Gli estimatori di Claver Gold e di Murubutu questo momento lo stavano aspettando da tempo. Dopo le collaborazioni a diversi brani, il matrimonio alchemico tra due dei massimi esponenti del rap letterario italiano, ha finalmente prodotto un’opera di ampio respiro. Si intitola “Infernvm”, è uscito il 31 marzo 2020 ed è un concept album, che nello spazio di undici tracce, riesce a condensare la crema della prima titanica cantica della “Divina Commedia”, attualizzandone temi e personaggi portanti.
Partendo dall’alfa della letteratura italiana, Claver Gold e Murubutu, si calano nelle atmosfere sulfuree e disperate dell’“Inferno” dantesco sull’onda dei beat di Squarta, Xxx-Fila, Kd-One, Dj Fastcut, il Tenente, James Logan, Dj West, Dj Sid, Kuma e con i featuring di Vincenzo di Bonaventura, Giuliano Palma e Davide Shorty. Il risultato è un capolavoro, la massima espressione, ad oggi, dell’affinità umana e artistica, che li lega da tempo. Ce lo siamo fatto raccontare da Claver Gold, da cui, tra l’altro, è partita l’idea del disco.

Com’è nata l’idea di rivisitare in chiave hip hop l’Inferno dantesco?
Mi balenava in testa da un po’ e durante una serata l’ho proposto ad Alessio (Murubutu, ndr). All’inizio era un po’ perplesso, temeva che potesse risultare pesante, poi gli ho spiegato che volevo ritrattare alcuni argomenti in maniera contemporanea e alla fine ci siamo trovati d’accordo.

Nella prima cantica della “Commedia”, in effetti, c’è un bel po’ di carne al fuoco.
Infatti, abbiamo escluso subito i personaggi legati a Firenze e quelli più di nicchia. Poi da lì abbiamo fatto una cernita ulteriore, che ci ha portati al risultato finale e secondo noi non abbiamo dimenticato nessuno dei personaggi e demoni maggiori.

Con Murubutu ormai è un sodalizio, ti ricordi il vostro primo incontro?
Ero a Bologna, stavo finendo l’università e sul manifesto di una mia serata c’era il suo nome affianco al mio. Chiesi al mio amico, Kyodo, dei Fuoco negli occhi, chi fosse questo ragazzo che suonava con noi, per scoprire che, in realtà, era un prof di filosofia, che scriveva e mi piaceva moltissimo. Corsi ad ascoltarmi il suo primo disco solista, “Il giovane Mariani e altri racconti” e diventò subito un punto di riferimento per il modo di trattare gli argomenti e di fare rap.

Cosa trovi di unico in Murubutu e come ti stimola?
Lo vedo come un maestro, come uno che può indicarti la via, forse per questo abbiamo scelto nell’illustrazione di essere io Dante e lui Virgilio. E, poi, da subito ci ha legati una forte amicizia, perché siamo simili: tranquilli, pacati e non abbiamo voglia di apparire. Ci accomuna anche il desiderio di raccontare qualcosa di diverso con il rap, entrare in empatia con l’ascoltatore e raccontare una storia. Credo che ci diamo qualcosa a vicenda, perché il mio modo di scrivere, anche se può sembrare simile è molto diverso dal suo, che è una parafrasi molto dettagliata di racconti o romanzi, mentre il mio è molto più personale. Tocchiamo corde diverse e così riusciamo a entrare nell’animo di più persone.

Le altre collaborazioni del disco, dopo dj Fastcut, sono collaterali al rap: Vincenzo di Bonaventura è un attore, Giuliano Palma king della ska e Davide Shorty si muove tra reggae, soul, r&b e funk. Perché erano i più adatti per questo album, che comunque si caratterizza per delle sonorità classiche?
Temevamo che l’argomento rendesse l’album pesante e noi non siamo per niente allegri, quindi abbiamo cercato due come Davide e Giuliano, che potessero aprire e alleggerire il disco, anche a livello sonoro. Bonaventura è l’insegnante di recitazione di una mia amica, oltre che super fan della “Divina Commedia”. Lo abbiamo chiuso in studio, indicandogli solo i passaggi dell’Inferno, che per noi erano fondamentali e lui ha fatto tutto da solo, è stato fortissimo.

