A partire dagli anni ‘90, nei vari teatri di guerra che hanno visto coinvolti i militari della NATO, dalla Bosnia al Kosovo fino all’Afghanistan e all’Iraq, l’uranio impoverito è stato usato in maniera consistente, sia nell’ambito della blindatura dei mezzi corazzati, sia in quello della costruzione dei proiettili, nonostante le autorità militari abbiano per lungo tempo negato questa evidenza.
Nel momento dell’esplosione le particelle di uranio contenute nei proiettili o nelle blindature si miscelano con gli altri metalli presenti, prima vaporizzandosi e poi solidificandosi in nanoparticelle, entrando in questo modo in circolo nell’ambiente. Il rischio per l’organismo umano è quello di respirare questa miscela letale, qualora ci si trovi in prossimità delle esplosioni, o di venire contaminato nel tempo, bevendo l’acqua o mangiando quello che viene coltivato nel terreno, a causa delle nanoparticelle che sono disseminate dappertutto.

Nonostante le autorità militari, gli organismi internazionali e la stampa mainstream abbiano fin dall’inizio minimizzato l’accaduto, evitando accuratamente di dare risalto al problema, le conseguenze dell’uso smodato di armamenti e blindature contenenti uranio impoverito sono drammatiche, sia per i residenti che vivono nelle zone in cui si sono svolti i conflitti, sia per i militari che hanno preso parte agli stessi.
L’esposizione all’uranio impoverito può infatti produrre tutta una serie di patologie che vanno dai linfomi di Hodgkin e non Hodgkin alle leucemie, ai tumori ai polmoni, ai danni ai reni, pancreas, stomaco e intestino, fino al rischio di mutazioni genetiche significative e sterilità.

Le popolazioni delle zone dove sono avvenuti i conflitti sono e saranno costrette nei decenni a venire a fare i conti con l’inquinamento radioattivo e chimico presente nei suoli e nelle acque, basti pensare che uno studio condotto nel 2018 fra i cittadini di Belgrado (oggetto dei bombardamenti NATO di 20 anni prima) e pubblicato su una rivista scientifica specializzata, ha rivelato come nel sangue degli stessi la concentrazione di metalli pesanti fosse ben 100 volte superiore alla media. Ma dal momento che le patologie innescate dal contatto con l’uranio impoverito possono insorgere anche a decenni di distanza dall’esposizione e sono comunemente diffuse (anche se con incidenza assai minore) fra la popolazione mondiale, diventa molto difficile quantificare le vittime civili da uranio impoverito, così come individuare le responsabilità di quello che sicuramente resterà un genocidio silenzioso condotto sottotraccia.

Ben diverso invece è il discorso concernente i militari che sono venuti a contatto con l’uranio impoverito durante i conflitti e in special modo di quelli italiani impegnati nei vari teatri di guerra che non sono mai stati informati nel merito del rischio e a differenza dei soldati statunitensi e di altre nazionalità neppure muniti dell’equipaggiamento (tute) necessario a ridurre i rischi dell’esposizione. Nonostante già nel 1999 gli Stati Uniti avessero comunicato ai propri alleati (fra i quali l’Italia) l’uso in Kosovo di munizioni all’uranio impoverito, rendendo noti i rischi per la salute del personale militare e consigliando di prendere le necessarie precauzioni per evitarli.

Negli ultimi 20 anni, secondo i dati del centro studi Osservatorio militare, ben 7500 militari italiani si sono ammalati di una svariata serie di patologie la maggior parte delle quali tumorali (la tristemente conosciuta sindrome dei Balcani) che sono direttamente riconducibili all’esposizione all’uranio impoverito e con tutta probabilità il loro numero sarà destinato ad aumentare drammaticamente nei decenni a venire. Mentre fino ad oggi 366 di loro sono morti, spesso lasciando dietro di sé vedove e orfani, a causa di un “disastro” che si sarebbe potuto evitare.

Nonostante se ne conosca da tempo la potenziale pericolosità e le Nazioni Unite abbiano più volte espresso preoccupazione per i rischi civili e militari connessi all’uso di blindature e proiettili contenenti uranio impoverito, il suo utilizzo non è stato fino ad oggi vietato da nessun trattato internazionale.

L’Italia nella fattispecie ha sempre negato categoricamente l’utilizzo di equipaggiamenti che lo contenessero, ma anche se così fosse tali equipaggiamenti sono stati usati dalle forze della NATO, facendo sì che i soldati italiani ne venissero a contatto all’interno dei vari teatri di guerra nei quali si sono trovati impegnati. La stragrande maggioranza dei militari ammalatisi e delle loro famiglie sono stati lasciati soli dallo Stato per il quale hanno combattuto, senza ricevere nessun indennizzo economico e nessun sostegno nella battaglia contro la malattia e l’emblema del loro dolore può essere rappresentato dal caporalmaggiore scelto Luigi Sorrentino, morto suicida a Torino il 23 ottobre dello scorso anno, dopo avere prestato servizio in Kosovo e in Afghanistan ed essersi ammalato di leucemia, probabilmente a causa dell’uranio 238 che le analisi hanno confermato essere presente nel suo corpo.

La speranza, o sarebbe meglio dire l’auspicio, è quella da un lato che gli organismi internazionali mettano al bando in tempi brevi l’uranio impoverito da qualsiasi equipaggiamento militare, evitando in questo modo di spargere morte e distruzione in maniera ancora più copiosa di quanto già non ne sparga per forza di cose una guerra. Dall’altro che lo Stato italiano trovi il coraggio di prendersi le proprie responsabilità nei confronti dei suoi “figli” che hanno messo a repentaglio la loro vita e la loro salute per la patria e davvero non meritano di essere lasciati in un letto di ospedale, soli con la propria disperazione.





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