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Con una sentenza del 9 febbraio 2012 il tribunale di Torino ha condannato il titolare del growshop locale AlterEco, aperto in città da quasi 10 anni, per istigazione all’uso di sostanze stupefacente. Il processo ha avuto un esito inaspettato ed in aperto contrasto con le recenti sentenze della corte di cassazione in materia.

L’operazione di polizia che ha portato all’incriminazione del growshop è scaturita in seguito all’arresto di R.C., un 34 enne torinese nella cui abitazione era stato rinvenuto un kg e mezzo di marijuana oltre a varie buste impregnate di cocaina. Il R.C. ha dichiarato di aver coltivato lui stesso la marijuana e di aver acquistato i materiali per la coltivazione (peraltro non rinvenuti in casa dalla perquisizione) dal growshop torinese.

I carabinieri si sono così prodigati in numerose perquisizioni presso il negoziante (peraltro non nuovo a tali attenzioni per la sua attività commerciale) e presso la sua abitazione; senza rinvenire né sostanze stupefacenti né qualsivoglia materiale informativo sulla coltivazione delle suddette piante. Un considerevole investimento per i contribuenti: una dozzina di agenti impegnati, la cinofila in forze e 3 mezzi motorizzati per chiudere un intero isolato di Torino centro e perquisire una 15ina di clienti oltre a due abitazioni meticolosamente ispezionate in due provincie diverse (Asti e Torino). L’esito negativo di cotanto spiegamento di forze non ha però scoraggiato i tentativi di incriminazione.

Così sulla base di alcuni depliant di fertilizzanti BioCanna e di vasi idroponici (X-Stream) rinvenuti all’interno del negozio, il giudice ha valutato necessaria la condanna, pur non avendo prove a carico e senza che all’altro imputato R.C. fossero stati rinvenuti prodotti effettivamente acquistati presso il growshop in questione.

Resta poi incomprensibile come un negoziante possa istigare al consumo una persona che dichiara di fumare dall’adolescenza e di essere passato dal growshop una sola volta nella sua vita e ben 3 anni prima che la perquisizione avvenisse.

Il titolare del growshop ha così ricorso in appello contestando una condanna immotivata e fortemente ideologizzata.

L’avvocato ha già presentato ricorso in appello: ci vorranno circa 15-18 mesi per attendere la riesamina del caso mentre per il primo grado di giudizio si era andati quasi per direttissima nonostante la clamorosa mancanza di prove.

Speriamo in futuro di poter riaggiornare la vicenda con un finale diverso, augurandoci una giustizia più degna di questo nome e di poter lavorare (e pagare le tasse) in pace.

Liberi Coltivatori e Cittadini Torinesi

fonte: enjoint.info





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