Antilope SoIl So era un rito iniziatico che segnava il passaggio dei ragazzi alla vita adulta; era diffuso presso diverse etnie del Camerun e del Gabon, fra cui Ntoumou, Mvai, Beti e Fang.

Presso i Ntoumou, i Mvai e i Beti il rito del Byeri – a sua volta esportato dai Fang – era un rito annesso al So. I neofiti potevano partecipare alla presentazione dei crani del Byeri solo dopo essere stati iniziati al So. Al contrario, presso i Fang del Camerun meridionale, dove ai primi decenni del XX secolo si praticava una forma ridotta del So (Ésis), per potervi partecipare si doveva essere già stati iniziati al Byeri (Raponda-Walker & Sillans, 1962: 165-7).

So è il nome di una specie di antilope con ventre bianco e striscia dorsale nera (Cephalophus leucogaster) dalle probabili valenze totemiche presso i Fang e altri gruppi bantu. Il rito del So è complesso, in alcune parti ripugnante e in altre ancora misterioso. Per un approfondimento si rimanda alle descrizioni di Houseman, 1922, Laburthe-Tolra, 1985 e Tessmann, 1913. Si intende qui focalizzare l’attenzione su un solo particolare rituale, che potrebbe avere delle implicazioni psicofarmacologiche sino ad oggi apparentemente non intuite dagli studiosi del So.

Lluis Mallart i Guimerà, studiando i Beti del Camerun, ha evidenziato alcuni particolari iniziatici comuni al culto tribale So e al culto degli antenati Malan (Byeri). Ad esempio, entrambi prevedono l’ingestione di una sostanza magica, visionaria: l’ingestione del grasso dell’antilope nel rito del So e l’ingestione dell’alan nel rito del Byeri. E’ significativo il fatto che presso i Beti anche in altri riti di iniziazione, quali quelli dei suonatori di arpa e dei guaritori, è previsto l’assorbimento di una bevanda: “nei racconti iniziatici dei grandi terapeuti e dei suonatori d’arpa, l’assorbimento di una bevanda si presenta sempre come un atto reale, anche se a volte si realizza in modo immaginario” (Mallart i Guimerá, 1992b: 22).

Il “grasso del so” non è il delizioso grasso dell’antilope, bensì sotto questo termine si cela una sostanza a base di banane mature, grasso di un caprone (oyomo) mantenuto a un regime dietetico particolare, insieme ad escrementi degli officianti al rito. Sorvolando sulle motivazioni iniziatiche della presenza di sostanze ripugnanti, poniamo l’attenzione sull’oyomo. Questo caprone, scelto già eccezionalmente grasso, viene tenuto legato nella foresta e sottoposto a un regime alimentare in cui sono comprese determinate piante velenose: “Stordito dall’effetto degli stupefacenti, l’animale non è più altro che grasso super-abbondante e riceve quindi il nome di oyomo… la morte dell’oyomo deve rispondere a esigenze particolari: squartato vivo e, secondo alcuni, smembrato a mano, non deve assolutamente urlare. Questo silenzio indica il buon esito del rito” (Houseman, 1992: 52).

Ciò che non è stato colto dagli studiosi è la possibilità che il grasso di oyomo possa essere dotato di proprietà inebrianti, “visionarie”, psicoattive. Già Mallart i Guimerá fa notare che il caprone, al momento del sacrificio, è stordito sotto l’effetto “stupefacente” della dieta di piante “velenose” a cui è stato sottoposto nei giorni precedenti, per cui è possibile che i principi attivi di quelle piante siano metabolizzati e accumulati nelle parti grasse dell’animale (Samorini, 2002-3).

Conosciamo altri casi dove le carni di un animale che si è nutrito di vegetali psicoattivi o anche tossici per l’uomo, acquisisce proprietà “stupefacenti” per chi le ingerisce. Ricordiamo ad esempio il caso dei conigli e delle lepri, che si possono cibare impunemente delle foglie allucinogene e velenose (per l’uomo) di belladonna e di altre Solanaceae tropaniche, e la cui carne acquisisce di conseguenza proprietà allucinogene [cfr. Ruspini, 1865(1995)]. Uccelli palmipedi tipo anatre sembrano essere stati coinvolti in un caso analogo nel Messico precolombiano. Presso gli Olmechi le anatre, trattate come elementi di culto, venivano nutrite con rospi – di cui sono avide – dalle proprietà allucinogene. La carne delle anatre rimaneva quindi impregnata dei composti psicotropi presenti nei rospi (del gruppo della DMT) o addirittura questi erano metabolizzati in composti più potenti. Le anatre venivano sacrificate e le loro carni consumate collettivamente nel corso di particolari riti religiosi (Kennedy, 1987).

Tornando al rito del So, come ha sottolineato Houseman (1992: 52), “ciò che è importante nel rito è il grasso dell’animale e non l’animale in sé”. Si deve anche tener conto che il So appartiene alla classe dei riti che sono aggettivati come byang – riti notturni e individuali – dove byang designa anche il nome di una pianta generica a cui sono attribuiti dei poteri speciali. Il grasso dell’oyomo, che rientra a far parte del “grasso dell’antilope so”, è considerato un alimento iniziatico alla pari dell’alan. In effetti, nella lingua ewondo dei Beti per esprimere il concetto di “iniziare” viene utilizzato il verbo “mangiare”. Per domandare a qualcuno se è iniziato al So, al Byeri o ad altri riti, sono comuni fra i Beti espressioni del tipo: “Hai mangiato il so?”, “Hai mangiato il melan?”, “Hai mangiato il byang degli spiriti minkug?”, “Hai mangiato il byang dell’arpa?” (Mallart i Guimerá, 1992b: 20-2). Anche nel Buiti “mangiare iboga” significa sottoporsi al rito d’iniziazione e gli iniziati sono chiamati bandzi, che deriva dal verbo dzi (“mangiare”) e che significa “colui che ha già mangiato”, intendendo colui che ha già mangiato l’iboga (Samorini, 1995).

fonte: samorini.it





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