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Per tematiche “Infernvm” è un disco che se da un lato guarda alla società, dall’altro riesce  essere molto introspettivo. Vorrei parlare con te di alcuni brani, a partire da “Caronte”, in cui trattate il tema delle sostanze, paragonandole al traghettatore infernale.
All’inizio eravamo indecisi sull’argomento del pezzo, che è stato uno dei più discussi del disco, perché volevamo parlare di clandestini, senza risultare banale, ma quando l’abbiamo pensato era un momento in cui se ne parlava tanto, quindi abbiamo spostato l’argomento sulle droghe. Murubutu fa tutta la parte di Caronte e io, invece, quella dei drogati, che sono lì e aspettano di essere traghettati e giudicati. Questo perché nella contemporaneità c’è molta gente, che fa uso di sostanze e nel loro sentirsi piccoli, giudicati dal resto della società, vivono un inferno, sia familiare, che sociale.

È interessante che lo stigma sociale sia legato solo ad alcune sostanze.
Credo che la società faccia troppe distinzioni. La dipendenza è dipendenza, magari in tono minore, ok, ma la realtà è che sono giudicati in maniera diversa proprio come nei gironi infernali. Pensa all’alcol, ad esempio, erroneamente è considerato il cerchio più esterno di quell’inferno.

La cannabis soffre dell’effetto contrario. Che opinioni hai in materia di antiproibizionismo?
Io che ho provato tutto ti posso dire che è l’unica che può far bene, forse non a tutti, ma può fare bene, soprattutto fisicamente o non la darebbero come medicinale. Quindi io sono assolutamente a favore della cannabis. Sarebbe anche un toccasana per l’economia del nostro Paese, in mille modi. Poi, sai, ci sono meccanismi oscuri che non conosciamo, c’è gente che ci marcia e dopo tante battaglie, sono un po’ disilluso. Con quella legale si era fatto un passo avanti, poi si è tornati indietro. Vedremo.

In “Paolo e Francesca” con Giuliano Palma parlate dell’amore carnale, in un modo in cui di rado si sente fare nel rap, a cui spesso viene imputato di svilire questo aspetto dell’essere umano.
Quello di “Paolo e Francesca” è un argomento che dovevamo assolutamente trattare nel disco perché sono tra i personaggi più importanti. Volevamo che la narrazione si sviluppasse in due modi, con Murubutu che racconta la storia dall’esterno, mentre io sono Paolo, che nell’Inferno non parla, ma piange soltanto. Per una volta, qui, è lui a poter dire la sua sull’amore che provava per Francesca. È vero, a volte si svilisce l’amore nel rap, si parla di quanto si scopa, di quanto si è forti e belli, ma poi un sacco di persone sono sole o si sentono sole, anche tra i rapper. Avere una compagna che nella vita ti supporta, che è la tua roccia, il tuo appiglio, è fondamentale. È una cosa a cui sia io che Murubutu crediamo fortemente, quindi abbiamo trattato questo tema nel disco.

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E poi c’è “Pier”, un personaggio che spalanca l’abisso della fragilità e del suicidio, un tema che oggi riguarda molto da vicino i giovani.
Con Pier abbiamo ripreso il tema del bullismo, del cyber bullismo e dei ragazzi chiusi in casa che non riescono a trovare aiuto né in famiglia né al di fuori. Quando incontra Pier Dante lo giudica perché deve, ma non se la sente a tutti gli effetti di incolparlo. È questo il cuore del parallelismo tra Pier della Vigna e i ragazzi di oggi che subiscono bullismo.

