, e con questa esperienza avrebbe avuto la possibilità di mettersi alla prova e al tempo stesso viaggiare.

Spostandosi in nave visitò il Brasile e il Venezuela, ma si spinse anche fino ai Caraibi, raggiungendo Trinidad e Tobago. L’esperienza in solitaria con la bicicletta motorizzata e quella di infermiere di bordo sulle navi mercantili furono certamente importanti.

Ma nessun viaggio formò di più Ernesto Guevara di quell’avventura straordinaria e memorabile con l’amico Alberto Granado. Nel 1951, Alberto avanzò la folle proposta all’amico: perché non partire per un viaggio alla scoperta del continente sudamericano? Qualcosa di simile a ciò che Ernesto fece da solo a 22 anni, ma uscendo dai confini nazionali. L’idea prese subito piede e i due iniziarono ad organizzare quella che sarebbe stata un’autentica svolta nelle loro vite, sotto molti punti di vista. Come mezzo scelsero la moto di Alberto, una Norton 500 del 1939. La chiamarono “La Poderosa II”. Era un mezzo tutt’altro che in ottime condizioni, che nei piani dei due giovani li avrebbe trasportati (con zaini al seguito) per tutto il Sud America.

Le aspettative si scontrarono presto con la realtà. Dopo essere partiti da Alta Gracia, i due raggiunsero la città di Temuco in motocicletta. Lì, la Poderosa li tradì: persero il controllo ad alta velocità e finirono in un fosso. Ernesto e Alberto si salvarono, ma non ci fu nulla da fare per la motocicletta.

Il “Che” prova a riaccendere La Poderosa da qualche parte a Lautero

Il viaggio che successivamente sarebbe stato raccontato nel film “I Diari della Motocicletta”, proseguì quindi senza alcun veicolo a due ruote. In questo modo si concluse anche la prima parte dell’avventura, quella maggiormente legata alla scoperta disinteressata. Inconsapevolmente, lasciandosi alle spalle la Poderosa, i due ragazzi si lasciavano alle spalle anche un po’ di ingenuità e frivolezza.

Proseguirono a piedi, facendo l’autostop. Arrivati in Cile incontrarono i lavoratori delle miniere inglesi, e fu lì che Ernesto vide con i propri occhi la grande ingiustizia di quel capitalismo che negli anni a venire avrebbe combattuto con tutto se stesso. Gli inglesi, unicamente interessati al profitto, trattavano i minatori cileni come semplici strumenti per aumentare i ricavi. La miniera di rame di Chuquicamata era spesso anche il cimitero di quelle anime abbandonate. Come racconta Marcial Figueroa nel libro “Chuquicamata, la tumba del chileno”: «il becchino, ogni giorno, dava sepoltura a sei vittime, tra adulti e bambini».

In quel momento il viaggio di Ernesto divenne qualcosa di più. Fu la realizzazione di quanto sfruttamento, povertà e disperazione ci fosse nel suo continente. Fu il primo passo di un lungo processo che lo avrebbe portato a considerare la ribellione (anche violenta) l’unica soluzione alle ingiustizie.

Un’altra tappa fondamentale di quel viaggio fu la visita al lebbrosario di San Pablo in Perù. Quello era un altro luogo dove i deboli pativano sofferenze di ogni tipo prima di spegnersi, soli e dimenticati. La vista di tutta quella ingiustizia fu ancora più forte e scioccante, fu come uno schiaffo.

I motivi erano due. In primis, Ernesto e Alberto si offrirono di lavorare nel lebbrosario come medici volontari, e osservarono quindi da vicino le condizioni pietose dei malati. In secondo luogo, arrivarono in quel posto dimenticato da Dio dopo aver visitato il maestoso Macchu Picchu, il simbolo dello splendore e della meraviglia delle popolazioni indigene.

Il “Che” con la bici motorizzata

Quel contrasto tra la gloria del passato e la miseria del presente, tra la bellezza sconfinata e la totale disperazione, segnò profondamente Ernesto. Probabilmente fu proprio quello il momento in cui decise che non avrebbe fatto finta di niente, ma si sarebbe ribellato.

Del lebbrosario di San Pablo scriveva queste parole sul suo diario: «Questo è uno di quei casi in cui il medico, cosciente della propria assoluta impotenza di fronte alla situazione, sente il desiderio di un cambiamento radicale, qualcosa che sopprima l’ingiustizia che ha imposto alla povera vecchia di fare la serva fino al mese prima per guadagnarsi da vivere, affannandosi e soffrendo, ma tenendo fronte alla vita con fierezza». La permanenza al lebbrosario fu il punto di arrivo di un viaggio di formazione: da semplice studente idealista, Ernesto divenne un rivoluzionario disposto a morire per quegli ideali. A volte un viaggio è in grado di mostrarci la cruda realtà, toccare la nostra coscienza e spingerci a cambiare profondamente. Senza quel viaggio epico, forse non avremmo mai avuto un personaggio carismatico e incisivo come il “Che”.

Forse l’animo rivoluzionario di quel giovane medico sarebbe rimasto nascosto sul fondo del suo cuore come un ordigno inesploso. E invece quel viaggio fu la miccia che innescò il suo animo rivoluzionario. Ernesto comprese l’importanza di muoversi, scoprire, vedere personalmente il mondo. Non a caso, anche dopo essere tornato a casa continuò a viaggiare: visitò la Bolivia, l’Ecuador, Panama, il Nicaragua, l’Honduras, il Costa Rica ed El Salvador.

Un vagabondare che trasformò quel giovane medico nel rivoluzionario che cambiò per sempre la storia di Cuba e del Sud America. Quell’uomo che lasciò questa terra 50 anni fa, ma la cui essenza non smetterà mai di vivere nei cuori dei ribelli di tutto il mondo.

 





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