Triste, si intitola così l’esordio solista di Samuel Heron. Un disco molto variopinto nei suoni, con cui il rapper spezzino grida al mondo una libertà espressiva che è frutto di un lungo percorso, anche piuttosto travagliato, nel music business, e una libertà personale che alza il dito medio contro una società, che in maniera sempre più aggressiva ci pretende felici. Classe ’91, venuto su coltivando le colonne portanti della Doppia H, in primis la danza e il rap, nella città culla della breakdance italiana, Samuel Costa, in arte Samuel Heron, in onore del mitico Gil Scott-Heron, è una vera fenice artisticamente parlando. Dopo una prima esperienza discografica con Mike Higsnob nel duo Bushwaka in seno all’etichetta Newtopia, esperienza conclusasi non bene nel 2016, Samuel è riuscito a stare in piedi e con tenacia ha pubblicato una serie di singoli e freestyle, tra cui Illegale, TT OK, Huarache Freestyle, poi entrati nella raccolta Genkidama. Oggi il suo ritorno con Triste, ha il sapore se non della rivincita, almeno dell’affermazione della libertà di essere se stessi e raccontarlo senza più maschere, finzioni o inutili cliché.

Triste è un grido liberatorio, nei confronti di cosa?
Innanzitutto di me stesso, nel senso che questo è un momento in cui mi lascio andare e mi libero da alcuni paletti e canoni che in realtà mi sono autoimposto o che comunque vengono imposti dal mondo esterno e dal mio genere, il Rap. Ho scelto consapevolmente di liberarmi e di dire che non sono solo una persona gioiosa e colorata, sono anche altro, anzi sono soprattutto altro. E poi, in un secondo momento, è arrivato il desiderio di far prendere coscienza anche agli altri di liberarsi, di liberare i propri sentimenti, le proprie emozioni, la propria tristezza, che non è sempre negativa. Io tante volte mi ci crogiolo, perché mi aiuta a capire tante cose, ad analizzare le situazioni e quindi a essere felice, visto che sono una persona estremamente sensibile e tanto vado giù, quanto vado su. Essere sensibili e fragili non è una cosa negativa, ecco, voglio dire questo a chi ascolta, nella speranza che sia una lampadina.

Mettersi a nudo e dichiarare la propria fragilità in una scena dove la tendenza è quella a ostentare (o millantare) successi e benessere a più non posso è…?
Ho sempre fatto scelte controtendenza, a partire dal mio immaginario alla costruzione dei pezzi, che poi non c’è niente di costruito, ma è successo per una serie di fattori che io sia diverso, pensi cose diverse e abbia esigenze diverse. Anche in questo caso è successo, non ti so dire quindi se io sono quello controtendenza e sarò il portavoce di qualcosa. Non demonizzo chi vuole fare cosà, ma a me piace fare così. L’ambiente del rap si è rinchiuso un po’ troppo dentro alcuni canoni, standard e stereotipi legati solo al successo, cioè se non hai successo, non sei felice, se non sei il numero uno, non sei felice. Non è così, anche il numero venti è felice, l’importante è che dentro quel numero ci sia la coscienza di aver fatto bene, di essere delle persone corrette e di viversela tranquilli, cercando di godersi le cose. Quindi questa cosa dei numeri, di rimarcare il disco d’oro fatto in tre giorni, non fa altro che portare frustrazione. Tutti i rapper sono tristi, fragili, incazzati e depressi, io, però, lo dico.

Hai calato la maschera, il che, però, significa ricercare, trovare e affermare un’identità autentica. Come hai affrontato questo percorso, che arriva dopo anni nell’industria musicale?
Non lo auguro a nessuno, perché è stato tortuoso e c’è voluta molta tenacia. Devo essere sincero, nell’ultimo anno ho pensato tante volte di abbandonare, di lasciare andare, perché ero sopraffatto dagli eventi esterni. È quello che mi ha creato frustrazione, il fatto che la maggior parte dei problemi non provenissero da mie scelte o dallo stare a far niente al bar con gli amici, ma da elementi, eventi e persone che condizionavano il mio percorso. È stato brutto. Ora, però penso, che le cose ottenute senza fatica portano poco godimento. Io ho fatto il cuoco, ho lavorato in un autolavaggio, so cosa vuol dire il soldo guadagnato con sudore e la stessa cosa la rapporto alla musica. La gavetta serve: uno per formarsi artisticamente, due per farsi le ossa, tre per godersi le cose e quattro perché quando raggiungi un obiettivo sei molto più contento.

