Una app come WeChat che contiene tutte le app che siamo soliti usare quotidianamente, ma fa anche molto di più sostituendosi di fatto a internet così come lo conosciamo. L’eliminazione praticamente completa del contante. Smart city fantascientifiche dove un’élite di “fortunati” può vivere in tutta sicurezza ed ecologicamente a impatto zero. Mezzi di trasporto privati praticamente aboliti. Un sistema di videosorveglianza con riconoscimento facciale. Privacy personale prossima allo zero. Robotizzazione spinta fino all’inverosimile.

Se leggendo avete pensato a una stringatissima sinossi degli episodi di “Black Mirror”, non possiamo darvi torto. Quando l’autore tv Charlie Brooker lanciò nel 2011 la premiatissima serie incentrata sulle sfide poste dall’introduzione di nuove tecnologie, non potevamo immaginare che nel giro di qualche anno ne avremmo avuto esperienza diretta. Non potevamo sapere, allora, che quel futuro era già scritto, pronto a diventare realtà nella parte del mondo che fin dalla collocazione geografica vede il domani arrivare per primo, l’Oriente.

Nell’immaginario collettivo occidentale la Cina è stata per decenni “l’officina a basso costo” nella quale venivano prodotte e copiate quasi tutte le idee partorite dall’ingegno statunitense ed europeo. Oggi, come è facile comprendere leggendo l’interessantissimo libro “Red Mirror” del giornalista del Manifesto Simone Pieranni, pubblicato di recente da Laterza, la situazione è cambiata radicalmente: la Cina produce in prima persona idee e scampoli di futuro, mentre l’Occidente si ritrova a inseguirla arrancando visibilmente. Una situazione che incide, rovesciandoli, sugli equilibri geopolitici, economici e sociali mondiali, come ci racconta l’autore.

Come è stato possibile tutto ciò?
Si tratta di un processo iniziato molto tempo fa, con le riforme e aperture di Deng Xiaoping a fine anni ’70. Le riforme cominciano dopo che, alla morte di Mao nel 1976, Deng Xiaoping conquista il partito comunista per imprimere la sua svolta (che in realtà è stata molto più discussa e contestata, da sinistra, di quanto si è portati a pensare in occidente). Contemporaneamente allo sviluppo di quella che avremmo conosciuto come “fabbrica del mondo”, però, la Cina comincia a investire in modo massiccio in ricerca e sviluppo puntando moltissimo su scienziati e intellettuali, precedentemente sfavoriti rispetto alle classi produttrici dei contadini e operai. Dagli anni novanta e fino al 2012 in Cina al potere ci sono i “tecnocrati”, ovvero un politburo formato in gran parte da ingegneri. Non a caso è Hu Jintao, ideatore dello “sviluppo scientifico del socialismo con caratteristiche cinesi”, a modificare per primo l’assetto produttivo cinese: nel 2008, a fronte della crisi economica occidentale, spinge sul mercato interno e sull’innovazione, invitando i cinesi a passare dalla quantità alla qualità. Oggi viviamo la realizzazione di questo processo, grazie a uno Stato, quello cinese, che ha deciso di investire in modo pesante in innovazione, ricerca e sviluppo.

Quasi tutte le aspirazioni più inquietanti e visionarie della governance occidentale, in Cina sono già state tradotte nella realtà. L’Europa e gli Stati Uniti riusciranno a mantenere la leadership mondiale o dovranno rassegnarsi a inseguire?
Questo processo è già in atto da tempo e ci sono due questioni: una riguarda la leadership occidentale in tema di innovazione e l’altra ha a che fare con la “resistenza” a certe tendenze autoritarie. Sul primo aspetto oggi l’Occidente insegue perché in Asia lo Stato ha consentito a molti paesi di diventare rilevanti in termini “innovativi” (non solo la Cina, ma anche l’Indonesia) e perché anche dal punto di vista demografico non siamo competitivi (loro sono più giovani). Per quanto riguarda il secondo aspetto, bisognerà capire quanto reggeranno i presupposti democratici delle nostre cornici istituzionali. Credo che all’Europa serva una strategia comune, che al momento purtroppo non c’è, sia nella gestione dei Big data sia per quanto riguarda le infrastrutture (ad esempio, un “campione” europeo simile a Huawei, per intenderci). Il rischio, oltre a tendenze anti-democratiche già in atto in Europa orientale, è che l’UE diventi terreno di battaglia tra Cina e Usa, polarizzando ancora di più la situazione.

Secondo te, che hai avuto modo di viverne qualche scampolo in prima persona, un futuro da passare chini sul cellulare con la velleità di produrre “tempo liberato”, è davvero auspicabile o si tratta semplicemente di un cortocircuito logico attraverso il quale il progresso rischia d’imboccare una strada senza uscita?
Direi la seconda, basti pensare a quanto tempo passiamo a guardare lo smartphone e a gestire i nostri contatti e le nostre relazioni social. Siamo all’interno di un circuito rischioso, più usiamo il cellulare più i nostri dati alimentano il sistema nel quale viviamo. In questo senso credo che il libro di Shoshana Zuboff, “Il capitalismo della sorveglianza – Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri”, mostri bene la tendenza nella quale siamo immersi tutti, Oriente e Occidente. (NdR: Zuboff è tra gli intellettuali più lungimiranti e profondi ad occuparsi dell’ascesa del digitale. Nel suo libro mostra non solo come le nostre menti vengano sfruttate per ottenere dati ma anche come questo processo le cambi in modo radicale).

Se il modello cinese che tu hai descritto così bene nel tuo libro venisse applicato a livello globale, sia pur con tutti i distinguo del caso, potrebbe rappresentare il preludio a una società più rispettosa dell’ambiente, più sicura e per molti versi più efficiente, oppure rischierebbero di aumentare in maniera esponenziale le diseguaglianze sociali, la disoccupazione e la povertà? In parole povere il contraltare delle smart city non potrebbero essere proprio tante bidonville sporche e inquinate dove vivono milioni di persone epurate dall’industria 4.0 e dai suoi successivi aggiornamenti?
La tecnologia non è buona o cattiva di suo, dipende da come si usa. Tutto quanto si utilizza oggi in termini tecnologici potrebbe migliorare la nostra vita o renderla un incubo senza fine. In questo senso credo che il processo di tutto questo dipende esclusivamente da noi, da quanto riusciremo come società civile a fare in modo che la tecnologia ci aiuti a migliorare la nostra vita anziché diventare un nuovo dispositivo di disuguaglianza.

Sistemi di riconoscimento facciale





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