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"Il successo del rap non nasce oggi": l'intervista a Primo e Tormento

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El Micro de Oro” è uscito e ha confermato le buone aspettative e l’hype nei confronti di un disco che univa due artisti sulla carta così distanti, ma in pratica efficacemente complementari. Primo e Tormento sono finalmente fuori e l’attesa è stata tanta: a quanto dicono, i tempi necessari perché suonasse così, ovvero maledettamente hip hop. In un momento storico così importante e sovraesposto per il rap italiano, la parola di artisti con un background tanto vasto è necessaria, come la consapevolezza e la coscienza con cui riportano l’attenzione sul rap vero, che rispetta le radici. Li abbiamo incontrati a Napoli, in uno dei loro instore di presentazione del disco. Questo è il risultato di una interessantissima conversazione: 

Partiamo dall’ambiente che ci ospita, l’instore. Una roba che ai vostri tempi non c’era e che presumo non è che vi piaccia poi tanto.

Tormento: Non è proprio una dimensione che ci appartiene, infatti proviamo a trasformarlo a modo nostro. L’altro giorno siamo finiti in mezzo alla gente a rappare, e vedevi i ragazzi contenti di vederti stare tra di loro.
Primo: Cerchiamo di creare un incontro che vada oltre la firma delle copie o le foto: noi chiediamo ai ragazzi se hanno delle domande da farci, se hanno avuto delle reazioni al disco. Cerchiamo di capire come sta arrivando “El Micro de Oro” alla gente. Sappiamo per certo che nell’album ci siano ricerche sonore e liriche distanti dal rap da classifica, dunque vederci nelle prime posizioni di vendita ci fa solo piacere.

Numeri meritati. Ma se ai tempi di 21 Tyson o Sotto effetto stono vi avessero detto che un giorno sareste entrati in classifica, che avreste risposto?

Primo: Non era previsto che quello che facevo ai tempi di 21 Tyson mi avrebbe assicurato un futuro in questa cosa. Era un qualcosa che ci siamo trovati tra le mani: ci facemmo l’egotrip di fare la similitudine dei 21 rapper forti come Tyson da celebrare dentro un tape. Quello che è arrivato dopo è stato gestito magari anche dalla casualità: potevi vendere mille copie di un disco in due anni, oppure continuare a fare rap in un periodo come quello tra il 99 e il 2003 in cui si diceva che l’hip hop fosse morto e tutti consigliavano di lasciar perdere. Adesso portiamo questa roba come una seconda pelle, e arrivati sotto i 40 anni siamo fieri di poter dire che questa dell’hip hop non è mai stata una malattia o una moda, ma una cosa che ci ha cresciuti e ci porteremo dietro fino alla fine.
Tormento: Nel 2005/6 facevamo cover per divertirci o facevamo pacchi di free download. Già allora ci aspettavamo che il rap potesse esplodere: quello che non avrei immaginato è che si potesse pensare che il successo del rap di oggi sia nato oggi. Questo è invece il risultato di un processo iniziato venti anni e più fa, non è un fenomeno moderno.

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Spiega…

Tormento: Ad esempio, le agenzie che hanno seguito la nascita de “El Micro de Oro” sono composte da ragazzi cresciuti con la nostra musica, con le prime jam. L’hip hop non è stato in grado di creare agenzie del genere: chi sta avendo buoni riscontri ha alle spalle delle agenzie –che siano di booking, di ufficio stampa, di promozione- che sappiano effettivamente cosa sia l’hip hop. Sono vent’anni che facciamo hip hop: tutte le persone dovrebbero conoscere la differenza tra fare un disco con una major oppure autoprodursi, o la differenza di affidarsi a chi realmente conosce l’hip hop, piuttosto che a gente che ti vede solo come un prodotto. Invece tutto sembra lasciato al caso: la gente non ricorda che i Sangue Misto si sono scontrati nel ’94 con l’industria discografica, non ricorda che Bassi Maestro è quello che è perché ha smazzato centinaia di mixtape. In venti anni noi avremmo potuto prenderci il Paese. Tutti i rapper, anche quelli underground, sotto sotto desiderano di firmare con una major: ma nel frattempo non fanno mixtape, free download, lavori. Aspettano di fare un disco apposta per la major e nient’altro.