Musicalmente sei a lato, attraversi i generi, confondi le carte con una varietà stilistica quasi disarmante. Di questo disco basta ascoltare una dopo l’altra Londra, Chissenefrega e FB, oppure considerare i tuoi ft. con Lo Stato Sociale, Tony Effe e dj Tayone. È il tuo asso nella manica?
Non c’è calcolo, semplicemente è così. Io sono direttore artistico di me stesso e chiaramente ho cercato di calibrare tutti gli aspetti musicali e caratteriali che ci sono nel disco, ma la varietà dei pezzi è totalmente frutto della mia voglia di liberarmi, anche musicalmente, di scrivere cose diverse, con spontaneità. È questa la cosa di cui sono felicissimo, di essere riuscito a essere spontaneo e ti assicuro che non è facile, anche con tutti gli errori che posso avere fatto.

Tipo?
Non so prendi un pezzo come FB, se uno andasse a calcolare i canoni odierni del rap quel pezzo non sarebbe vendibile: la chitarra suonata storta, il rumore della sedia in mezzo alla strofa, io che non sono intonato al cento per cento. Ok, ma mi è venuto così e l’ho fatto così.

Di sicuro c’è tanto dentro questo disco, compreso un senso di attaccamento all’Old School. In Gang Gang con Tyone citi Cani Sciolti dei Sangue Misto, di cui usi anche un sample originale.
Io sono molto attaccato alle radici e rispettoso di chi c’era prima, perché è stato di insegnamento. Io ho imparato a fare rap ascoltandolo, anche perché non c’è altra via. Ecco un’altra grande soddisfazione è stata quella di poter usare, quando attorno non c’è più rispetto alcuno, il campione di Cani Sciolti dentro il mio pezzo e con l’approvazione di Neffa e Deda, alla cui porta, chiaramente, abbiamo dovuto bussare e che hanno approvato l’utilizzo di questo campione. Tayone stesso che ha scratchato sul campione è un appartenente ad un frangente di scena più Old School, che è riuscito però a rinnovarsi e quindi quel pezzo lì è per me un fiore all’occhiello.

Dalla copertina si capisce come tu sia uno dei pochi che ancora vive il Rap come un’arma espressiva, ma ogni arma che si maneggia comporta una grande responsabilità.
La musica è un amplificatore delle idee che voglio comunicare e, in effetti sì, ho preso coscienza che un minimo di responsabilità c’è.

Ho notato che in questo disco parli molto meno di cannette, ha a che fare anche con quello?
Io ho smesso di fumare, perché, essendo molto contorto, il mio cervello non è fatto per quello. In più ho deciso di alleggerire un po’ l’argomento, non perché la cosa mi abbia condizionato, ma perché un discorso di responsabilità un po’ c’è, perché il pubblico diventa sempre più giovane e forse non hanno tutti i mezzi per recepire queste cose, che io non demonizzo assolutamente.

Come la vedi questa resistenza italiota alla legalizzazione?
Il discorso è sempre lì, un conto è godere di una sostanza con anche i benefici che può avere, un conto è abusarne e anche perderne poi il gusto. Insomma, io sono per la legalizzazione, ma la mia paura è che non ci sia una base solida per essere pronti ad affrontare una cosa del genere, nel senso che nascerebbero una serie di problematiche parallele, vedendo come sta versando la situazione politica italiana in questo momento.

Cioè?
Risolviamo le cose più incasinate, visto che stiamo andando verso cose non belle e poi, trovata una soluzione su quel versante lì, dedichiamoci anche a quello, che è una cosa importante. Quello che voglio dire è che non mi spaventa il Salvini di turno, ma vedo che spesso è proprio la gente che non riesce più a capire ciò che è giusto o sbagliato, quel che va detto e quello che non va detto, che travisa, che trasporta. Guarda cosa sta succedendo con il CBD, vogliono stroncargli le gambe. Insomma, credo che prima vada affrontato un discorso di pulizia nella classe politica.

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