La Corte Suprema del Malawi ha stabilito che la pena di morte è incostituzionale dichiarandola fuori legge e ordinando il riesame di tutti i condannati che rischiano l’esecuzione.

Secondo Amnesty International il numero delle condanne a morte inflitte nel mondo, nel 2020, è stato pari ad almeno 1.477, con un decremento del 36 per cento rispetto al 2019 (almeno 2.307) e del 53 per cento rispetto al 2016 (almeno 3.117).

In linea generale, nell’Africa subsahariana l’uso della pena di morte nella regione è diminuito del 36 per cento e del 6 per cento le condanne a morte. Nonostante la riduzione complessiva, è stato registrato un aumento delle sentenze capitali in Camerun (da 0 nel 2019 a 1 nel 2020); Comore (da 0 a 1); Mali (da 4 a 30); Nigeria (da 54 a 58); Repubblica Democratica del Congo (da 8 a 20); Sierra Leone (da 21 a 39); Sudan del Sud (da 4 a 6) e Zambia (da 101 a 119).

Nell’Africa settentrionale, l’Egitto con 107 esecuzioni, ha più che triplicato il numero rispetto al 2019, quando erano almeno 32. E’ il più alto numero dal 2013, quando fu raggiunto il picco di 109. Almeno 23 dei detenuti “giustiziati” sono stati condannati per reati politici, in seguito a processi fortemente iniqui, caratterizzati da “confessioni” estorte e altre gravi violazioni dei diritti umani, come torture e sparizioni forzate.

Il rapporto di Amnesty comprende anche il monitoraggio dei detenuti nel braccio della morte, in attesa di esecuzione: in Nigeria ci sono 2.700 persone; in Kenya mille, in Zambia 495; nel Sudan del Sud 342; in Tanzania 244, in Ghana 160; in Uganda 133; in Mauritania 123 e in Camerun 120.





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