Il revival delle sostanze enteogene nell’ambito mainstream può essere fatto risalire a poco più di vent’anni fa, quando nel 1999 Dr. Roland Griffiths coordinò all’Università Johns Hopkins di Baltimora, in Maryland, uno studio (autorizzato dalle autorità Usa) sulla psilocibina come coadiuvante psicoterapeutico per superare le dipendenze e per alleviare l’ansia della morte nei malati di cancro terminale. I promettenti risultati diedero vita a un gran rigoglio di ricerche farmacologiche e test sul campo, riflessioni letterario-filosofiche e affondi spirituali, rilanci artistici e mediatici. Oggi, nel bel mezzo della versione 2.0 di un Rinascimento Psichedelico dalle mille sfaccettature, l’approccio scientifico-terapeutico rimane spesso il necessario grimaldello per spalancare le porte della percezione sia a livello individuale che collettivo.

Gli incoraggianti risultati di queste sperimentazioni legali sembrano promettere la caduta progressiva dei divieti per “droghe” come LSD, psilocibina e Mdma, al pari delle vere e proprie “Plant Medicine”. A sua volta, questa prospettiva ha fatto scattare l’inevitabile corsa al big business, visto il mercato globale di proporzioni potenzialmente enormi. Trattandosi però di formule chimiche di pubblico dominio, per avere successo è obbligatorio inventarsi formule commerciali creative e originali, meglio se brevettabili e/o facilmente scalabili. Con tutti i pro e contro che ciò comporta. Basta solo dare un’occhiata ad alcune delle partnership imprenditoriali lanciate negli ultimi tempi.

A Vancouver, in Canada, la Numinus Wellness ha avviato la coltivazione, dietro licenza governativa, di funghetti Psilocybe su un’area di 650 metri quadrati. Obiettivo è diventare il primo fornitore all’ingrosso per attività quali: metodi estrattivi standardizzati, sperimentazioni su larga scala, test metodologici micro-chimici, e soprattutto l’attivazione di cliniche per la psicoterapia ad hoc. La Mind Medicine è invece impegnata nello sviluppo di un composto innovativo che combina LSD e Mdma per il trattamento di certi disturbi mentali. Già pianificato un primo test con 24 volontari presso l’Ospedale Universitario di Basilea: la startup newyorchese si è assicurata la licenza esclusiva e gli eventuali brevetti derivanti dati dallo studio. Invece in Inghilterra la AWAKN Life Sciences punta a integrare gli psichedelici nella cura della salute mentale e si appresta a offrire formazione ai nuovi terapisti, trattamenti e ricerca clinica basati sulle terapie psichedeliche. E nel suo direttivo scientifico vanta professionisti di spicco quali David Nutt, Ben Sessa, Ann e Michael Mithoefer. Sul fronte della ricerca pura, infine, è appena partito il Centro per la scienza e l’educazione psichedelica dell’Università della California a Berkeley, grazie a 1,25 milioni di dollari ricevuti da un donatore anonimo. Recente il lancio anche di BeckleyPsyTech, costola dell’affermata Beckley Foundation, mirata specificamente a ricerca e sviluppo di medicine psichedeliche superiori agli odierni trattamenti neuropsichiatrici: già raccolti circa 3,8 milioni di sterline da una cordata di investitori globali.

È facile vedere i potenziali benefici a livello medico degli enteogeni, soprattutto in un mondo occidentale iper-tecnologico ma spesso incapace di offrire cure e supporto per i tanti alle prese con psicosi mentali e disturbi esistenziali. Come sacrosanta è la libertà di ricerca scientifica e il diritto di tutti a goderne dei frutti: non c’è proibizionismo che tenga. Meno ovvio è individuarne anche rischi e problemi. A partire dall’idea implicita che esista una “bacchetta magica” con dosi fisse buone per tutti, quando invece risultati ed effetti delle terapie psichedeliche generalmente sono legati a situazioni specifiche e/o storie personali, dall’attenzione a set e setting all’integrazione successiva – oltre che allo spettro alquanto diversificato delle sostanze in sé. L’eccessiva medicalizzazione degli psichedelici rischia altresì di tagliar fuori una bella fetta della “libertà cognitiva”, cioè l’uso consapevole e autogestito a scopo spirituale e creativo, o per l’introspezione e la crescita personale. Come pure per stimolare il progresso sociale e trasformare i tanti squilibri socioculturali. Oggi invece l’accesso alle prime versioni della medicina psichedelica sembra indirizzarsi a un’utenza ristretta e facoltosa, dato che le strutture sanitarie pubbliche (o le assicurazioni) non potranno certo rimborsare trattamenti giocoforza costosi e magari brevettati.

Pur volendo imitare l’approccio terapeutico che ha contrassegnato la lunga marcia della marijuana verso forme locali di legalizzazione, occorre tenere gli occhi ben aperti sul variegato scenario in corso, inclusa Big Pharma sempre pronta a rifarsi il trucco per cavalcare qualsivoglia ondata innovativa. E ampliare al massimo il dibattito pubblico su temi che riguardano tutti noi, non solo i futuri utenti delle terapie psichedeliche.





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