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Pian piano ci torniamo, ma ora parliamo un po’ del disco. Brani come “Amore di strada” sono datati quattro-cinque anni. Eppure l’album è ritardato non perché abbiate voluto assecondare le influenze di questa epoca storica, anzi

Primo: Più che ritardi, man mano abbiamo capito che fossero i tempi necessari per fare in modo che il disco fosse così. Per assurdo, dopo il video di “Mantenere” non abbiamo più cacciato nulla: abbiamo fatto decine e decine di date in giro grazie ad un solo brano e l’hype cominciava a diventare pesante. Tantissime persone ci hanno sempre chiesto quando usciva il disco, spesso anche con durezza: in questo tempo abbiamo tirato fuori mixtape, collaborazioni, dischi, progetti alternativi usciti gratis, tra l’altro. Non siamo stati proprio fermi.

Nella nostra recensione scriviamo che, sulla carta, Primo e Torme è la coppia che non funziona. E invece…

Primo: È una cosa che ci siamo chiesti molto anche noi, all’inizio. È tutto nato dallo stare bene insieme, ma alla fine è stato divertente passare dal lato umano a quello tecnico. Infatti ci siamo studiati bene le cose che potevano andare tra di noi e dare buone vibrazioni, cercando di eliminare quelle che funzionavano meno.
Tormento: Siamo riusciti ad integrare l’anima più rock e dura di Primo col soul più mio: alla fine abbiamo dimostrato che possiamo essere complementari. Alla base di tutto c’è un rapporto pulito e sincero tra di noi: l’esperienza ci ha insegnato che fare quello che comunque è un business tra amici porta, quasi inevitabilmente, a incrinare il rapporto che c’era. Il bello è non fare collabo che finiscono in una canzone, ma affrontare un concept intero assieme ad altri artisti: il segreto è saper lasciare all’altro il suo spazio, a non pensare solo a te stesso.

El Micro de Oro esce in un’epoca storica forse senza precedenti per il nostro rap. In un certo modo, è stato un segnale, come a dire che il rap si fa così.

Primo: La cosa che ci ha stupito nella creazione del disco è stato ricevere lo stesso input da tipi di sonorità anche differenti: tra Squarta e Retrohandz, ad esempio, ci sono venti anni di differenza di conoscenza musicale e siamo stati noi stessi su entrambi i tipi di produzione. Rispettare e mantenere forti le radici dell’hip hop a noi viene naturale…
Tormento: …esatto! Se conosci le radici le porti con te per sempre. Spesso dico che la gente non conosce perché si rappa in cerchio, perché i rapper portino i catenoni, perché ci si insulta a vicenda. KRS-One stesso racconta che la cosa nasce dalla schiavitù, di quando questi venivano legati in cerchio tra di loro e se ne dicevano di ogni. Bisogna conoscere tutto ciò che ci ha preceduto. È giusto, comunque, che la gente abbia un ventaglio di possibilità di ascolti, che possa ascoltare noi come uno dei rapper usciti da poco: l’hip hop o si studia e si scopre, oppure si sta fermi a pensare che sia quello che ci vogliono propinare.

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Poi senza rispettare le radici e i valori di una cultura nascono casi come i rapper di Casa Pound.

Primo: La diffusione spropositata della cosa crea tantissimi equivoci come queste aberrazioni musicali. È un segno del fatto che non ci fosse un tessuto sociale cui riferirsi, come è accaduto nei ghetti americani, ad esempio. Qui il rap ha attecchito nelle periferie, ma magari tra i coatti che ascoltano Gigi D’Alessio. Forse bisogna aspettare che escano più dischi come “El Micro de Oro”, così che nel mainstream ci siano anche rapper con un background importante.

Cambiamo capitolo, andiamo a Sanremo: Tormento è stato il primo a rapparci. Che vetrina è stata, a prescindere dalla storia con Staffelli?

Tormento: Noi ci siamo arrivati nel pieno nella carriera, pensando di avere un pubblico ormai cresciuto con noi. L’impressione che ho avuto io è quella di una grande fiera, con una grossa attenzione mediatica. La musica non c’entra più niente e nessuno può dire niente: se un rapper si mette contro Striscia la Notizia, stai sicuro che la tua carriera è finita. Succede solo in Italia, tutti si schierano col giornalista, col padrone, col capoccia. Rocco Hunt l’ho visto qualche settimana prima di Sanremo e gli ho detto che lui conosce l’underground, le jam, come autoprodursi un disco: sa cos’è il vero e deve prendere Sanremo per quello che è, ovvero il business fatto dalla stessa gente che ci mangia da 40 anni.

