Il 72% della foresta amazzonica del Perù è stato aperto alle trivelle, sulla carta o in pratica.

Il direttore di Perupetro – ovvero l’ente statale peruviano che concede i permessi petroliferi – sostiene che le tribù non contattate sono come il mostro di Loch Ness: la loro esistenza secondo lui e’ una idea assurda perché non c’é evidenza che esistano (anche se non è così, e questo video lo dimostra).

Quando pensiamo alle tribù non contattate dall’uomo, pensiamo quasi sempre al Brasile. Ed è giusto, in Amazzonia vivono (secondo le stime) più persone mai toccate dalla nostra civiltà che altrove. Ma al secondo posto in questa classifica c’è il Perù. Anche se dei suoi indigeni invece non si parla quasi mai.

Questa è invece una storia che li riguarda. Per la maggior parte gli indigeni non contattati, sia in Brasile che in Perù, vivono in aree protette, parchi o riserve. Solo che queste aree rimangono protette solo finché “inutili” allo sfruttamento da parte del mondo “civilizzato”. E anzi, smettono di essere aree protette quando si scoprono risorse che possono fare gola a noialtri.

È quanto sta accadendo ora in Perù. Qui, in linea di principio, la Costituzione afferma che le tribù indigene debbano essere lasciate in santa pace, che il loro diritto all’autodeterminazione è inalienabile. E questo perché sono popolazioni fragili, che non hanno difese immunitarie adeguate, e il contatto con l’uomo occidentale sarebbe devastante, potenzialmente causa di una estinzione. Avremmo il dovere di lasciarle vivere secondo le loro tradizioni e nel loro mondo plurimillenario.

Tutto funziona  finché non entrano in scena petrolieri, minatori, deforestatori, narcotrafficanti, costruttori di strade. In questo caso, tutto viene perso o dimenticato.

In questo momento l’area al centro di tanta controveria è una zona di più di un milione di ettari dove nel 2003 venne proposta una riserva da lasciare intoccata per lasciarla alla comunità Yavari-Tapiche, una delle tribù millenarie che ancora non ha avuto contatti con gli occidentali.

Nel 2006 a questo fine venne sancita una riserva chiamata Sierra del Divisor che avrebbe occupato 700.000 ettari di terreno. Ma la riserva arriva a parole ed è incompleta, almeno per quanto riguarda gli indigeni.

Infatti, solo un anno dopo, arrivano i petrolieri a trasformare questa supposta riserva in un insieme di concessioni petrolifere. Si pensa infatti che ci possa essere greggio sotto la terra dei Yavari-Tapiche. Addirittura l’81% dell’area che sarebbe dovuta diventare intoccabile sarebbe stata aperta alle trivelle.

Nel 2015 l’area viene anche trasformata in un parco nazionale. Sierra del Divisor diventa così il terzo più grande parco nazionale del Perù con una gamma straordinaria di flora, fauna, sistemi fluviali. Sorge qui anche l’unica catena montuosa della zona.

Ma di tribù Yavari-Tapiche e del loro diritto costituzionale a essere lasciati in pace non si parla. Nel 2017 arrivano altre 12 concessioni di trivellazione nel parco degli Yavari-Tapiche. A gestire le trivelle è la Perupetro, ma in partnership con altre ditte straniere.

E gli Yavari-Tapiche? Che ne sarà di questa tribù non contattata dall’uomo? Ci sarà posto per loro in questo parco? Pare di no.

I Yavari-Tapiche sono indifesi, non sanno tutto quello che si agita e non hanno neanche il concetto di riserva o di parco o di trivelle. Cosi, la federazione peruviana degli indigeni chiamata AIDESEP ha deciso di occuparsi del caso, a “loro insaputa”.

Hanno chiesto che il governo implementi la riserva come dagli accordi del 2006 con lo scopo esplicito di proteggere gli indigeni con meccanismi che vadano in azione immediatamente. Sono anche arrivate cause in tribunale con la richiesta di modificare i lotti petroliferi e di vietare le trivelle nelle aree dove vivono i Yavari-Tapiche.

Si chiede che le concessioni più pericolose, i lotti 135 e 137, siano annullate, perché mettono gli Yavari-Tapiche a rischio di estinzione, occupano le terre coltivate da un’altra tribù, i Matses, e vanno contro la Costituzione del paese.  Trivellare qui significherebbe portare elicotteri, detonare esplosioni sotterranee, l’arrivo dell’uomo bianco, e far passare camion e macchinari nella foresta. Potrebbero esserci pure tensioni e violenza.

Una lotta per i diritti ambientali e dei popoli nativi che può dare i suoi frutti. Come dimostra il fatto che da oltre dieci anni le trivellazioni sono state approvate solo sulla carta. Dopo le proteste alcune concessioni sono state ridimensionate per escludere dai permessi le aree direttamente abitate dalle tribù, mentre alcune aziende petrolifere internazionali hanno per ora rinunciato a iniziare i lavori (a questo link lo stato attuale di ogni lotto concesso).

Survival international – l’associazione che si batte per i diritti dei popoli indigeni in tutto il mondo – invita a mantenere alta l’attenzione internazionale e sul proprio sito pubblica aggiornamenti e appelli da divulgare.





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