Psiconauta

Il mio viaggio con l’ayahuasca

Il mio viaggio con l’ayahuascaQuesto è il racconto di uno psichiatra italiano che ha provato gli effetti della sostanza in una cerimonia nella foresta amazzonica peruviana. La testimonianza è un estratto da “Ayahuasca. La fenomenologia dell’esperienza soggettiva” di Antonio Metastasio e Ornella Corazza all’interno del volume “Ayahuasca, dall’Amazzonia all’Italia”, a cura di Giorgio Samorini. Per gentile concessione di Shake Edizioni, 2021

Sto sprofondando inesorabilmente verso un abisso, le pareti a cui cerco di aggrapparmi sono specchi viscidi senza appiglio alcuno. Sono le pareti dell’Io che sta sprofondando. Provo a toccare la mia mano, mi ripeto frasi nella mente, voglio e devo rimanere sveglio, capace di capire, di decidere, devo farcela ma sto cadendo. Mi sento male fisicamente, il polso è inizialmente accelerato, poi inizia a rallentare, mentre compulsivamente provo a percepirlo ancora, sto sudando freddo, nausea e vomito. Tutto ciò mi era stato detto, sapevo che sarebbe arrivato, ma sapevo anche che sarebbe passato. Scivolo via dalla mia coscienza, quella che sempre mi accompagna e mi fa sentire vivo, quella che è capace di farmi allontanare da un corpo contundente, o che mi fa decidere per ciò che mi conviene fare… Sono solo, chi mai può salvarmi, qui non mi conosce nessuno, i soccorsi sono a oltre trenta chilometri di strade impervie. Sto svenendo e non so come andrà a finire. Ancora riesco a pensare che quello che accade è frutto dell’ayahuasca. Mi accorgo però che sta arrivando un’onda gigante che mi sta per travolgere, e non so come scappare.

Il mio approccio a questa esperienza è stato pieno di superficialità. Quella di qualcuno che pensava di accingersi a descrivere e filmare un evento, quando invece dall’evento si fa travolgere. Solo e senza conoscere nessuno, con cinepresa e macchina fotografica, convinto di conoscere bene il mondo delle sostanze e delle reazioni psichiche da queste indotte. È forse anche il fatto di trovarmi solo che ha contribuito a far sì che la prima parte del “viaggio” fosse estremamente traumatica.

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Il mio viaggio con l’ayahuasca

È un imbuto, forse una clessidra, queste le metafore che sento su di me, ma che in realtà, più vado avanti, più mi avvolgono in toto e diventano esse stesse il mio vissuto. Una realtà che non riesco a vedere come qualcosa che mi sta accadendo, ma come un mostro che mi avvinghia. Sono l’attore principale di questo precipitare, il tutto vissuto dal vivo, in prima persona, senza distanza.
Sento in lontananza lo sciamano che canta, parole incomprensibili e ripetitive che quasi mi disturbano nel mio malessere infinito. Angoscia. Ingravescente e inesorabilmente progressiva. Meno riesco a controllare cosa mi accade, più sprofondo nel panico, nell’abisso dell’imbuto senza fine. Paura di morire, che diventa presto certezza. Dolore mentale insopportabile, certezza di essere impazzito e di non tornare più indietro.

Eppure, iniziò tutto diversamente. Ero indeciso inizialmente. Poi la mia insaziabile curiosità, il racconto dei vissuti di alcune persone, e uno sciamano straordinariamente carismatico, mi hanno fatto decidere per il sì. Tanto cosa mai potrebbe accadermi, nessuna sostanza su di me ha mai avuto ragione, conosco abbastanza i fenomeni dell’abnorme psichico, tanto da capire che se sentirò delle voci o vedrò delle immagini non saranno altro che delle reazioni all’assunzione della “medicina”, come lo sciamano era solito chiamare l’ayahuasca. Sono certo di non aver mai provato nella mia vita un’angoscia così potente.

