luppoli

Tempo di considerazioni. Il mondo della birra artigianale in Italia è in veloce crescita, sia da un punto di vista meramente economico, sia nell’evolversi del gusto. Se fino a qualche anno fa mediamente un cliente chiedeva una Weiss o una birra dal profilo piuttosto dolce, da pochi anni è invece il luppolo il protagonista indiscusso delle fermentazioni nazionali. Con due facce della medaglia: da una parte abbiamo aperto il gusto verso sapori strani, tropicali, agrumati, erbacei, terrosi e persino piccanti; dall’altra, si è visto un proliferare di questi stili (pale ale, ipa, session ale) davvero senza controllo.

Il fatto è che risulta più “facile” fare una birra molto luppolata, perché l’aroma che il luppolo sprigiona può in certi casi coprire eventuali difetti che una birra può presentare, e che derivano da errori nella fase di bollitura, di travaso o di fermentazione. Molto più “difficile” creare una birra il cui carattere è dato dal malto e dal lievito, con i suoi esteri (anche i lieviti hanno profumi ben precisi, che cambiano se fatti lavorare a temperature diverse).

È vero anche che il nostro Paese è ancora in cerca di un’identità birraria (non dimentichiamoci che siamo famosi in tutto il mondo per il vino), e in quest’ottica gli ultimi esperimenti fatti proprio con l’uva ed il lievito da vino sono secondo me la giusta strada da battere per trovare una “maniera” italiana di fare la birra. Per cambiare ancora una volta il gusto cui siamo abituati.

Michele Privitera
Titolare de “Il Pretesto Beershop” di Bologna





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