Il “populismo penale” è un’espressione usata da penalisti e criminologi per indicare una politica del diritto penale curiosa, benché insospettabilmente diffusa: la politica della paura. Si alimentano i timori più irrazionali, eventualmente occultando le statistiche che documentano cali della criminalità, al solo fine di riscuotere consensi a buon mercato.

Secondo il giurista Giovanni Fiandaca, che sulla questione ha scritto il saggio “Populismo politico e populismo giudiziario”, con questo concetto si “vuol esprimere l’idea di un diritto penale finalizzato al perseguimento di obiettivi politici a carattere populistico. Nella sua genesi contingente, l’interazione tra populismo politico e populismo penale si è sviluppata nel quadro di politiche penali concepite soprattutto da forze di centro-destra, come nel caso dell’alleanza nostrana tra forza-italisti e leghisti. In questo quadro, l’ispirazione populistica si è notoriamente tradotta in una accentuata strumentalizzazione politica del diritto penale, e delle sue valenze simboliche, in chiave di rassicurazione collettiva rispetto a paure e allarmi a loro volta indotti, o comunque enfatizzati da campagne politico-mediatiche propense a drammatizzare il rischio criminalità”.

Fino ad arrivare a spiegare che “si tratterebbe un nuovo paradigma di governance incentrato sull’individuazione, sulla prevenzione e sulla neutralizzazione del rischio criminale come elementi costitutivi dell’azione di governo a ogni livello e in ogni contesto”.

E’ stato così per il reato di omicidio stradale, per tutta la discussione sulla legittima difesa in caso di furti nonostante sia già garantita dalla legge attuale, viene fatto puntualmente con sparate sulla prostituzione, sulla droga, sull’immigrazione e sugli stupefacenti. Non si entra mai nel merito dei problemi, perché significherebbe doverli risolvere: a Salvini basta un tweet, che scatena le polemiche e gli consegna nuova notorietà.

L’ultimo caso è molto recente e rende l’idea del meccanismo e del risultato. Un cittadino straniero è stato trovato con 5 pasticche di stupefacente in tasca ed accusato di detenzione di stupefacenti. Il giudice, dopo aver appurato che l’uomo non ha altro modo di mantenersi, nonostante non sia stato colto in fragranza di reato, decide di contestargli il reato di spaccio, avvalorando quindi la tesi dell’accusa. Infine, siccome la legge italiana impedisce di tenere in carcere prima della condanna gli indagati per reati puniti con pena inferiore a cinque anni, il tribunale del riesame ha disposto la scarcerazione dell’uomo, come sarebbe avvenuto per chiunque altro, in attesa del processo. Fine.

E invece no, perché dopo un articolo a dir poco fuorviante de Il Giornale, arriva il tweet del ministro dell’Interno che riportiamo: “Roba da matti: un immigrato del Gambia, con precedenti penali, beccato a spacciare morte, è stato scarcerato perché per i giudici del tribunale di Milano: ‘vendere droga è la sua unica fonte di sostentamento’. Poverino…”

Una sintesi perfetta di scorrettezza che denota tra l’altro la scarsa conoscenza del codice penale e delle nostre leggi. Giusto per chiarire: il cittadino non è stato scarcerato, ma è in attesa di giudizio come chiunque altro si sarebbe trovato in quelle condizioni, i giudici non sono impazziti e il fatto che vendere droga sia la sua unica fonte di sostentamento, è stata considerata un’aggravante, non il contrario.

I fatti vengono manipolati e distorti puntando su tematiche sulle quali i cittadini sono particolarmente sensibili, contribuendo alla disinformazione che dilaga sui media mainstream e istigando all’odio verso il diverso attaccando i giudici e la magistratura.

Mentendo ai cittadini il ministro dell’Interno ha dato l’immagine di una magistratura che non funziona e di uno Stato in cui uno se è straniero e spaccia, viene scarcerato, dando nuovo vigore alla sua propaganda anti immigrazione e fomentando la sua personale battaglia con la magistratura, rea di aver osato metterlo sotto indagine per la gestione scandalosa della nave Diciotti.

Mentire ai cittadini è già grave di per sé, ma farlo in modo consapevole e sistematico istigando all’odio e offrendo sull’altare sacrificale del consenso minoranze ed intere categorie di persone in difficoltà forse è troppo anche per un ministro dell’Interno che ha di recente citato Mussolini.

Il rischio più grave è quello di capovolgere il paradigma su cui si fonda uno stato di diritto, in cui le istituzioni dovrebbero essere un argine e invece si trasformano nel megafono di paure e odio, di chiusura ed intolleranza.

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