Sono capitato in questo paese con l’intuito. Volevo dedicarmi completamente, anima e core, alla pianta di cannabis e la vita, o “il destino”, mi ha portato a Katmandu.

La regolamentazione del Nepal, in materia di Cannabis è simile a quella di tutto il mondo. Il Paese è stato “forzato”, negli anni ’70, da ingenti somme di denaro provenienti dalla comunità internazionale, a bandire la pianta di cannabis. La soppressione trentennale di questa pianta sta venendo ad oggi meno anche grazie all’attività della nepalese SHIV, con cui collaboro come responsabile scientifico, che è la prima azienda nepalese ad utilizzare la canapa come materiale da costruzione. Seguendo i principi di Maslow di gerarchia dei bisogni, SHIV ha voluto provvedere agli “ultimi del mondo”, la casta degli intoccabili, i Dalit, ed è stata costruita e donata la prima casa ad una famiglia estremamente bisognosa. Il progetto sta continuando con un crowdfunding che mira a produrre un progetto di sviluppo sociale per questo Paese.

Sebbene sia un Paese considerato tra gli ultimi del mondo, il potenziale che risiede in questa piccola nazione è immenso: valorizzare coscientemente l’utilizzo della pianta di Cannabis, risorsa naturale Nepalese, potrebbe rappresentare non solo una soluzione economica, utile al miglioramento infrastrutturale ma anche un modello di esempio per il mondo intero.

In Nepal vengono sradicate, ogni anno, mezzo milione di piante naturali. Di fatto il Paese sta inconsapevolmente sprecando una risorsa che, se utilizzata nella sua totalità potrebbe condurre ad uno sviluppo ecosostenibile della catena Hymalayana. Tale topic è oggetto di un esteso progetto redatto da un professore nepalese, Dipak R. Pant, che la vita ha fatto sì che abbia avuto l’opportunità di incontrarlo e di chiamarlo connazionale, in quanto da 30 anni docente universitario in Italia. Questo progetto prende il nome di “Saving the Himalayas”.

Quello che il Nepal sta iniziando a comprendere è che l’oro non è solo né giallo né nero ma può essere anche verde. Una “moneta di scambio” per comprendere che anche se gli indici economici ci dicono che “stiamo meglio” tale affermazione non significa che abbiamo un “migliore stato di salute”. Forse dovremmo riconsiderare i nostri indici su parametri più umani e meno macchinistici. Io credo che la Canapa sarà il simbolo di questa ri(E)voluzione. 
Hara Hara Mahadeva.
Namastè, da Katmandu.





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