Parlando di parassiti si è evidenziato lo sviluppo della nostra coltivazione. 
Della canapicoltura italiana oggi ne parliamo con il Presidente della Federcanapa, Beppe Croce.

Presidente Croce, come vede questo nuovo rilancio?
La legge 242 del 2016 è arrivata nel momento giusto dando stimolo e accelerando la crescita.
È arrivata in extremis a fine maggio la circolare del viceministro dell’Agricoltura (ex) Olivero, che ha finalmente riconosciuto la legittimità della coltivazione delle infiorescenze. Ma questa circolare ha aperto altre contraddizioni: primo, vincola la coltivazione al florovivaismo, e fin qui non fa che seguire lo schema della legge 242, ma poi aggiunge qualcosa che a nostro parere va addirittura contro le norme del florovivaismo, ossia vieta la riproduzione agamica a fini commerciali, ossia la produzione e vendita di talee. Seconda contraddizione, ancora più grave, afferma che le norme della 242 non valgono per i prodotti di importazione. Cosa significa? Che evidentemente se la normativa di un altro Paese consente la commercializzazione delle talee, potrò importarle, purché siano varietà ammesse dalla normativa europea. Non mi sembra molto incoraggiante per la nostra competitività.
Insomma, occorre chiarezza. L’infiorescenza va “normata”, non demonizzata. Bisogna che il nuovo governo si impegni perché si arrivi a un supporto normativo chiaro.



Qual’è la situazione in Europa?

In Europa paesi come Francia, Olanda e Germania sono più avanzati: i francesi hanno continuato a produrre canapa, hanno puntato su ricerca, miglioramento genetico e bioedilizia, mentre i tedeschi hanno potenziato il settore alimentare e gli olandesi detengono il mercato della canapa per il settore automobilistico. 
In Italia, le due principali attività sono produzione di seme e di fiori, dal seme si ricavano principalmente farine e olio, mentre dal fiore si produce la cosiddetta cannabis light, che sta diventando il vero business, ricordo che a Bologna il 19 maggio scorso in occasione della sesta edizione della IndicaSativa Trade abbiamo presentato un disciplinare sulla coltivazione del fiore, che abbiamo elaborato in collaborazione con la Confagricoltura e la Confederazione Italiana Agricoltori.
La domanda di materia prima è in continuo aumento, ad oggi coltiviamo oltre 3000 ettari. Lontani certo dai 120 mila degli anni 40 ma c’è da dire che non esistono numeri ufficiali e non vi è un organismo di raccolta dati. Noi di Federcanapa cerchiamo di avere informazioni al riguardo dai commercianti di semi, ma moltissimi produttori comprano il seme direttamente dall’estero, quindi i dati non sono molto omogenei e un computo statistico sarebbe distorto.

Quali sono stati i motivi dell’abbandono di questa coltura?

L’abbandono totale per 30-40 anni della coltivazione della canapa, è stato dovuto in primo luogo alla notevole quantità di lavoro manuale che richiedeva la lavorazione, all’invasione delle fibre di cotone che è stato il principale concorrente della canapa e alla demonizzazione, stigmatizzazione e campagna proibizionistica fatta negli USA negli anni 30-40 e in Italia con la legge Cossiga del 76. Per finire, con la Fini-Giovanardi 2006/49, la coltivazione e l’uso della canapa sono stati proibiti per ragioni culturali, al contrario di altre sostanze – quali alcol e tabacco – capaci di produrre danni maggiori, si è voluto far credere che la pianta rappresentasse un pericolo per il paese come possibile prodotto stupefacente. Tutto ciò ha portato al crollo della canapicoltura italiana. Asserire che le fibre del petrolio sono state la vera causa è una delle tante banalità che vengono dette.
 I francesi hanno continuato a coltivare la canapa, facendo miglioramento genetico delle loro varietà, noi invece abbiamo abbandonato un settore strategico della nostra agricoltura, con il risultato che oltre ad avere pochissime sementi delle varietà genetiche tradizionali, non abbiamo avuto nessuna evoluzione genetica di queste varietà, malgrado fossero considerate le migliori dioiche da fibra come la Carmagnola e l’Eletta Campana.





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