screen-shot-2015-01-26-at-11-28-48-amIl 2015 sarà un momento di transizione e di consolidamento per l’industria della cannabis in vista dell’anno successivo, quando altri stati dell’Unione approveranno leggi per uso medico e ricreativo, e un nuovo presidente prenderà il posto di Barack Obama. Ci saranno acquisizioni di aziende, licenze, impianti, mani e cervelli per realizzare una serie di filiere locali e interstatali della canapa, coprendo tutte le applicazioni mediche e industriali. La possibilità di cambiare le normative con azione diretta dei rappresentanti dei cittadini piuttosto che con i referendum è importante, anche perché non tutti gli stati ammettono il referendum per modificare la legge. Le associazioni, NORML in testa, sanno che è necessario scendere a compromessi, visto che una legislazione perfetta non è al momento disponibile nemmeno in Colorado e nemmeno nelle cartelle di attivisti e comitati di pazienti.

originalOcchi puntati sui numeri. Quasi 150 milioni di americani vivono in stati con facile accesso alla cannabis medica e solo in Colorado nell’ultimo anno sono stati creati 10.000 posti di lavoro nel settore. Si stimano 200.000 nuovi posti nel 2015, mentre nei prossimi 5 anni si dovrebbe sviluppare un’industria da quasi 50 miliardi di dollari. I maggiori investimenti pioveranno sui primi stati che renderanno lecito l’uso per gli adulti, probabilmente Nevada e Illinois. L’industria della cannabis diventerà più grande di quella degli alimentari biologici: il mercato statunitense per la cannabis legale è cresciuto del 74 percento nel 2014 a 2,7 miliardi di dollari, dai 1,5 milioni nel 2013. Una ricerca di ArcView prevede la legalizzazione della cannabis per gli adulti in 18 stati entro i prossimi cinque anni. Intanto le amministrazioni statali sono al lavoro per capire gli impatti economici di un’eventuale completa legalizzazione. È il caso del Vermont, piccolo stato a nord di New York che ha commissionato a una società di ricerche uno studio dettagliato, con particolare attenzione all’indotto turistico.

Fiammifero acceso per il candidato alla Casa Bianca. Gli Stati Uniti si trovano in un ginepraio legislativo che non riconosce a livello federale alcun valore terapeutico alla cannabis e che la equipara a ben altre sostanze come eroina e LSD. Però 25 stati hanno già legalizzato il suo uso medico e in due di essi è in atto una normalizzazione completa. La pezza cucita dal governo Obama che impedisce alla Drug Enforcement Administration di applicare a livello locale le leggi federali sulla cannabis ha di fatto terminato la proibizione nella metà degli stati nordamericani.

Il successore di Barack Obama dovrà gestire la normalizzazione della cannabis a livello federale, che poi determinerà i tempi di entrata dei grandi capitali nella nuova industria. La legalizzazione sarà quindi uno dei temi delicati della prossima campagna presidenziale. I candidati dei due partiti sono già periodicamente pungolati su questo tema dai giornalisti più sadici, ma per ora i politici tendono a cambiare discorso. Hillary Clinton si espresse a favore della cannabis terapeutica durante la campagna  presidenziale del 2008. Da allora, silenzio. Oggi il suo avversario principale, l’oculista repubblicano Rand Paul è ugualmente cauto, sebbene provenga da una cultura laica e liberale e abbia appoggiato le aperture di Obama dell’anno passato.

I candidati si devono guardare dal fuoco amico: sul fronte cannabinoide le frange più conservatrici dell’elettorato americano potrebbero attaccare il medico moderato Rand Paul per il suo rispetto nei confronti delle libere scelte di cura dei pazienti. Intanto l’ala radicale dei democratici potrebbe spingere Hillary Clinton a una chiara posizione in merito, rischiando di farle perdere consensi fra gli elettori indecisi e disinformati. È comunque probabile che un candidato fortemente contrario al processo di legalizzazione perda gran parte dell’elettorato sotto i quarant’anni.

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Cannabis alle primarie dei democratici. Sempre tiepida sull’argomento, Hillary Clinton dopo le parole e gli atti di Obama sarà costretta a seguire la strada della legalizzazione, se vincerà le primarie. La sua influenza sulle generazioni più anziane e sulle donne potrebbe compensare i rischi di una presa di posizione decisa su argomentcontroversi come la legalizzazione e togliere il timore di perdere elettori. Fra i candidati democratici vediamo anche Martin 0’Malley, governatore del Maryland, sempre scettico persino sulla decriminalizzazione. Sta cambiando idea, anche perché ha dovuto firmare la legge che depenalizza il consumo nello stato che lui stesso governa. Infine Joe Biden, attuale vicepresidente, è il più reazionario dei democratici in tema di cannabis. Gli auguriamo una pesante sconfitta, qualora si candidasse. La signora Clinton vincerà le primarie e passiamo così al più variegato schieramento concorrente.

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I repubblicani non si sono ancora capiti. Il partito dell’elefantino non dimentica che la maggioranza del proprio elettorato è ancora contraria alla legalizzazione e alcuni candidati alla presidenza non sanno proprio cosa dire, in attesa di altri sondaggi d’opinione e di nuovi investitori nel settore. Il primo degli interdetti davanti all’argomento è Jeb Bush, sul quale non servirebbe aggiungere altro al cognome che porta. Sua figlia è stata arrestata per possesso di crack e lui si è immediatamente dichiarato favorevole a trattamenti sociosanitari sostitutivi alla detenzione. Per il resto, l’argomento non gli interessa e da buon Bush, non lo capisce. Fra i candidati ancora in fase REM c’è poi Marco Rubio, senatore cubano-americano della Florida che non si è espresso in merito. È giovane e potrebbe ancora svegliarsi, ma per il momento non sembra essersi accorto che c’è appena stato un referendum nel suo stato. Invece il candidato Chris Christie, governatore del New Jersey, è fortemente contrario a ogni forma di normalizzazione. Probabilmente l’elettorato gli darà quel che si merita, ma per il momento è solo rimasto coinvolto negli scandali per il Washington Bridge e per la ricostruzione dopo l’uragano Sandy.

Dal petrolio all’olio di canapa, il Texas è una delle promesse inaspettate della cannabis Made in USA. Fra i candidati alla presidenza degli Stati Uniti c’è il governatore Rick Perry, uno dei repubblicani più progressisti in materia, se così possiamo dire. È a favore della decriminalizzazione e, furbescamente, del diritto dei singoli stati all’autodeterminazione. Lo segue Ted Cruz, senatore moderatamente contrario alla legalizzazione ma aperto, a suo dire, al dialogo.

Infine Rand Paul, il più favorevole alla legalizzazione fra i repubblicani e sempre d’accordo con Obama sulla lotta alle discriminazioni etniche perpetrate a causa di leggi, agenti e giudici locali o federali. La sua probabile partita con Hillary si giocherà in un campo ristretto, come fu per la legalizzazione del matrimonio fra persone dello stesso sesso: problema troppo sentito perché i repubblicani possano opporsi con decisione, ma non abbastanza popolare perché i democratici possano farne una bandiera. In questo caso però l’argomento stuzzica meno paranoie fra i fanatici religiosi dello Iowa rispetto al tema gay, e quindi in campagna elettorale i repubblicani dovrebbero lavarsene le mani dichiarando la non ingerenza con decisioni dei singoli stati. In caso contrario, si troveranno ancora dalla parte sbagliata nella storia dei diritti civili.

Infografica e dati statistici: The ArcView Group





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