Questa è una faccenda importante di cui non si parla. Più dell’1 per cento dell’impronta mondiale totale di gas serra potrebbe essere eliminato tramite semplici miglioramenti nel modo in cui si coltiva solitamente il riso. Non ha nulla a che vedere con i combustibili fossili usati dai trattori, dai camion, dalle imbarcazioni o da alcun altro elemento della filiera produttiva ma solo dal modo in cui viene coltivato.

Il riso è alla base dell’alimentazione di 3.5 miliardi di persone, tanto basta per comprendere come la sua coltivazione abbia effetti significativi sul clima e sul riscaldamento globale. Secondo la Fao e il World Resources Institute (Wri), ogni anno la coltura globale del riso produce circa la stessa quantità di emissioni di gas serra della Germania. Queste emissioni sono costituite principalmente dal metano rilasciato dalla vegetazione in putrefazione, nota come paglia di riso, che giace in risaie imbevute di acqua. Il metano è 34 volte più potente del biossido di carbonio. La buona notizia è che le emissioni di metano possono essere ridotte fino al 70% cambiando alcune pratiche agricole. In particolare, ciò di cui abbiamo bisogno è fare un ricorso più assennato ai fertilizzanti ed evitare di allagare le risaie – nuove ricerche indicano che cicli di inondazioni seguiti da periodi di siccità possono addirittura peggiorare le cose producendo il doppio dell’inquinamento da gas serra rispetto a quanto stimato finora. Sembra una questione semplice da affrontare, ma finché non attirerà una maggior attenzione sarà difficile compiere progressi. Inoltre la risicoltura in Italia rischia di scomparire, quando i dazi europei verranno meno in tre anni. La salvezza richiede una strategia basata su sostenibilità e aggregazione sul territorio, indirizzi di cui ci si preoccupa troppo poco.

Che cosa posso fare io?
Ben 120 diversi risi sono coltivati in Italia, la risaia d’Europa. Dall’Arborio al Carnaroli, Vialone Nano, Roma e Baldo per i risotti. L’offerta dei supermercati è tendenzialmente appiattita sulle mode di periodo motivo per cui a molti sfugge questa incredibile biodiversità. L’italianità del riso non ha mai determinato le scelte dei consumatori, che tuttora si accontentano della parvenza italiana del marchio senza neppure verificare se il riso Scotti o Gallo di turno sia stato coltivato in Italia o in qualche paese asiatico, in quali condizioni ambientali e lavorative. Il consiglio è di comprare riso un po’ meno spesso di quanto si è fatto finora, almeno finché non si trova un fornitore che garantisca una maggiore sostenibilità.

Che cosa possono fare i negozi?
Trovare un fornitore di riso più sostenibile e commercializzare il suo prodotto come tale.

Che cosa possono fare i coltivatori di riso?
Usare prodotti fertilizzanti con moderazione, cosa che oltretutto potrebbe far risparmiare denaro. Non allagare le risaie. Poi pubblicizzare le proprie credenziali di sostenibilità per incrementare le vendite.

a cura di Mena Toscano
Giornalista underground dal 1999





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