La leggenda racconta che la vestale Rea partorì una coppia di gemelli dopo essere stata fecondata dal dio Marte, e che i neonati furono abbandonati in una cesta sul Tevere, per una di quelle faccende di potere e conflitti che esistono dall’alba dei tempi. La sorte dei due infanti sarebbe stata la morte, prosegue il mito, se non fosse intervenuta una lupa, per salvarli da un ineluttabile destino di morte. Li allattò e li curò. Cresciuto, Romolo fondò Roma, e la lupa è ancora oggi il simbolo della città.

Dovessimo ambientare un mito fondante negli ultimi secoli, difficilmente ricorreremmo a un animale, per di più selvatico e libero come il lupo. La storia ha preso una piega ben decisa, seguendo la strada dell’urbanizzazione prima e dell’industrializzazione dopo. Il potere dell’uomo sul pianeta si è allargato a dismisura, fino ad allungare la sua impronta per modificarne i tratti caratterizzanti. Per milioni di anni non è stato così: le ere geologiche sono state dominate dal trionfo esclusivo della natura più selvaggia, regolate da fattori incontrollabili. Non a caso, da qualche tempo si è fatto strada il concetto di antropocene, la parola che indica e contiene dentro se stessa l’imperio umano sulla Terra, presagendo un’era destinata a seguire traiettorie tutte da scoprire.

Invertire la rotta a processi così complessi è un’impresa ardua. Esistono però le possibilità per allestire sacche di resistenza, mangiando l’utopia a piccoli bocconi, senza avere la pretesa di realizzarla con un’inversione secca. Così, per innescare il riscatto della natura selvaggia nell’era dell’antropocene, e preservarne tratti che altrimenti andrebbero persi per sempre, è nato un movimento che è ambientalista e politico al tempo stesso. Si chiama rewilding, una parola difficile da tradurre in italiano, alla lettera; potremmo dire “rinaturalizzazione” ma al di là del suono sgradevole perderebbe la sfumatura chiara che contiene l’espressione “wild”, selvaggio, e “riselvaggizzare” sarebbe davvero troppo per la nostra lingua. Al di là del lessico, questo concetto – che si è fatto strada a partire dagli anni Novanta, proprio perché i processi vengono da lontano – ha un significato preciso. È apparso per la prima volta in un articolo della rivista americana Newsweek, che raccontava la visione peculiare di un gruppo di ambientalisti radicale. Era il 1990, e così come veniva presentato, il rewilding proponeva di conservare la biodiversità attraverso un asse portante centrato sulla creazione di habitat da lasciare alla natura incontaminata e di corridoi ecologici che potessero favorire lo spostamento della fauna, soprattutto carnivora, ritenuta essenziale per lo sviluppo di ecosistemi.

L’obiettivo è di lasciare che la natura ricominci a prendersi cura di se stessa, ripristinando ecosistemi marini e terrestri. Riaprire dighe artificiali, così che l’acqua torni a seguire i suoi corsi originari; arrestare la gestione controllata della popolazione di orsi e lupi nei boschi e nelle foreste, contrastando la diminuzione costante di esemplari. In altre parole, ridare agli animali e alla vegetazione quelle porzioni di ambiente divorate dagli uomini.

Messa così, può sembrare una sfida ambiziosa, sin troppo: sarebbe come far scivolare indietro le lancette di un orologio, tornando indietro nel tempo, per riguadagnare una dimensione ormai alle nostre spalle, irrimediabilmente perduta. Ragionando sul medio lungo periodo, tuttavia, l’operazione non è impossibile. Da quell’articolo di Newsweek, il dibattito è cresciuto, dando vita ad azioni pratiche che hanno mostrato una via affascinante da percorrere. Iniziando dagli Stati Uniti: correva l’anno 1995 quando – dopo molte discussioni tra favorevoli e contrari – i lupi sono tornati a popolare il parco di Yellowstone, uno dei più celebri del Nordamerica. Quello che è accaduto a Yellowstone somiglia a un caso di scuola: i lupi hanno ridotto la popolazione di cervi, e la diminuzione di cervi ha favorito la crescita di nuovi arbusti, e i castori hanno usato la legna degli alberi per fabbricare le loro dighe naturali, e questo ha portato i fiumi a seguire traiettorie prima impensabili. E sebbene la “favola di Yellowstone” sia stata oggetto di revisioni e analisi che ne hanno smorzato l’impatto, è tuttora considerata un modello di importanza capitale per i moduli di conservazione ambientale che sono arrivati dopo.

Così, diffondendosi a macchia d’olio, il modello del rewilding è stato riprodotto anche in Europa, dove è attiva la fondazione Rewilding Europe. Il risultato è che da qualche anno, nelle montagne della Romania sono comparse – o meglio, tornate – mandrie di bisonti, nei cieli della Polonia svolazzano le aquile, e tra Lapponia e Svezia le renne galoppano sulle terre fredde del Nord. Di pari passo, in queste aree nuovamente selvagge sono nati percorsi di trekking, safari organizzati, escursioni di birdwatching. Anche l’Italia non è rimasta fuori da progetti di rewilding, iniziative che si sono concentrate maggiormente tra i paesaggi alpini e sulle aree di collegamento fra i grandi parchi naturali degli Appennini il Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise, il Parco del Sirente Velino e il Parco della Majella. Gli animali che hanno contraddistinto questi processi di ripopolamento selvatico sono l’orso bruno marsicano e il lupo. Nel lavoro sono state coinvolte squadre di giovani biologi e ricercatori, creando, oltre che posti di lavoro, anche le basi per una nuova integrazione della presenza dell’uomo nell’ambiente.

Chi dovesse pensare che questi progetti abbiano un orizzonte limitato ad aspetti di carattere esclusivamente paesaggistici, o di contorno, si sbaglia. Le implicazioni del rewilding non si fermano qui: sconfinano nel territorio della conservazione del nostro pianeta. Ad esempio: favorire il ritorno di erbivori nativi – elefanti o rinoceronti – al posto di animali ruminanti come le mucche, che hanno letteralmente invaso il nostro pianeta arrivando a una quantità di esemplari fuori controllo, porterebbe a una sicura riduzione delle emissioni di metano, oltre a ridurre lo stoccaggio delle emissioni di carbonio dalle foreste e giocare un ruolo importante nella soppressione degli incendi. Forse non tornerà una lupa per fondare una nuova Roma, ma le strade del rewilding meritano di essere battute.

a cura di Stefano Nieri
Nato in provincia di Bari nel 1983, vive a Roma. Giornalista freelance, collabora con diverse riviste cartacee e online.

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