In Sardegna sono abituati al vento. Quello che ora sta spirando non è pero il vento di Maestrale, proveniente da Nord-Ovest o quello di Ponente, proveniente da Ovest. Si tratta, però, di un vento molto imperioso e foriero di conseguenze, che vanno al di là di danni esclusivamente materiali. È il vento della repressione che colpisce i coltivatori agricoli di canapa ed i commercianti.

Non è la prima volta che una Procura della Repubblica (o più Procure) dia inizio ad indagini maxi e monstre che coinvolgano il mondo della cannabis.

Sin dal 2008 – con la famosa indagine della Procura della Repubblica di Ferrara, che aveva riguardo al commercio di semi, al loro uso e, più generalmente, si concentrava sull’esistenza dei grow shop, (terminata con 68 assoluzioni su 68 imputati, successivamente dinanzi a varie autorità differenti) – la magistratura ha tentato vanamente di irregimentare e disciplinare le attività avente ad oggetto la canapa, attraverso capziose interpretazioni di legge.

Non si dimentichi, poi, la famosa operazione concepita a Bolzano (nel 2010) con l’arresto di numerosi coltivatori e, soprattutto dei titolari di Semitalia. Costoro subirono addirittura l’onta del carcere, per essere, poi, assolti sia in primo grado, che a seguito di uno storico giudizio di rinvio delle SSUU in Corte di appello a Firenze, dopo oltre 7 anni di sofferenze processuali e morali, che lo Stato, però, si è incredibilmente (ed uso un eufemismo) rifiutato di risarcire.

Per giungere a giorni nostri, va tra le tante, va ricordata la mega operazione del 2018-19 a Taranto, condotta da una task force di PM guidata dall’allora procuratore capo – dott. Capristo – (poi arrestato nel maggio 2020), che coinvolse 56 indagati. Dopo i primi effimeri positivi risultati presso GIP e Tribunale del Riesame, che confermarono la legittimità dei sequestri (nonché presso la Cassazione che in queste vicende assume spesso la posizione di pesce in barile) la battagliera Procura di Taranto dovette arrendersi all’evidenza e chiedere per tutti gli inquisiti l’archiviazione, accolta da quel Gip che aveva disposto i sequestri.
Misteri italiani.

Ora la storia si ripete (con una forma che appare tutt’altro che nemesi storica) a Cagliari. L’incipit è noto e si lega alla circolare della DDA di Cagliari, sulla quale già vi è stato modo di dibattere, evidenziando la di lei opinabilità fattuale e giuridica e sulla quale non mette conto tornare sul piano giuridico. Oggi desidero soffermarmi, invece, sul profilo umano della vicenda. La disperazione e lo sconforto dei coltivatori e dei commercianti sardi è la disperazione dei coltivatori e dei commercianti di tutti Italia, cui nessuno concretamente presta udito, vista ed attenzione.

La ripetitività delle perquisizioni, dei sequestri, delle indagini, delle perizie, dei processi, ormai ha anestetizzato l’opinione pubblica. Una situazione di deja vu mescolato al fenomeno tipico riportato nel famoso film “Il giorno della marmotta” di Harold Ramis. Siamo rimasti prigionieri di un circolo temporale: ogni giorno è sempre uguale e una volta pervenuta la notizia di nuovi sequestri l’iter si ripete sempre in modo uguale in ogni suo dettaglio, senza che nessuno protesti o si ribelli.

In questo contesto, nessuna iniziativa o vicinanza dei politici democratici o progressisti, interessati semplicemente a salire su carri mediatici di effimeri giudicati, che seppure utili ed assai apprezzabili, costituiscono pronunzie tuttora isolate e prive di quell’effetto ordalico – sul piano giuridico e fattuale – che taluno, invece, in modo autoreferenziale, disinvoltamente sostiene.
Si vince una battaglia – indubbiamente importante perché può creare un fumus, ma che risulta priva di significato concreto, perché inidonea a stabilire un principio che solo con una legge si può sancire – ma si sta perdendo complessivamente la guerra, perché i coltivatori ed i commercianti (nonché le loro famiglie) sono talmente prostrati, sfiduciati e privi di prospettive, tanto che appaiono più propensi ad abbandonare che a resistere. Con crollo del segmento produttivo e di commercio.

Desidero, quindi, essere testimone ed esternarvi la disperazione di chi, improvvisamente ed inopinatamente, si trova al centro di un turbine che non sa quando terminerà, che toglie ogni certezza, che induce l’inquisito a dubitare e, addirittura, sospettare di essere nel torto (perché cosi dice il carabiniere od il finanziere di turno divenuto, a propria volta, un fine giureconsulto).

E non tutti riescono a mantenere la necessaria lucidità, perché – giustamente – pensano agli impegni economici generali e quotidiani cui devono fare fronte, nonostante uno stop lavorativo cui vanno incontro, alla obbligatoria ricostituzione di scorte di negozio (pur nell’incertezza sulla legalità del proprio commercio), oppure al dovere di riuscire ad accudire (per non farle morire) quelle coltivazioni che vengono sequestrate in toto, quando basterebbe una campionatura.

E tutti, invece, sono certi che si tratti di un inammissibile processo alle intenzioni (le forze dell’ordine intervengono ipotizzando che l’attività coltivativa possa esulare dalle destinazioni di cui all’art. 2 L. 242/2016), oppure di iniziative che tradiscano scadente conoscenza delle norme e delle sentenze che vengono invocate a loro sostegno (e mi limito a parlare di ignoranza, per non dire sovente peggio).

La realtà di chi, dopo mesi, di paura, di lacrime, di rovina economica, un bel giorno apprende che il suo procedimento è stato archiviato, oppure viene assolto, perché si riconosce che non coltivava o commercializzava prodotti stupefacenti e magari, sovente, non si vede restituire la propria costosa merce (con artifizi giuridici al limite dell’offesa all’intelligenza comune), non interessa. Il danno diretto e collaterale non viene risarcito, né indennizzato in alcun modo.

Sapete perché? Perché non è una realtà strappalacrime e non sottende alla mozione dei sentimenti. Essa è connessa con un rischio di impresa – secondo taluni – e, soprattutto, perché, come nel giorno della marmotta, per un’assoluzione od un’archiviazione (e ad oggi sono davvero tante), l’indomani inizieranno altri nuovi procedimenti, destinati a portare tristezza e miseria negli indagati, che poi, verranno assolti. Dunque routine.

Siamo in una guerra giudiziaria ed è, (almeno per me e per le mie collaboratrici) troppo impegnativo e totalizzante seguire tutte queste importanti vicende umane e processuali, tant’è che per noi non vi può essere tempo per altro o per raccogliere polemiche stantie e pretestuose. Chi costituzionalmente guarda il mondo, solo per capire la portata effettiva degli eventi, e trarne indicazioni per il futuro, non ha certo non prova e non proverà mai invidia per qualche successo altrui, indubbiamente significativo.

Tutti i successi processuali sono importanti, nessuno è conclusivo. Avendone ottenuto più di uno, in 41 anni di professione, ho imparato il valore effimero di ogni traguardo, altri non so se lo comprenderanno mai.

Quando leggerete di nuovi sequestri fermatevi a pensare quale percorso umano da quel momento inizia.





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