Ben peggio sono i ladroni e i barattieri di “Malebranche”, colpevoli di avere usato le loro cariche pubbliche per arricchirsi. La storia si ripete sempre!
È la canzone più contemporanea di tutte, perché continua e continuerà per sempre! Anche solo calcolando gli ultimi trent’anni del nostro Paese sarebbe già piena. A volte rimango veramente basito, perché abbiamo avuto Berlusconi per trent’anni e i colpevoli, alla fine, siamo stati noi! Quindi ti chiedi: cosa possiamo fare?

Forse dovremmo essere tutti un po’ più come “Ulisse” e, invece di rimbambirci davanti alla tv, “inseguire virtute e canoscenza”.
Sì e quanto è assurdo finire all’inferno per la propria sete di conoscenza! Io, però, sono assetato di sapere e qualsiasi cosa leggo, incontro, vedo, mi informo. Non so se sia più per piacere personale o per il piacere di non lasciare cadere le discussioni. Oggi siamo talmente distratti, tutti col telefonino in mano, che i discorsi cadono quasi sempre. È difficile creare un dialogo con le persone, perché la soglia di attenzione si sta veramente abbassando e parlo anche di me.

Secondo te questo ha generato anche uno svuotamento di significati in tanto del rap che sentiamo in giro oggi? È il genere più ascoltato in Italia, ma nella maggior parte dei casi ha perso la portata incendiaria del suo fuoco, cioè la parola.
Si è perso completamente il fattore scatenante e motivante per cui si fa il rap. Adesso c’è tanta autocelebrazione, tanta estetica e penso che quei rapper, che vengono da situazioni familiari difficili, dalla strada, facciano anche bene a dire: “Guarda, io ce l’ho fatta”. Però non puoi dire soltanto quello, anzi, tu che hai la possibilità di dare un messaggio ai giovani, che sono il futuro, dovresti farlo. Non sfruttare quell’occasione, è veramente un peccato. Per questo ci sono rapper, a cui voglio ancora bene, come Fibra, uno che potrebbe dire quello che vuole e, invece, a suo modo cerca sempre di dare un messaggio in questo momento difficile per il rap italiano, che penso sia difficile anche per lui.

Che dischi ti hanno appassionato negli ultimi tempi?
Nel rap italiano non ci sono state grandissime uscite, roba da dire: che bomba! Però, ci sono stati dei dischi che mi sono piaciuti molto, come “Ci sentiamo poi” di Moder, “Senza Meta” di SPH, un ragazzo non molto conosciuto, ma molto forte, che lavorava con XM24, quindi viene da tutta quella parte di Bologna dei centri sociali. Poi c’è un rapper londinese, che mi piace a morte, Loyle Carner, somiglia tanto a Mos Def come tematiche, molto famigliari e genuine, che è quello che, secondo me, manca oggi nel rap italiano.

A un ragazzo che sta scoprendo il rap da dove consiglieresti di incominciare per farsi una cultura solida?
Bisogna fare dei piccoli passi indietro per poter arrivare a pietre miliari come “SxM”, bisogna passare da “60 Hz” di Dj Shocca, poi da “Novecinquanta” di Fritz da Cat, per arrivare a tutta la roba di Neffa, “107 elementi”, “Neffa & i messaggeri della dopa”, eccetera e poi fare un passo grandissimo e cercare di arrivare alle produzioni di fine millennio.

Non posso salutarti senza chiederti se “Infernvm” è il primo capitolo di una trilogia.
Ci stiamo sentendo e, sì, potremmo pensare di lavorare a un “Purgatorio”, ma sarebbe difficilissimo lavorare a un “Paradiso”, che, non dico che sia noioso, ma rispetto all’immaginario dell’“Inferno” non regge il confronto! Se lo chiedessi ad Alessio ti risponderebbe che vuole fare il “Decameron” di Boccaccio. In questo periodo di pestilenza, sarebbe anche ad hoc.





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