Rimanendo in tema, a Primo rigiro una sua citazione contenuta in “A me non me ne fotte un cazzo”: “…per il rap demagogo c’è Frankie”:

Primo: La citazione nasce dal fatto che a un certo punto vedevo Frankie dire nelle interviste che il rap faceva schifo ed erano tutti ridicoli. Ai tempi di Bomboclat eravamo più brutali, avevo voluto dare la risposta a modo mio, ma non me l’ero presa. Posso dirti che da piccolo studiavo su “Fight da Faida” per andare a tempo, poi non mi è più piaciuto il suo modo di fare rap. È certo che a Sanremo  piace la demagogia, è l’unico modo per parlare al pubblico italiano quello del sentito dire, del pressappoco.

Si può dire che Tormento sia stato il primo “imprenditore” del rap italiano, il primo ad investire anche economicamente sui “colleghi”, giusto? Penso a Bassi Maestro, Fibra, Nesli, Don Joe…

Tormento: Sì, ed è un investimento che non è stato mai riconosciuto. Spesso non si capisce che tu stai prendendo dei soldi tuoi perché credi in loro e li supporti: quando arriva un aiuto, vogliono subito di più. Ma non mi sono mai pentito, perché anche oggi vado nelle associazioni per aiutare i ragazzini di 17 anni a rappare. Nessuno di quelli che abbiamo aiutato si è mai voltato indietro: capisci che il mondo è fatto così, che gli altri non danno come diamo Esa ed io, ad esempio. Ma nella vita tutto torna…

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Come un “Boomerang”. A proposito, il primo video in 4K, o sbaglio? E Coez dov’è finito?

Primo: Non sbagli! Volevamo dare l’idea del boomerang anche con le immagini. Come dice Torme, tutto torna, anche a distanza di tanti tanti anni. Coez non c’è perché saremmo stati dispari e non avrebbe potuto venire fuori l’idea del video che torna indietro e ripete gli stessi quattro take.

Nel disco c’è “Governo ombra” con Esa e Polare: titolo eloquente, non quanto le strofe, che sinceramente non ho capito molto.

Tormento: Sembra scontato che ci sia un governo ombra che decide tutto, ma anche un governo ombra dell’hip hop che ha creato tante cose, autorganizzandosi e stando nell’ombra. Il pezzo può risultare incomprensibile perché salta da diversi punti di vista: è un insieme di cose, tante sfumature con un beat pazzo…
Primo: È la constatazione della negatività del governo ombra che schiaccia il comune cittadino, lo costringe a qualunque tipo di sacrificio per non avere poi niente; e del governo ombra personale che tu metti in atto imponendo la tua realtà, grazie allo spessore e al carattere che hai forgiato subendo il governo ombra generale. Un po’ come l’underground, che dall’ombra tende ad emergere alla luce nell’ottica della competizione sana. Insomma, un senso di rivalsa nei confronti di una vita che ti vuole massificato, uguale a tutti gli altri. Lì per lì non si capisce molto bene proprio perché ha diversi spunti di lettura.

Chiudiamo con una domanda a testa: Grandi Numeri è in giro per il mondo, dunque i Corveleno che fine fanno?

Primo: Grandi Numeri è in Colombia, sta lavorando ad un documentario che si chiamerà “Romanquilla” e che mette in combutta i costumi dei colombiani che sono venuti in Italia e che hanno portato le proprie radici, e degli italiani che hanno fatto il percorso inverso. Un filo conduttore tra Roma e Barranquilla. Quando Grandi torna noi ci chiudiamo in studio, ma ancora non c’è nulla in cantiere perché anche lì abbiamo una certa responsabilità e finora i brani non ci hanno soddisfatto. I Corveleno continuano, aspettano il momento adatto.

Torme, chiuderei con un tema a te molto caro: la salvaguardia dell’ambiente e la green economy. Come si possono legare all’hip hop?

Tormento: Approfitto per consigliare il documentario 40 years of Hip Hop di KRS One: lui dice che queste multinazionali con cui abbiamo fatto la musica per tanti anni sono legati anche all’alimentazione, che è il loro business più grande. Il mio interesse nasce dall’amore per la cultura rasta e la canapa. Purtroppo oggi non ci si rende conto che mangiamo venti prodotti diversi al giorno, prodotti per i quali c’è più interesse sui costi di trasporto e di packaging che di qualità. La vera rivoluzione oggi sarebbe il riappropriarsi delle campagne, farsi il cibo per bene, riprendere il contatto diretto con l’ambiente.

L’intervista è conclusa: l’instore è incombente, giusto il tempo per sgranocchiare una sfogliatella e abbracciare il pubblico accorso a salutarli.

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Nicola Pirozzi



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