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Sono arrivato alla fine dell’imbuto, al punto in cui la clessidra fa passare la sabbia nell’altro cono.

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Eccomi qui dall’altra parte della clessidra, il cono dell’imbuto che si apre invece di restringersi, non c’è più segno di consapevolezza alcuna. Questo, paradossalmente, mi fa star meglio. Non c’è più nulla a cui aggrapparsi perché non c’è più un pilota, la mia coscienza, che intende farlo. Il pensiero è accelerato, riesco a sentire più suoni insieme, a vedere immagini come se contemporaneamente mi trovassi di fronte a più schermi visivi. Il tutto con una straordinaria lucidità. Sento suoni della foresta, improbabili ruggiti, voci gravi nella forma di eco, piante che ondeggiano, tronchi che mi avvolgono. I suoni hanno colori e gli oggetti hanno un sapore, è il mondo delle sinestesie.
È tutto straordinariamente collegato in un disegno unitario. Riesco ad accedere ad immagini del mio passato antico, a cui mai avevo avuto accesso. Da quest’ultime parto a ritroso ritornando fino al presente, collegando i vissuti della mia esistenza come tessere di un puzzle. E tutto prende significato, quel significato che mai fui capace di leggere. Illuminazione. È come se improvvisamente mi potessi affacciare da una nuova finestra che mi fa vedere un mondo esponenzialmente più vasto di quello che ero in grado di vedere. Si apre una porta verso qualcosa di straordinario. La porta di Alice nel Paese delle Meraviglie, Jim Morrison e The Doors of Perception. Ma come ho potuto vivere senza sapere tutto ciò? Ero così attaccato alla cabina di pilotaggio con i comandi in mano da perdermi tutto quello che mi passava di fronte durante il viaggio. No, è incredibile! È come un rebus irrisolvibile, che quando lo hai raggiunto ti sembra elementare. Spazio, tempo, i numeri, le unità di misura… il mondo in cui mi trovo ha leggi diverse.

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Il mio viaggio con l’ayahuasca

Sono immerso in uno spazio liquido, un mare di ricordi che mi fanno fondere con la mia storia e con quella del mondo. Non esiste separazione tra regno umano e vegetale, stiamo in un tutto unico. Dalla finestra da cui mi affaccio ciò appare di una incontrovertibile evidenza. C’è uno spirito collettivo alla base di tutto, che riesce ad incarnarsi in ogni sfaccettatura del nostro quotidiano. E tutto questo è ben lontano dall’essere un concatenarsi meccanico di atomi che si scontrano, dalla finestra si legge a chiare lettere l’esistenza di un principio organizzatore. Estasi. Non piacere. È la sensazione di aver capito tutto e il Tutto, che ti fa sentire illuminato. Il canto dello sciamano risuona, mi parla, mi chiama per nome, conosce la mia storia e mi aiuta a comprendere il senso.

Lo sciamano in questione, Guillermo Pinedo, è considerato all’unanimità il più grande curandero sudamericano. Di età avanzata, di cultura Inca Quechua, e di straordinario carisma, riceve quotidianamente persone di ogni genere da ogni parte del mondo. Curiosi, malati terminali, pazienti psichiatrici, persone che vogliono ritrovarsi. Lui accoglie tutti. C’è chi lo ritiene capace di leggere nel pensiero, di parlare tutte le lingue del mondo, umane e non, di saper entrare in comunione spiri-tuale con mondi diversi. Ha trascorso gran parte della sua vita da solo nella foresta. Il figlio, di 25 anni, mi racconta che per verificare se fosse ancora in vita erano soliti andare a cercarlo in piroga, con giorni di ricerche, spesso senza successo. Conosce tutte le erbe amazzoniche per averle provate su sé stesso, le possibili reazioni, le interazioni e le possibili indicazioni. Oltre alla ayahuasca, quella che definisce la madre di tutte le erbe, capace di aprire le porte dello spirito, è solito consigliare a ognuno dei suoi discepoli una sostanza ad hoc, adatta alle caratteristiche, alla personalità, e allo stato d’animo della persona che si accinge ad assumerla. Di lui, con il quale ho avuto pochi scambi al di fuori della cerimonia, mi porto appresso una sensazione forte, che poche persone nella vita ti riescono a trasmettere.

