Il presidente Duterte in una foto d'archivio

Il presidente Duterte in una foto d’archivio

Il nuovo presidente delle Filippine è entrato in carica appena pochi giorni fa. Si chiama Rodrigo Duterte, ha 71 anni, e invita i cittadini a contrastare gli spacciatori in ogni modo, avvertendo la polizia quando ne vedono uno o anche uccidendoli. «Se siete armati, fatelo da soli. Avete il mio sostegno. Sparategli e vi darò una medaglia» ha affermato durante uno dei suoi comizi elettorali.

Una presa di posizione che non ha tardato a provocare effetti. Sono infatti riprese – e vedono anche una rapida accelerazione – le esecuzioni sommarie: sparatorie in cui presunti colpevoli di spaccio e traffico di droga vengono uccisi in strada da parte degli agenti delle forze dell’ordine. Una quarantina quelli uccisi dalla polizia dal 9 maggio (giorno del comizio di Duterte) a oggi.

E tra le autorità locali non sono mancati sindaci vogliosi di apparire più realisti del re, come quello di Cebu, seconda città del paese, che ha premiato a inizio giugno con l’equivalente di tremila euro alcuni poliziotti che avevano freddato degli spacciatori scoperti in flagranza di reato, e ha indicato la disponibilità di altri 18mila euro per elargire premi ad altri poliziotti che uccideranno criminali che non si arrendono alla giustizia.

Il nuovo presidente, non ha caso soprannominato “il giustiziere”, ha annunciato di voler reintrodurre anche la pena di morte nel paese, con una preferenza per quella tramite impiccagione, che ritiene, bontà sua, «meno crudele della fucilazione e della sedia elettrica»

Duterte ha vinto le elezioni con il 39 per cento dei voti, battendo il candidato liberale Mar Roxas e l’indipendente Grace Poe, con un programma in larga parte impostato alla lotta al crimine. Nel paese, è famoso per i suoi modi autoritari e brutali ed in passato è stato accusato di aver costituito gruppi di paramilitari e di aver compiuto diversi omicidi.





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