Secondo una ricerca condotta da quattro eminenti professori dell’Università della California, la chiusura totale non è la migliore strategia contro il Covid. La ricerca si chiama: “Assessing mandatory stay-at-home and business closure effects on the spread of Covid-19” (Valutazione degli effetti della permanenza a domicilio e della chiusura obbligatoria delle attività sulla diffusione del COVID‐19).

Lo studio condotto dai ricercatori Eran Bendavid, Christopher Oh, Jay Bhattacharya, John PA Ioannidis, è apparso come pubblicazione scientifica, sull’European Journal of Clinical Investigation.

L’introduzione spiega che, la ricerca da una parte analizza gli effetti primari dei lockdown sulla riduzione del numero di contagi, e al fine di ridurre le morti, le malattie e il sovraccarico del sistema sanitario. Dall’altra analizza gli effetti secondari del lockdown, ovvero l’impatto che le chiusure generano sulla popolazione in termini di salute generale a causa dei potenziali effetti nocivi come ad esempio, aumento delle malattie non COVID a causa della perdita dell’accesso ai servizi sanitari di cura e prevenzione, abusi domestici, peggioramento della salute mentale, casi di suicidio, e tutta una serie di conseguenze economiche di fortissimo impatto con implicazioni significative non solo di natura economica ma devastanti anche per la salute.

Lo studio è stato condotto mettendo a confronto differenti paesi che hanno applicato i lockdown in modo rigido e continuo, con paesi come la Svezia e la Corea del Sud che hanno fatto uso di differenti strategie di contenimento per limitare la diffusione del virus. Nella fattispecie si prendono a confronto le misure applicate in Svezia, dove, a differenza della maggior parte dei suoi vicini che hanno implementato chiusure obbligatorie per la permanenza a casa e le attività commerciali, l’approccio svedese fin dalle prime fasi della pandemia e poi nel proseguo, per limitare la diffusione, si è basato su linee guida che consigliavano un maggior distanziamento interpersonale, lo scoraggiamento dei viaggi internazionali e nazionali, il divieto di grandi raduni, senza però mai applicare chiusure obbligate e generalizzate delle attività e il confinamento forzato delle persone nel proprio domicilio, come invece avvenuto sovente in altri paesi europei.
Altro paese che è stato preso per realizzare il confronto fra differenti strategie, è stata la Corea del Sud, nazione con densità di gran lunga maggiori a quelle svedesi che supera in molti casi la densità delle aree centrali e meridionali europee e costiere nordamericane.
Anche la Corea del Sud non ha mai applicato le chiusure forzate e i lockdown. La sua strategia di contenimento del virus si basava e si basa tuttora su investimenti intensivi in ​​test, di tracciamento dei contatti, e isolamento dei soli casi infetti e contatti stretti.

Comparando fondamentalmente queste tre principali strategie, sono stati messi a confronto gli effetti primari di riduzione e contenimento del contagio fra paesi che hanno applicato chiusure forzate e lockdown, con altri come Svezia e Corea del Sud che hanno praticato differenti politiche sanitarie.

Le dinamiche del contenimento della diffusione dimostrano che, il rallentamento della crescita epidemica del COVID-19 è stata simile in molti contesti, ovvero non si apprezzano differenze significative se non lievi in certi casi. In pratica, mettendo a confronto queste diverse strategie, le curve di riduzione e contenimento della diffusione, sono pressoché uguali.

Nella prima parte di sintesi della presentazione della ricerca si legge a chiare lettere: “Sebbene non si possano escludere piccoli benefici, nella nostra valutazione, non troviamo benefici significativi sulla crescita dei casi di contagio dove sono state applicate le chiusure più restrittive. Riduzioni simili nella crescita della diffusione, possono essere ottenute con interventi meno restrittivi come dimostrano le strategie di contenimento operate da Svezia e Corea del Sud.”

La ricerca inoltre, attraverso una serie di grafici e di dati messi a confronto analizza gli effetti delle differenti strategie fra differenti Paesi, e nella sviluppo, in conclusione della prima parte di analisi dei dati afferma: “Nel quadro di questa analisi, non ci sono prove che interventi più restrittivi (blocchi e chiusure) abbiano contribuito in modo sostanziale a piegare la curva di nuovi casi in Inghilterra, Francia, Germania, Iran, Italia, Paesi Bassi, Spagna o Stati Uniti a partire dall’inizio del 2020 fino ad oggi.
Data della ricerca, 5 gennaio 2021.

Lo studio, come detto sopra, analizza e mette anche a confronto gli effetti secondari delle chiusure e dei lockdown. Ovvero gli effetti sulla crescita delle malattie non Covid, dei casi di depressione, il peggioramento delle malattie mentali, il peggioramento dello stato di salute generale delle persone a causa dell’impatto economico derivato dalle rigide chiusure, e, nell’analisi di questi effetti secondari, confrontando le differenti strategie di contenimento, si afferma: “Sebbene questo studio non voglia giungere ad una conclusione definitiva sull’efficacia delle misure restrittive, sottolinea però l’importanza di valutazioni più definitive e attente degli effetti delle misure rigide di contenimento, che oltre ad evidenziare vantaggi discutibili e non significativi, possono invece produrre danni evidenti e indiscutibili, sul peggioramento della condizione di salute generale delle personesul peggioramento del loro benessere psicofisico e mentale, come anche ad esempio, la chiusura delle scuole che può causare danni molto gravi, stimati in un equivalente di 5,5 milioni di anni di vita scolastica complessiva, persi per i bambini negli Stati Uniti durante le sole chiusure scolastiche primaverili”. L’analisi chiarisce ancora meglio che: “Le considerazioni sui danni alla salute in generale, dovrebbero svolgere un ruolo preminente nelle decisioni politiche, soprattutto se un provvedimento restrittivo risulti essere inefficace nel ridurre la diffusione delle infezioni o comunque non più efficace di altre possibili strategie di contenimento. Da notare che, – termina il capitolo di analisi dello studio – la Svezia non ha chiuso le scuole primarie per tutto il 2020, e tuttora, al momento della stesura di questo stesso documento.”

Le conclusioni finali della ricerca sono estremamente significative lasciando ben poco spazio a possibili interpretazioni: “In sintesi, non riusciamo a trovare prove solide a sostegno di un ruolo per i provvedimenti più restrittivi nel controllo di COVID dall’inizio dell’anno 2020. Non mettiamo in dubbio il ruolo di tutti gli interventi di salute pubblica o delle comunicazioni coordinate sull’epidemia, ma non riusciamo a trovare un ulteriore vantaggio degli ordini di confinamento casalinghi e delle chiusure aziendali.
I dati non possono escludere completamente la possibilità di alcuni vantaggi. Tuttavia, anche se esistono, questi benefici potrebbero non corrispondere e compensare i numerosi danni prodotti da queste misure estreme. Auspichiamo infine interventi di salute pubblica più mirati che riducano in modo più efficace le trasmissioni, divenendo in futuro importanti strumenti di controllo delle epidemie, senza incorrere nei danni di misure altamente restrittive.

a cura di Luca Cellini

Fonte: Pressenza





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