Ogni anno in Myanmar in concomitanza con il Capodanno che in Birmania viene festeggiato ad Aprile, vengono scarcerati un certo numero di detenuti. L’anno scorso, secondo i media statali, sono stati circa 23.000. L’anno precedente erano stati 8.000, quest’anno quasi 25.000, con ogni probabilità circa un quarto della popolazione carceraria.

Secondo l’AAPP, un’associazione che assiste i prigionieri politici, sarebbero oltre 90.000 le persone sotto il tetto del sistema carcerario che soffre di pesante sovraffollamento con strutture detentive che avrebbero raggiunto il doppio o il triplo della loro capacità. Non esistono invece stime ufficiali sul numero dei detenuti fornite dal governo.

Ufficialmente in Myanmar non esistono neanche prigionieri politici ma i gruppi per i diritti umani birmani sostengono che le persone incarcerate per la loro attività politica siano dozzine. Secondo l’associazione per i diritti umani Athan, nel 2019 più di 331 persone erano state perseguite per reati legati alla libertà di espressione; tra loro ci sono i membri di una compagnia di poesia satirica e alcuni studenti che avevano protestato contro la chiusura di internet imposta dal governo.

Il presidente birmano ha citato “motivi umanitari” tra le ragioni del rilascio ma alla domanda specifica su che tipo di prigionieri fossero stati rilasciati è stato risposto che la prigione non mette “etichette”. Secondo Amnesty International diversi prigionieri noti per reati di opinione e attivisti non sono stati inclusi nell’amnistia.

Nonostante la più grande scarcerazione degli ultimi dieci anni le carceri del Myanmar restano affollate, insalubri e carenti di servizi sanitari. Una situazione ancora più grave durante l’epidemia di COVID-19, allorché il distanziamento sociale e l’autoisolamento sono praticamente impossibili.





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