Il mio rapporto con i media non è mai stato semplice, in questi quasi quarant’anni di professione forense. Ho sempre sostenuto che i giornalisti che seguono vicende giudiziarie – soprattutto quelle penali – non hanno come stella polare quella di fornire una quanto più esatta e corretta informazione ai loro lettori, quanto piuttosto quello di suscitare emozioni forti, ancorché superficiali. L’emozione genera, sicuramente, interesse alla notizia.

Non è detto, però, che l’interesse su di un episodio, su di una persona, su di una condotta, che venga suscitato con titoli (spesso inutilmente) roboanti, con ricostruzioni assolutamente parziali ed incomplete, frutto di copia e incolla di veline delle forze dell’ordine o di atti processuali reperiti in qualche ufficio giudiziario, sia qualcosa di giusto e corretto.
Il lettore troppo spesso subisce acriticamente il messaggio che il giornalista lancia, spesso, con titolazioni forti ed a effetto, nonché con articoli che sostituiscono sia le indagini che il processo (fornendo già la soluzione di questioni tutt’altro che risolte).

Si tratta di un messaggio che, nella pratica, contiene quei parametri di quel “sano giustizialismo” (concedetemi l’ironia) che quasi sempre i lettori ambiscono trovare.

Non sfugge a questa logica, neppure quel settore giornalistico che si occupa di volta in volta, della canapa, sia come fenomeno di costume, che come fonte di scandalo di rilevanza penale.

Essendo stato molti anni fa (e per molti anni) difensore di una catena di quotidiani locali, che operavano nel centro-nord Italia ed essendomi, così, occupato di un elevato numero di processi per diffamazione a mezzo stampa, posso dirvi che nei giornalisti prevale più l’ignoranza della materia su cui si misurano, scrivendo, e la loro ostinata prevenzione culturale sull’argomento, più che un reale asservimento coatto a linee editoriali spregiative di taluni temi.

Esiste anche questo, ovviamente, ma viene speso per situazioni particolarmente rilevanti.

Cercherò di spiegarmi proprio in relazione alla tematica della canapa.

È assolutamente evidente che parlare o scrivere, o dibattere della canapa non è semplice e richiede la conoscenza di dati basilari.

È fondamentale avere un bagaglio di conoscenza legislativa minima (ad esempio esistono due complessi normativi, la L. 242/2016 ed il Dpr 309/90), bisogna avere chiari i termini per cui si configura un reato, piuttosto che un illecito amministrativo, piuttosto che un’attività lecita, ad esempio in tema di detenzione o coltivazione. Non si tratta di essere avvocati, ma di avere quel corredo di conoscenza minima necessaria, quando si voglia parlare di qualcosa.

Riuscireste a parlare di basket, senza sapere che non si può correre con la palla in mano senza palleggiare, che non si può picchiare l’avversario, che i canestri segnati possono avere un valore differente? Certamente no. E allora, perché liquidare sempre tutto in forza di una visione raffazzonata e giustizialista? Perché parlare di spaccio di stupefacenti, in relazione all’attività di taluni growshop (oggetto di indagine) facendosi altoparlanti o megafoni di affermazioni (sovente incaute) delle forze dell’ordine? Perché taluni liquidano superficialmente la canapa come vessillo del male ed appare comodo fare derivare da tale pianta (e dai suoi derivati) ogni sorta di conseguenza negativa, in relazione a condotte e fatti non altrimenti spiegabili o ricostruibili?

Oppure si assumono tali posizioni per mantenere i buoni rapporti con le forze dell’ordine o gli inquirenti in genere? O ancora si tratta di scelte atte a tranquillizzare un’opinione pubblica che, invece, di essere informata correttamente sulle effettive conseguenze che comporta l’uso di cannabis o di canapa light e la loro destinazione di uso (distinguo con i due termini la sostanza per sottolineare la reale differenza tra loro), deve essere fomentata nelle sue paure, le quali devono costituire piattaforma per una politica sempre più repressiva?

Prendo evidentemente spunto da articoli di cronaca – soprattutto apparsi su giornali di Roma in relazione ad alcuni operazioni di polizia le cui indagini sono ancora in corso – e mi domando perché mai gli autori degli articoli riportino acriticamente le tesi di accusa (ribadisco spessissimo smentite nel corso del procedimento), pensando di potere ritenere le stesse, al contempo l’inizio e la fine del processo e senza preoccuparsi del loro fondamento effettivo.

Voglio ribadire che il commerciante indagato, non è (a prescindere e per il solo fatto dell’indagine) colpevole, anzi è possibile che venga assolto (con grande scorno del dott. Davigo e dei suoi sostenitori, per i quali un imputato assolto in realtà è un colpevole che l’ha fatta franca).

Si chiede mai l’articolista di turno, quanto discredito egli getta su di un imprenditore, su chi lavora con lui, sulla sua famiglia, dando per scontata un’ipotesi, che nella stragrande maggioranza dei casi, appare bislacca, frutto di scarsa conoscenza da parte degli stessi inquirenti della materia del diritto degli stupefacenti e quale danno provoca? Per vendere qualche copia in più del proprio giornale?
Niente di tutto ciò.

Il fiume del pressapochismo, dell’approssimazione della cattiva informazione, della demonizzazione della canapa (e della cannabis) continua a scorrere placido, nel disinteresse sia dei paladini dell’antiproibizionismo, troppo presi dalle loro necessità di visibilità, sia di quei giornalisti (o presunti tali) che ambiscono a scrivere e scrivono di ciò che non sanno.





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