Dall’Africa alla Giamaica, fino ai confini del mondo. La musica Reggae, quel vento in levare, profumato d’erba e rivoluzione, che alla fine degli anni ’60 iniziò a soffiare dall’isola caraibica alla conquista del Globo, oggi è patrimonio dell’Unesco. La notizia arriva da Mauritius, dove il comitato speciale dell’organizzazione, riunito nella capitale Port-Louis, ha aggiunto il genere originario della Giamaica alla lista dei patrimoni immateriali dell’umanità da proteggere e promuovere.

«Mentre al suo stato embrionale la musica Reggae era la voce degli emarginati, oggi è suonata e abbracciata da un’ampia fetta della società, che include gruppi di vario genere, etnia e religione», si legge nelle motivazioni dell’iscrizione del Reggae tra i patrimoni Unesco. «Il suo contributo alla discussione internazionale sui temi di ingiustizia, resistenza, amore e umanità, sottolinea la dinamica dell’elemento come, allo stesso tempo, cerebrale, socio-politico, sensuale e spirituale. La funzione sociale di base di questa musica, come veicolo di cronaca sociale, pratica catartica e mezzo di preghiera, non è cambiato e la musica continua a rappresentare una voce per tutti».

Nato in Giamaica nella seconda metà degli anni ’60 come evoluzione del Rocksteady, derivato a sua volta dallo Ska, il Reggae, fortemente connotato, in origine, a livello geografico e culturale, è stato in grado di toccare le vite di milioni di persone, grazie all’universalità del messaggio che veicola nella sua forma più pura. Emblema, nella sua declinazione roots, della religione rastafari e del sogno di libertà di un popolo schiavizzato e poi colonizzato, il genere si è diffuso capillarmente insieme ai suoi simboli. Il culto di Hailé Selassié, il sogno di Zion, le folte chiome di dreadlocks e l’uso di ganja come ausilio alla preghiera e al raggiungimento della saggezza (chissà se la considerazione tributata al genere dall’Unesco, aprirà gli occhi a qualche parruccone della nostra politica sui benefici della marijuana!), sono riconosciuti ovunque come simboli distintivi del genere, dei suoi amanti e praticanti.

Con le radici ben piantate nel suolo giamaicano, l’arbusto è cresciuto, diventando una pianta dalle mille fronde, capace di lasciarsi contaminare e di contaminare a sua volta innumerevoli altri generi. D’altro canto il seme del meticciato era nel dna del suo più noto esponente, Bob Marley, di madre giamaicana e padre di origini britanniche, vera leggenda del Reggae insieme con The Wailers (Bunny Wailer e Peter Tosh). Ma sono tanti i rami, dalla Dub, alla Dance Hall, fino al Ragamuffin e alla declinazione più Pop della Reggae music, arrivata già in tempi non sospetti a influenzare generi lontani come Rock, Punk e Rap; così come sono tanti gli artisti che l’hanno resa grande nel mondo, da Lee “Scratch” Perry, a U-Roy, Jimmy Cliff, Dennis Brown, Jacob Miller, Toots & The Maytals, John Holt, Burning Spear, Max Romeo e la lista potrebbe allungarsi all’infinito.

Dicono bene, però, i commissari Unesco: non importa in quanti e quali sottogeneri si sia evoluto il Reggae, al cuore della faccenda rimane sempre la caratteristica unica di questa musica, capace di veicolare messaggi e sentimenti apparentemente antitetici, uniti sotto l’egida della good vibe. La si ascolta per il messaggio di rivoluzione contro l’oppressione e per quello di amore universale, per il suo valore spirituale o per la carnalità della sua vibrazione, per rilassarsi o per ballare tutta la notte e il bello, oggi più che mai, è che si continuerà a farlo, ognuno a modo suo, ora e per sempre.





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