Ma come faccio a tenermi stretto quello che sto percependo? Ho in mano la soluzione del quesito, da dove vengo, dove andrò e come farlo nella maniera più opportuna. Ma il mio pensiero si muove anche nei piani inferiori. Riesco a risolvere problemi lavorativi, trovo la spiegazione del perché quella relazione funziona in quella maniera e quel personaggio si trova in quell’altra situazione. È come se i miei pensieri riuscissero a fluire in un olio nuovo, che riesce a far girare tutto rapidamente. Di tanto in tanto, ahimè, riesce l’angoscia. Come se la coscienza volesse tornare a regnare, e nel non farcela trovo sconforto. Sì, sono impazzito, non ho più le redini. Quando finirà questo incubo? Poi, in un attimo, sono di nuovo nell’inconscio senza tempo. Sbaglio a lottare, devo farmi trasportare. Se combatto ho la peggio.

Prima di effettuare l’esperienza ebbi modo, nelle ore diurne prima dell’assunzione, di sentire molte persone che da giorni, alcuni anche mesi, assumevano la “medicina”. Tutti in effetti mi dicevano che occorre farsi prendere dall’ayahuasca, che non serve a nulla resistere, tanto con lei alla fine soccombi. Chi parlava di viaggio, chi di illuminazione, chi di Dio, di spiritualità e di senso della vita. Per me tutte parole senza senso, prima di provarla sulla mia pelle. Ora, a posteriori, conosco quel vocabolario incomprensibile. Ho avuto accesso a quel mondo. So di cosa si tratta.

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Chi assume ayahuasca generalmente lo fa per diversi giorni. Tutti gli sciamani lo consigliano: maggiori sono le esperienze illuminanti, maggiore è la capacità di ritenere quanto percepito e di farne tesoro nel quotidiano. Per il curandero la medicina ti aiuta a capire meglio il mondo che hai di fronte e quindi te stesso. Dà un senso alla tua vita, raggruppa tutti i tuoi vissuti, li collega e gli conferisce un titolo. Come un percorso psicoterapeutico, ma di un’intensità travolgente e di un impatto sconvolgente, che a volte non si riesce a reggere.

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Più vado avanti e più mi accorgo che mi sto perdendo dei pezzi, l’illuminazione è meno intensa, mi sforzo strenuamente per ricomporre le tessere del puzzle ma è tutto più complicato. Continua il susseguirsi di illusioni, allucinazioni e sinestesie di vario genere. Un rumore fastidioso nell’orecchio. È un insetto, probabilmente una zanzara. Mi sento pizzicare, un forte prurito sul lobo dell’orecchio. Ma allora ci sono?! È il mio orecchio, di me che sono a Iquitos, nel nord del Perù vicino al confine colombiano. Mi tocco, provo a muovere le mani. Mi guardo le mani, mi sembrano deformi ma sono le mie mani. Esisto. Dolcemente mi faccio riavvolgere dal mondo fantastico, non voglio ancora allontanarmene. Sento la pioggia forte sul tetto di paglia che sovrasta la stanza del cerimoniale. È il mondo intorno a me che fa rumore. Quello reale. Il pilota della coscienza sta riprendendo il suo posto in sella. Ma che ore sono? Riesco a guardare il telefonino che mi segnala le 6.30 del mattino, a oltre dieci ore dall’assunzione di ayahuasca. Sto bene, mi sento leggero, come se mi fossi catarticamente svuotato di un peso. Mi accorgo che la finestra si sta chiudendo. Non mi rimane nulla, o quasi. Di certo una sensazione di estasi, di comunione con il tutto, di piena illuminazione. Di questo, ne sono certo, mai più potrò dimenticarmi.

Il mio viaggio con l’ayahuasca





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